Quiz Time! 175

Siete pronti per la domanda di oggi?

Se vorrete, potrete dare la risposta nei commenti.

La risposta giusta sarà pubblicata domani. In bocca al lupo!

Are you ready for today’s question? Look carefully at the image!!!

If you wish, you can answer in the comments.

The correct answer will be published tomorrow. Good luck!

QUIZ – QUIZ MATEMATICO

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QUIZ – MATH QUIZ

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La risposta al quiz di ieri (QUIZ – CHE COS’E’?)/The answer to yesterday’s quiz (QUIZ – WHAT IS IT?):

Soluzione/Solution

1- Terminator (occhio/eye)
2- I Gremlins (sotto la panchina/under the bench)
3- Forrest Gump (immagine principale di Tom Hanks/Image of Tom Hanks)
4- Jumanji (gioco da tavolo/table game)
5- Edward mani di forbice/edward scissir hands (personaggio sullo sfondo/character on the background)
6- E.T. l’extra-terrestre (sullo sfondo la bicicletta che vola in alto a sinistra/the bycicle on the background)
7- Ghostbusters (il fantasma sotto la panchina/the ghost under the bench)
8- Space Jam (l’adesivo sulla panchina/the sticker on the bench)
9- Ritorno al futuro/Back to the future (il volopattino in basso a sinistra/image on the lower left of the image)
10- Pulp Fiction (dietro il gioco da tavolo ecco Samuel Jackson e John Travolta/behind the table game you can see Samuel Jackson and John Travolta)
11- Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi/honey, I shrunk the kids (in basso a destra sulla panchina/on the lower right of the image, on the bench)
12- Jurassic Park (il barattolo della schiuma da barba Barbasol/on the shaving cream)
13- Fusi di testa/Wayne’s world (adesivo sulla panchina/sticker on the bench)
14- Hook – Capitan Uncino (sul lato destro l’uncino/the hook on the right side of the image)
15- Bigfoot e i suoi amici (Bigfoot è vicino all’albero/Bigfoot is next to the tree)
16- Mamma ho perso l’aereo/Home alone (tra le scritte sulla panchina/among the writings on the bench)
17- Predator (tra le scritte sulla panchina/among the writings on the bench)
18- Indiana Jones (la statua d’oro/the golden statue)
19- Batman (logo Wayne sulla scatola di cioccolato/Wayne logo on the chocolate box)
20- Corto Circuito/Short circuit (robot sulla destra al margine dello schermo/robot on the right side of the screen)
21- La storia infinita/the nener ending story (collana/necklace)
22- I Goonies (medaglia di bronzo nella tasca della giacca di Tom Hanks/bronze medal in Tom Hanks’ pocket)
23- Last Action Hero – L’ultimo grande eroe (c’è il logo “Admit One” sulla panchina/”Admit one” logo on the bench)
24- Titanic (collana sul collo di Edward mani di forbice/necklace on Edward scissorhands)
25- Scemo e più scemo/Dumb and Dumber (uomini in moto/men on the motorcycle)
26- Mars Attack (angolo in alto a destra/upper right side)
27- Big Lebowski (tasca della giacca/pocket on the jacket)

indovinello preso da: https://www.corriere.it/tecnologia/didattica-a-distanza/cards/quiz-indovinelli-rete-passare-tempo-tenere-allenato-cervello/soluzione-ecco-come-scovare-indizi.shtml


Storie di donne – Sally

Oggi raccontimao la storia di Sally, che dopo tanto dolore nella sua famiglia d’origine, lacerata dai litigi, si ritrova a dover provare la stessa sofferenza nella sua vita matrimoniale.

“L’inizio della fine
Ecco, inizio da qui. Oggi è l’inizio della fine.
Mi sento così, con questa rivelazione, che assomiglia all’epifania di quando ti ho preso tra le braccia la prima volta, quando mi sono sentita così potente da essere stata capace di partorire, di far nascere dal mio ventre nuova vita. È stata un’esplosione, l’accendersi di una lampadina che ha spento improvvisamente il buio che ha coperto per anni quello che non sapevo, quello che non potevo conoscere prima. Sono una madre, sì. Sono la tua mamma. E quella volta, la prima volta che si è spento il buio, è quando sei nato tu. In quel momento ho capito che niente sarebbe stato più lo stesso”.

