Storie di donne – Clementine

Oggi la storia è quella di Clementine, una donna che si rende conto che nella sua vita dorata le manca qualcosa. Per un periodo si sente confusa, persa: ha un marito che la adora, un figlio tanto desiderato e un lavoro appagante. Cosa può mancarle?

Buona lettura 🙂

CLEMENTINE

Ogni mattino uscendo di casa prima di lui, scivolavo via dal suo corpo caldo forzatamente, lasciandolo dormire. Mi trovavo confusa e assonnata in cucina davanti alla mia tazza di latte caldo e scrivevo un biglietto di buongiorno e d’amore. Per lui. Che ricambiava facendomi trovare un bigliettino la sera. Buongiorno principessa. Buonanotte splendore.

Tutti i giorni. Anni di fidanzamento e di matrimonio, l’arrivo di un figlio, non avevano minimamente scalfito la dolce routine, le effusioni, l’atmosfera di amore e di pace che ci aleggiava intorno. Non sembrate una coppia sposata, ci dicevano in tanti, ma due fidanzatini innamorati come il primo giorno.

Queste dolcezze hanno allietato il mio matrimonio, all’apparenza perfetto e invidiato. Eppure sentivo dentro di me che mancava un pezzo di cuore. Si, da qualche parte qualcosa vacillava inesorabilmente. A volte mi ritrovavo in ufficio persa in pensieri lontani, in mondi immaginifici perdendo ogni contatto con la vita reale.

Qualcosa non quadrava. Il cerchio non si chiudeva perfettamente sulla mia vita di moglie e madre. Avevo la terribile sensazione di fingere, vivendo una vita che non mi apparteneva. Annaspavo nel tentativo di guardare nel vuoto immenso che si era aperto come una voragine dentro le mie viscere. Cosa mi mancava? Un marito innamorato e premuroso, un figlio desiderato e amato, un lavoro soddisfacente e redditizio.

Tutti i requisiti che questa società annovera fra quelli indispensabili per una vita felice e realizzata, io li avevo. Eppure non bastavano a farmi sentire piena.
Cominciarono le notti insonni senza un perché. Cominciò la paura di compromettere con i miei sempre più frequenti malumori ciò che avevo costruito e voluto più di ogni altra cosa al mondo. Quella casa, progettata, arredata, desiderata, stava diventando una prigione in cui la mia anima anelava a sentirsi libera e in pace.

Così mi hai trovata quando sei arrivata tu.

Ti ho vista ad un aperitivo. Eri in disparte con il tuo drink in mano. Ti guardavi intorno annoiata. L’istinto ha fatto prima di me, prima dell’elaborazione di un qualsiasi pensiero razionale, io ero lì accanto a te, a parlare di tutto e di niente, felice di essere inondata dal tuo sorriso immenso. Avevo perso la cognizione dello spazio e del tempo quando mio marito è venuto a dirmi che era ora di andare e mi ha chiesto di presentargli quella nuova amica. Ginevra, piacere.

Quella notte non ho fatto altro che pensare a te. Volevo rivederti. Avevo solo bisogno di rivederti. Al mattino ho bevuto il mio caffè in fretta e sono sgusciata via di casa con un solo obiettivo. Ritrovarti. Nella nostra conversazione mi avevi detto di lavorare in un’agenzia immobiliare dall’altra parte della città. Ho chiamato in ufficio dicendo che non sarei andata al lavoro quel giorno e sono venuta da te. Che follia!

Una donna mi aveva sconvolto le viscere gettandomi in preda ad una febbre delirante. La pancia era in subbuglio, ogni fibra del mio corpo tremolava, quando, ferma davanti alla vetrina dell’agenzia, cercavo il coraggio per entrare e chiederti se avevi voglia di pranzare con me. Ma i passi andavano da soli verso la tua scrivania, senza che io potessi ostacolare in qualche modo il loro procedere deciso e fermo. Passavo di qua, mangiamo insieme?
Si, volentieri… Allora il mio cuore non sbagliava quando si era illuso che anche per te quell’incontro era stato qualcosa di forte e travolgente. Impazzivo di gioia.

Come raccontare la felicità di quello e dei pranzi successivi. Oh quanti! Delle cene a casa sua, delle chiacchierate sul divano, delle passeggiate occhi negli occhi. Ginevra ed io.

Fare l’amore con lei era qualcosa di inebriante, mi sentivo persa, annullata e ricomposta ogni volta in ogni amplesso. Morivo e rinascevo nuova fra le sue braccia come un’immensa variopinta fenice.
Ero ossessionata dalle sue labbra.

