Storie di donne – Clara

Un grande amore, la malattia, il tradimento e la scelta di Clara di lasciar andare quell’amore rubato.

La nascita non è mai sicura come la morte. È  questa la ragione per cui nascere non basta. E’ PER RINASCERE CHE SIAMO NATI

Pablo Neruda

CLARA

Una stanza anonima, una poltrona come quelle che vedi dal dentista, una piantana con appesa una flebo riempita di liquido arancione e tu, adagiato, completamente attonito con un braccio teso all’infermiera e lo sguardo atterrito e perso a cercare i miei occhi. Hai stretto più forte la mia mano nel preciso istante in cui quel maledetto ago bucava la vena e goccia dopo goccia iniziavi la tua prima chemio.

Non ricordo più cosa ho inventato, come ho fatto, ma riuscii a raggiungerti, a varcare la porta di quell’ospedale enorme e senza nemmeno sapere dove fossi, sono riuscita a trovarti ed a intrufolarmi in quella stanza. Lo stupore attonito sul tuo viso nel vedermi lì, ha cancellato ogni mia paura, ogni senso di colpa.

Chemioterapia?

Sì, era una chemio quella che stavi per fare. Goccia dopo goccia quel liquido arancione avrebbe distrutto quel maledetto tumore che si era impossessato del tuo sangue, proprio mentre stavamo vivendo una favola, ricatapultandoci con violenza inaudita nella realtà.

Chemioterapia? sì, proprio quella cosa lì di cui tutti abbiamo sentito parlare, ma che nessuno ha il coraggio di chiedere esattamente cos’è, cosa ti fanno, come si fa.

In quella stanza, nulla più che una flebo ed io che avevo potuto tranquillamente entrare  senza che nessuno mi fermasse o mi chiedesse nulla. E noi, lì, occhi negli occhi a scrutarci dentro al cuore, a parlare con leggerezza e con il sorriso di noi due, di quell’amore assurdo agli occhi di tutti che ci aveva travolto un anno prima, inaspettato e potente, sconvolgendo le vite tranquille di due famiglie invidiate da tutti.

La signora anziana accanto alla tua poltrona con il suo ago conficcato nel braccio, ci guardava stranita e stupefatta per le nostre risate soffocate, così fuori luogo in quel posto fatto di angoscia e molecole di cloroformio.

E mentre le gocce fluivano, una dopo l’altra, noi ci organizzavamo per la sciata del giorno dopo. Non ti lasciavo guardare quell’ago e ti facevo parlare, ti sommergevo di chiacchiere leggere, piene di progetti,  ti stordivo di programmi, ti facevo fare promesse grandi.

E così, impedendoci l’un l’altro di parlare di quel tumore, scoprivamo insieme che la nausea non arrivava e che il giorno dopo la chemio potevi guidare, sciare, mangiare polenta e funghi, dormire al freddo in una baita sperduta nella neve e regalarmi un’intera notte d’amore.

Chemio dopo chemio, controllo dopo controllo, abbiamo scoperto che non stavi poi così male, che riuscivi a prendere un aereo e fuggire via per un weekend, che potevi mescolarti alla folla esultante e vedere quel concerto senza smettere un attimo di cantare e ballare stretto a me, che potevi correre sotto un violento temporale estivo con i vestiti fradici e le scarpe in mano e fermarti a baciarmi all’improvviso nell’androne di un vecchio palazzo, storditi ed inebriati.

E scoprire che era bello accarezzare quella testa, ormai senza capelli e guardare il tuo viso senza più sopracciglia. Potevamo ancora far l’amore per ore anche subito dopo una chemio e sorridere alle parole di quel medico mentre  ti diceva che era normale se non riuscivi più a farlo.

Noi, che non potevamo buttare quei pochi attimi per stare insieme, avevamo intuito che nei nostri lunghissimi abbracci e in quei baci interminabile c’era qualcosa di onnipotente, di taumaturgico, una inspiegabile alchimia e così, chemio dopo chemio, leggendo insieme le pagine di un libro, ascoltando insieme il tuo Ipod, raccontandoci, sognando il nostro futuro, siamo arrivati sino lì, al giorno in cui, davanti a te, con le tue braccia ancora segnate dai lividi lasciati da aghi appuntiti, ho aperto quella busta e ti ho letto quel referto che decretava la totale remissione. Il tuo cancro non c’era più.

Ci eravamo incrociati qualche anno prima per puro caso, ci eravamo amati come mai ne’ tu ne’ io eravamo stati capaci di fare.

E lì, in quel preciso istante, ho realizzato che era giunto il momento di lasciarti andare.

Sei entrato nella mia vita nel momento sbagliato, non sarebbe stato possibile andare oltre, i nostri figli non l’avrebbero mai accettato.

Ci riprendevano ognuno il suo dono. Quell’amore aveva sortito l’effetto più grande: tu eri guarito  e io avevo aperto gli occhi sulla mia vita.

Trovavo il coraggio di chiudere con un matrimonio finito e una vita che non poteva più essere la mia.

Riprendevo la mia vita in mano. Camminando da sola, con i miei ragazzi accanto, ricominciavo tutto da capo : un nuovo lavoro, un futuro nuovo pieno di incertezze, di difficoltà e di paura davanti.

Ti ho restituito a lei e ai tuoi figli.

Sei stato uno dei regali più preziosi che la vita mi abbia fatto, accanto a te ho scoperto cosa vuol dire veramente amare, senza riserve.

Come promesso non ci siamo mai più cercati. Abbiamo ripreso a percorrere i passi delle nostre vite, su due strade parallele.

Ed eccomi qua, con la vita che è tornata a stupirmi. Il tempo che è passato ha scavato, smussato, decomposto. Fino a quando sei arrivato tu, l’uomo di primavera.

Perché la vita sa farti rinascere, sempre.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clara/

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