SALLY

Ma questa volta sono io a nascere, o meglio a ri-nascere. Ci vuole coraggio sai? Ci vuole coraggio, a rimettersi in discussione, a guardare dentro questo vaso dove tutto entra, a volte con violenza, a volte goccia a goccia, ma quasi niente esce.
Eppure sono qua, dopo tutto, dopo tutti questi anni di luce soffusa e penombra, dopo la luce che hai portato tu, dopo il dolore che spezza tutto, l’abbandono, i sacrifici, la rabbia, la delusione, la confusione….Si’, la confusione….
C’è una gran confusione, qui dentro, i ricordi si mescolano, i dolori sbiadiscono col tempo ma non scompaiono, rimangono come cunei e l’unica prova è l’acqua, le gocce che stillano, come un rubinetto rotto, perché il vaso è pieno e per non esplodere lascia sfiatare questa pentola a pressione.
Chi sono, chi sono stata finora? Sono stata figlia, sorella, spettatrice, attrice.

Sono stata fidanzata, moglie e Madre. Ecco ora sono tua Madre, ma forse sono sempre stata un po’ madre, perché nella mia famiglia ero la sorella maggiore. Con più responsabilità, con l’impegno la mattina di accompagnare mia sorella più piccola alla materna, prima di andare a scuola, e dopo l’impegno di andare a riprendere mia sorella mezzana. Quando ero alle medie, uscivo alle 4 e aspettavo mia sorella per tornare a casa insieme.
Sono piccole cose, lo so, ma già a 12 anni avevo la Responsabilità. Ecco un altro leit motiv: la Responsabilità. Credo di non essere mai stata solo figlia. Beh, in effetti, al mio primo compleanno c’era già mio fratello, quel fratello tanto odiato, ma forse l’unica persona che mi ha mai permesso di comportarmi da bambina. Con lui sono stata piccola, gli rubavo il ciuccio, lo facevo piangere, sono (stata?) invidiosa delle attenzioni che i miei genitori gli riservavano, ma tutto sommato, anche se non lo ricordo più, con lui sono stata bambina.
Poi, quando 5 anni dopo mio fratello, è arrivata mia sorella, ecco, lì è finita la mia infanzia. È finita subito dopo la gioia, l’emozione che solo una nascita può dare, dopo la soddisfazione di aver vinto la scommessa contro mio fratello e quella di avere un nuovo bambolotto per casa.

