Storie di donne – Kira

Oggi parliamo della storia di Kira, che dopo la perdita del suo grande amore ritrova la forza e il coraggio di rinascere.

“Quando gli dei hanno deciso di metterti sul mio cammino, la mia vita faceva acqua da tutte le parti. Stavo divorziando dall’uomo che avevo amato per tutta la vita. Praticamente stavo staccando un pezzo della mia carne a morsi. Quanto dolore. Niente era più come prima né lo sarebbe mai stato. Avrei cresciuto le mie figlie da sola, per noi niente più pranzi di Natale insieme, né cene festanti intorno al tavolo. Mai più mamma, papà e bambini come nei disegni di mia figlia piccola che si tenevano per mano. E poi il delirio degli avvocati. Il veleno. Ogni molecola del mio corpo era avvelenata.”

KIRA

Buona lettura. 🙂

Mi hai trovata così quando sei arrivato nel mio ufficio. Capelli neri, occhi azzurri, radioso come la luce dell’aurora. La sorte già tramava i suoi oscuri disegni quando mi hai chiesto di bere un caffè insieme. Sai, sono nuovo, vorrei capire come funziona qui…. Mi chiedevi di aiutarti ad inserirti nel nuovo ambiente.

Cominciarono così i dolci discorsi, gli sguardi fugaci, la pancia in subbuglio quando ti avvicinavi a me. Un giorno eri assente e la mia giornata ingrigì d’un colpo. Cominciai a capire. Per lungo tempo ci frequentammo da colleghi fino a quando accadde che i segnali si fecero sempre più limpidi all’orizzonte: eri la mia terra promessa.

Avevo trovato la mia metà della mela. Le nostre anime procedevano leggere all’unisono: stessi gusti, stesse passioni, stesse idee politiche. Un’attrazione fisica travolgente. Ben presto non ci bastarono più le cene o i fine settimana insieme. Eravamo ingordi l’uno dell’altro. Volevamo viverci in ogni momento della giornata. Volevamo ritrovarci ogni sera vicini nel letto per sussurrarci all’orecchio dolci parole. Eravamo dipendenti dagli odori e dai sapori che si mescevano nelle nostre notti d’amore. Vieni a stare da me. Gli chiesi un giorno senza tanti giri di parole e lui mi abbraccio’ forte. La settimana successiva compravamo un letto nuovo all’Ikea. Ero immensamente felice. Trascorse qualche anno di serenità ad un certo punto intervallata da liti fugaci. Esplosioni improvvise e burrascose dei suoi malumori.

Nuvole passeggere.

Mi dicevo. Invece cominciarono ad accuirsi. Una sera comincio’ ad insultarmi senza motivo lasciandomi perplessa, esterrefatta. Quegli stessi dei che lo avevano calato nella mia vita per lenire le mie ferite, decisero un giorno che era giunto il momento di riprendersi il loro dono.

Me ne vado. Seduta in cucina risento quelle parole che non entravano nella mia testa rimanendone ostinatamente fuori.

Amo un’altra donna.

E’ successo, mi dispiace. Nessuno ha colpa. Tutti assolti in un processo sommario che invece mi teneva incatenata ad una sbarra. Mi sentivo sotto accusa.

Ultimamente mi trascuravi, sempre presa dai figli, dal lavoro. Fra di noi non era più come prima. Se mi vuoi bene devi lasciarmi andare. Avrei dovuto aiutarti a costruire la tua zattera per tornare ad Itaca ma non ero pronta. Lari maligni tramavano contro di me nelle fucine di Vulcano, trascinandoti via da me. Nulla avrei potuto opporre al loro disegno malvagio. Così ti ho lavato con i miei balsami più odorosi, asciugato con i miei lunghi capelli e sono salita sulla rupe per vederti andare e prendere il largo.

E quando sei scomparso all’orizzonte sono tornata nella mia caverna. Al mio lungo e freddo inverno. Senza il suo sole, il mio corpo si rifiutava di vivere. Cominciavo a dimagrire, l’insonnia invadeva le mie notti passate a pensarti. Dov’eri?

Quale donna aveva ora il privilegio di starti al fianco, di essere accolta nel tuo bosco? Sentivo ancora il tuo odore di muschio ma non trovavo il tuo petto in cui affogare il dolore, chiudendolo fuori della porta.

Sbattevo contro oggetti e ricordi che pendevano da tutte le parti, stalattiti di ghiaccio nella nostra alcova. In ufficio ero distante e distratta. In casa con i miei figli davo il peggio di me. Un giorno, per una banalità ho dato uno schiaffo a mia figlia.

Non dimenticherò mai quegli occhi che penetravano nei miei occhi, scavando alla ricerca di una piccola favilla che le permettesse di riconoscere sua madre. Tu non sei più mia madre, mi ha detto implacabile.

Era così, aveva ragione lei. Ho sentito una stretta nella pancia. Ho avuto paura di perdere lei e sua sorella. Dovevo scuotermi da quel torpore e reagire. Così piano piano ho cominciato ogni tanto ad uscire dalla caverna. Prima per escursioni fugaci, poi per passeggiate sempre più lunghe.

Cominciavo la mia risalita a galla. Non potevo soccombere ai flutti della sorte. Lo dovevo a quelle due sorelline che mi guardavano con i loro occhi grandi. Come un naufrago mi sono aggrappata ad ogni sorta di relitto pur di riuscire a sopravvivere aspettando una nave amica che venisse a trarmi in salvo. Un giorno al lago ero seduta su di una panchina. Il sole caldo si rifletteva sulle acque striate ogni tanto da bianche vele. Stavo bene.

Quel sole mi entrava dentro e riscaldava ogni interstizio del mio corpo. Sentivo la vita che bramava dentro di me. La sentivo pulsare in ogni fibra, in ogni pezzo di carne. Ascolta un po’ questa canzone.

Mi dice mia figlia seduta accanto a me passandomi l’auricolare. La guardo e sorrido. Si è accorta del mio cambiamento ed ora vuole farmi rientrare nel suo mondo attraverso la porta della musica che lei ama.

Mi sento felice e sollevata. Ritrovo all’improvviso il mio senso nell’essere madre. Il ricordo di quell’amore infelice comincia piano piano a sbiadire. Ci vorrà del tempo, dovro’ prendermi cura del mio giardino inaridito, estirpare le erbacce, innaffiare, piantare nuovi semi, aspettando un’altra feconda primavera.

http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/kira/

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