Quando ero lontana da lei il pensiero di quelle labbra mi infiacchiva, non riuscivo a lavorare, a concentrarmi, a pensare. Desideravo solo perdermi in quella morbidezza languida.
Improvvisamente non sentivo più quel vuoto che mi inaridiva. Ginevra aveva colmato ogni interstizio della mia anima. Non desideravo altro che stare con lei, fare l’amore con lei. O starle semplicemente accanto.
Ero felice. A volte mi scoprivo a pensarla mentre una lacrima mi bagnava le gote.
Io amavo una donna, nel modo più completo e appassionato, come non mi era mai successo con un uomo, mai. Carezze di mani femminili avevano indicato al mio corpo arrendevole sentieri di un piacere inimmaginabile, indescrivibile.

Cominciò così la mia vita a metà. Di giorno ancora moglie e madre, la sera spesso amante clandestina. Ottemperavo ai miei compiti di donna sposata: la spesa, la preparazione di pranzi e cene, il bambino da scuola, la piscina.

Ma dentro mi ribolliva un fuoco che mi faceva sentire viva e felice, facendo vibrare ogni molecola del mio corpo. Quante bugie e quante scuse per coprire quel fuoco. Mi sottraevo sempre più spesso alle mani di mio marito che mi cercavano di notte, nel buio. Mi sentivo sporcata da quel tocco per me ormai rude.

Volevo sentire su di me solo le mani piccole e leggere di Ginevra. La dolcezza e il modo con cui lei sapeva toccare il mio corpo trepidante, accendevano le corde della mia eccitazione, ben lontani dalla frettolosità e dalla forza con cui mio marito cercava di avvicinarsi a me.

Dovevo andare via. Non potevo sopportare oltre l’oltraggio. Ero stanca delle troppe bugie, della falsità di cui stavo circondando la mia vita. E poi volevo stare con lei, svegliarmi e addormentarmi fra le sue braccia. Ogni giorno.
Così, in una serata di giugno, le finestre aperte sul caldo incipiente, mi sono seduta accanto a lui e gli ho detto di non amarlo più, di provare sentimenti grandi e nuovi per una persona. Ho omesso che si trattava di una donna. Non volevo sconvolgerlo più di quanto lo fosse già. Ma non passò molto tempo che la verità ruppe i suoi argini, impetuosa e inarrestabile.

Seguirono giorni di lotta feroce, di ferite profonde. Mio marito non accettava quella verità troppo dura per il suo orgoglio di maschio ferito: sua moglie andava via di casa per un’altra donna.
E poi mio figlio. In mezzo a liti e deliri quotidiani. Conteso fra le ragioni di un padre che accampava pericolose conseguenze della mia infausta scelta sulla sua psiche.

Avvocati, psicologi, giudici, amici non più amici, avvelenavano le mie pesanti giornate.
Poi però la sera mi ritrovavo davanti ad un bicchiere di vino e ad i suoi occhi belli, al suo sorriso inebriante di fronte ai quali tutto sembrava ritrovare il suo senso. Le notti passate con lei, persa nel profumo amaro della sua pelle di seta, mi davano la forza di affrontare i miei giorni difficili.

Ancora oggi perdura la mia battaglia. Una lotta senza quartiere per rivendicare la legittimità del nostro amore. Per cercare di non farmi sopraffare dai sensi di colpa per aver perso la quotidianità con mio figlio. Niente più bacetti al mattino e coccoline di sera, ma solo incontri asettici per qualche ora in luoghi anonimi che mi tolgono il fiato e le parole per dirgli quanto lo amo e quanto mi manca. Brevi telefonate. Com’è andata a scuola? Mentre un ” come al solito mamma” chiude la porta alla nostra conversazione sul nulla. Un macigno pesante.

A volte mi sveglio nel cuore della notte in preda ad un’angoscia indescrivibile. Pensieri che creano ingorghi interiori, cervellotici risvegli notturni e sogni deliranti. Ma soprattutto un’idea che mi gela le vene: che lei non ci sia più accanto a me e che il mio letto diventi d’improvviso freddo e vuoto.

Allora mi prende la voglia di stringerla a me, fortissimamente, per saldare il suo corpo al mio, mescolando la carne alla carne. Lei si sveglia mi sorride e mi riempie la faccia di baci.
Le mie domande rimangono inespresse, nella gola secca. E se dovesse finire fra noi? Se un giorno fossi esiliata dal suo giardino in fiore, se la perdessi per sempre?

Penso e ripenso: è davvero così importante capire cosa siamo, in amore? Perché l’amore ci cambia, ci devasta, ci fa evolvere, perdiamo noi stessi, i nostri confini di uomo e donna, il nostro sesso, e diventiamo altro.
Non trovo le risposte che cerco.

So solo che oggi non sono più la donna che ero, che scriveva biglietti di buongiorno al marito nella sua vita “quasi perfetta”. Ho puntato tutte le mie fiches su questo numero, per me vincente nella roulette della vita.

preso dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clementine/

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