Già, perché se lì finiva la mia gelosia, con la vittoria per una nuova sorellina, lì iniziava la battaglia tra di loro, la gelosia di mio fratello verso mia sorella. Infine, dopo altri 5 anni eccoci al completo: 4 figli e due genitori. Una mamma, un papà, la sorella maggiore, un fratello e due sorelle. Tanti per una sola famiglia, ma soli in un paese senza radici per i miei genitori, emigrati dal sud.
Che famiglia eravamo? Una famiglia speciale, una famiglia normale, forse entrambe le cose, chi lo sa? Alla fine ogni famiglia è unica e tutto dipende da chi ne fa parte. I miei genitori non sono mai andati d’accordo. Per tanto tempo mi sono chiesta che ci facessero ancora insieme a urlarsi e rinfacciarsi cose successe prima che nascessi io, prima che si sposassero, come facessero a tenere a mente tutti quei dettagli anni, a volte decenni, dopo che erano successi? Io non ce la faccio, io dimentico, che fatica tenere a mente gli episodi dolorosi, meglio lasciar scivolare, lasciar levigare la sabbia sul bagnasciuga, preparare un foglio bianco per il prossimo capitolo.
Ecco, è così, non li ho mai capiti i miei genitori. Perché continuare a farsi del male? Eppure dopo le peggiori litigate, dopo gli schiaffi, i silenzi assordanti, i mesi a dormire sul divano, a non parlare, neppure coi propri figli, a rinfacciarsi di tutto davanti a noi… eppure, dopo l’avvocato, le minacce, le suppliche, alla fine lui in ginocchio implorava lei di perdonarlo. E così facevano pace, la serenità durava il tempo di qualche scampagnata e si ricominciava, ed ogni volta rivivevamo le stesse cose, anche se ogni volta era come fare un passo in più, un passo in più verso la follia.
Ed io cosa facevo? Io ero la sorella maggiore e mi sentivo Responsabile perché dovevo proteggere i miei fratelli. Così, quando mamma e papà litigavano, ci chiudevamo in camera o in bagno e ci raccontavamo favole, a volte cercavamo di origliare le litigate per capire di chi era la colpa quella volta. Facevamo il gioco dei presupposti, per distogliere le attenzioni dalle grida, lo avevo inventato in un momento di tensione per spiegare a mia sorella che c’è una ragione se le persone si comportano in un certo modo, basta capire qual è il loro presupposto, la loro convinzione, cosa gli passa per la testa prima di dire o fare qualcosa. L’avevo dimenticato, me lo ha ricordato proprio mia sorella poco tempo fa.
Quando capitava che ci fossi solo io in casa, invece, cercavo di mediare, facevo domande e davo risposte, spiegavo all’uno le motivazioni dell’altro e viceversa. Mi sentivo responsabile anche verso di loro, come se la famiglia l’avessi creata io con la mia nascita e non loro col loro matrimonio. È incredibile come una bambina insicura e timida riesca a sentirsi così onnipotente ed egocentrica. Eppure mi sentivo la causa di tutto quello che succedeva in famiglia, tutto il bello e tutto il brutto erano in qualche modo colpa mia.
Crescendo i problemi sono aumentati, non poteva che essere così, questo ora lo so, ma quando ero lì in mezzo tra urla e strilli di mamma e papà che si sommavano a urla, strilli e botte tra mio fratello e mia sorella, non mi capacitavo di come le cose andassero sempre solo peggio. Ed eccolo il momento peggiore. Ero alle superiori, un periodo delicato di per sé, il periodo delle trasgressioni e dell’autodeterminazione di sé, ed io vivevo come sempre la mia vita da sorella maggiore, uscivo portandomi dietro una sorella, a volte due, sempre borbottando perché ero l’unica ad avere delle incombenze, l’unica ad avere dei doveri, l’unica ad avere degli orari. Già, perché mio fratello, invece, poteva uscire senza avere nessun compito, neppure comprare il pane, poteva andarsene e tornare quando gli pareva e ovviamente non doveva portarsi dietro le sorelle.
Eppure, nonostante tutti i suoi privilegi, mio fratello ha sempre vissuto male la nascita della terzogenita che gli aveva tolto il ruolo di principino di casa e crescendo questa gelosia era aumentata a dismisura, con urla e litigi continui tra i due fratelli, invariata e forse anche aumentata dopo la nascita dell’ultimogenita. Più il tempo passava più la situazione degenerava. I miei genitori lavoravano entrambi ed erano fuori casa tutti i giorni tutto il giorno. Ora che sono dall’altra parte comincio a capire la fatica e le difficoltà che hanno avuto, ma ciò non toglie che non siano riusciti ad intervenire con autorevolezza prima che i litigi normali tra fratelli sfociassero in lotte violente e pesanti per i motivi più disparati e assurdi. Per esempio, l’affronto irrecuperabile che faceva scattare mio fratello era che mia sorella accendesse la luce per attraversare la stanza in cui lui faceva il suo riposino pomeridiano dopo la scuola (peccato che fosse il salotto). Insomma, il pomeriggio dopo la scuola la casa diventava un campo di battaglia e la sera mamma e papà potevano solo raccogliere alcune lamentele che non servivano a fargli prendere in mano la situazione, almeno non in modo efficace. Le litigate peggioravano di mese in mese, a volte era anche capitato che mia sorella si allontanasse di casa per sfuggire a mio fratello. Ed io? Cercavo di mediare, ma di fronte a due muri di gomma alla fine mi schieravo sempre con quella che mi sembrava la parte debole che era anche dalla parte opposta del mio odiato fratello, almeno da quando avevo un anno.
L’adolescenza è un periodo difficile per tutti, ma per due genitori troppo concentrati sui propri litigi forse l’adolescenza di due figli insieme poteva essere troppo, e così semplicemente io ho scelto di non dare problemi, non più di quelli che potevo dare nelle litigate tra me e mia sorella contro l’odiato fratello.
Non ho mai sgarrato, mai bigiato la scuola, mai fumato sigarette o altro (che a scuola giravano), niente, per scelta. Perché vedevo talmente tanta follia intorno a me (menar mani per una luce accesa o un telecomando) che la ribellione più grande pensavo fosse la normalità.
Ma la mia normalità non ci ha tenuti al riparo dai problemi. Ovviamente il sottofondo erano i litigi tra i miei genitori, a cui si sommavano i problemi scolastici, relazionali e di cattive compagnie di mio fratello, e i problemi tra i due fratelli mezzani. Tutto ovviamente si ripercuoteva sull’intera famiglia. Mio padre, arrivato allo stremo più di una volta ha tentato di scappare, mia sorella più piccola alle elementari aveva attacchi di panico ed io, continuavo a sentirmi Responsabile.
Talmente Responsabile che dopo una furiosa lite e botte connesse tra mio fratello di 21 anni, alto 1,80 m per circa 90 chili, verso mia sorella di 16 anni che ne pesava almeno 20 di meno e in cui lei aveva minacciato di chiamare i carabinieri…. Beh, io ce l’ho accompagnata dai carabinieri, per chiedere il loro aiuto nei confronti di un fratello ingestibile e convinto di poter fare quello che gli pareva, forte della sua stazza.
Talmente Responsabile che quando mio padre per due notti non è rientrato a casa, io le ho passate a gironzolare per il paese da sola alla ricerca della sua macchina parcheggiata davanti al cimitero, dove si rifugiava per fuggire al delirio.
Talmente Responsabile che lo chiamavo di nascosto senza dirlo a mia madre per sapere se era ancora vivo, e quando una volta è tornato ubriaco fradicio sono scesa io a pulire il vomito davanti all’ingresso di casa
Talmente Responsabile che il giorno dopo il mio esame di maturità l’ho cercato per tutta la notte finchè non l’ho trovato chiuso in box dentro la macchina accesa con un tubo che portava dentro l’abitacolo il gas di scarico da cui l’ho dovuto trascinare fuori urlando e piangendo
Sempre Responsabile. Sempre tutta colpa mia.
Ma questo è un peso troppo grosso da portare. Adesso lo capisco.
Allora no, non lo potevo e non lo volevo capire e per proteggermi potevo solo allontanarmi, stare il più possibile fuori casa, presa in tutti gli impegni possibili pur di non stare in famiglia. Volevo evadere, trovare un’altra dimensione fuori da li’.
Il mio sogno era avere un’altra casa in cui rientrare la sera.

Fino a quando non ho incontrato lui. Il il tuo papà, proprio lui, ed è stato un amore grande, totalizzante, che mi ha fatto rimettere tutto in discussione. Con lui vicino, tutto ad un tratto, e per la prima volta, mi sono sentita spalleggiata, protetta, ascoltata.
Ora so che è stato un abbaglio, ma io ho vissuto per 8 anni come se fosse per sempre, pensando di aver trovato l’amore, la luce, l’altra metà che avrebbe potuto completare la mia. Da quando ci siamo conosciuti abbiamo iniziato a progettare, prima una casa insieme, poi il matrimonio (anzi 2!) e per finire abbiamo voluto TE, LA LUCE, senza ombre.
Per 8 anni sono stata felice, consapevole della mia felicità, incurante di quello che dicevano gli altri, perché io stavo bene, non chiedevo altro e mi sentivo grata per il fatto di rendermi conto di quanto fossi felice. Anche rientrare in casa dei miei genitori era diventato piacevole, perché sapevo che a fine serata potevo chiudermi la porta alle spalle e tornare a casa nostra, nel nido che faticosamente avevamo costruito solo con i nostri sacrifici.
Ma è finita.
E questa fine è stata distruttiva per me, devastante, mi ha fatto crollare psicologicamente. All’improvviso e senza un perché il mio principe azzurro decide che non ne può più (ma di cosa? Di chi?).
Per mesi ho cercato una spiegazione, una risposta, ma forse una risposta non c’è, le cose finiscono anche senza una ragione, proprio come il mio sogno, quello che consapevolmente sapevo di aver costruito e rimiravo ogni giorno, svanito senza che lo avessi mai perso di vista.
Nel giro di una notte mi sono ritrovata sola, in una casa che improvvisamente sentivo come estranea, senza un marito, da sola, con un bimbo di due anni che avevo la Responsabilità di proteggere ed educare, con la sola certezza che non volevo per nessun motivo che passasse quello che avevo passato io. Mio marito non vuole più stare con me?

Io ho provato in tutti i modi a fargli capire che non doveva prendere una decisione affrettata, che poteva pensarci con calma anche fuori di casa, mantenendo dei rapporti civili per il bene di nostro figlio. L’unica cosa che sapevo che non avrei mai potuto affrontare era un avvocato.

“Fai quello che vuoi, prenditi tutto il tempo che vuoi, se metti in mezzo un avvocato però mi dispiace ma per me è finita”. Non potevo neanche pensare di ripercorrere la strada dei miei genitori.

Purtroppo, però, un giorno è arrivata proprio la lettera di un avvocato.

Un’altra mazzata, ma da lì mi sono detta: Ok, il limite è stato superato, allora bisogna guardare avanti, a testa alta e andare oltre, ormai indietro non si torna.

È stata dura, è ancora dura, sentirsi sola, abbandonata da tutti e avere la Responsabilità di crescere un figlio, avere sempre paura di sbagliare, affrontare da sola tutto, dalla mattina alla sera, le notti con la febbre, i dubbi e la stanchezza.

E’ dura, ma lo sto facendo con tutto l’impegno possibile mettendocela davvero tutta.

E so che ce la farò!!

Da oggi rinasco perché voglio guardarci dentro alla mia vita, partendo dalla mia infanzia e svuotare il vaso, far asciugare finalmente al sole tutti i miei stracci e non voglio più che le lacrime scendano per evitare di scoppiare. Tolgo il cuneo, faccio uscire le emozioni e finalmente faccio spazio per accogliere quello che sarà.

Se volete vedere il video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/1346830472149278

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/sally/

Women’s stories – Sally

Today I tell the story of Sally, who after so much pain in her family of origin, torn by quarrels, finds herself having to experience the same suffering in her married life.

“The beginning of the end, I start from here. Today is the beginning of the end. I feel this way, with this revelation, which resembles the joy of when I took you in my arms for the first time, when I felt so powerful that I was able to give birth, to give birth to new life from my womb.

It was an explosion, the lighting of a light bulb that suddenly turned off the darkness that covered for years what I did not know, what I could not know before.

I am a mother, yes. I am your mom. And that time, the first time the darkness went out, is when you were born. At that moment I realized that nothing would ever be the same “.

SALLY

But this time it is me who is born, or rather, who is reborn. It takes courage, you know? It takes courage, to question ourselves, to look inside this vase where everything enters, sometimes with violence, sometimes drop by drop, but almost nothing comes out. Yet I am here, after all, after all these years of soft light and dim light, after the light that you brought, after the pain that breaks everything, the abandonment, the sacrifices, the anger, the disappointment, the confusion…. ‘, the confusion…. There is a great confusion here, the memories mix, the pains fade with time but do not disappear, they remain like wedges and the only proof is the water, the dripping drops, like a broken tap, because the vase is full and in order not to explode let this pressure cooker vent. Who am I, who have I been so far? I have been a daughter, sister, spectator, actress.

I have been engaged, wife and mother. Now I am your mother, but perhaps I have always been a bit of a mother, because in my family I was the elder sister. With more responsibility, with the commitment in the morning to accompany my younger sister to the nursery, before going to school, and after the commitment to go and pick up my middle sister. When I was in junior high, I went out at 4 and waited for my sister to come home together. They are small things, I know, but at the age of 12 I already had the Responsibility. Here is another leitmotif: Responsibility. I guess I was never just a daughter. Well, in fact, on my first birthday there was already my brother, that much hated brother, but perhaps the only person who has ever allowed me to behave as a child. I was little with him, I stole his pacifier, I made him cry, I (was?) Envious of the attention my parents gave him, but all in all, even if I don’t remember it anymore, I was a child with him. Then, when 5 years after my brother, my sister arrived, that’s where my childhood ended. It ended immediately after the joy, the emotion that only a birth can give, after the satisfaction of having won the bet against my brother and that of having a new baby doll for the house.

Yes, because if my jealousy ended there, with the victory for a new little sister, there the battle between them began, my brother’s jealousy towards my sister. Finally, after another 5 years we are complete: 4 children and two parents. A mom, dad, older sister, brother and two sisters. Many for a single family, but alone in a country without roots for my parents who emigrated from the south. What family were we? A special family, a normal family, maybe both, who knows? In the end, every family is unique and it all depends on who is part of it. My parents never got along. For a long time I wondered if they were still screaming and screaming at each other about things that happened before I was born, before they got married, how did they keep in mind all those details years, sometimes decades, after they happened? I can’t do it, I forget, how hard it is to keep painful episodes in mind, better to let it slip, let the sand smooth on the shore, prepare a blank sheet for the next chapter. Well, that’s it, I never understood my parents. Why keep harming yourself? Yet after the worst fights, after the slaps, the deafening silences, the months of sleeping on the sofa, not talking, not even with their children, to blame everything in front of us … and yet, after the lawyer, the threats, the pleas , in the end he on his knees begged her to forgive him. And so they made peace, the serenity lasted the time of some picnic and we started again, and each time we relived the same things, even if each time it was like taking one more step, one more step towards madness. And what was I doing? I was the elder sister and I felt Responsible because I had to protect my brothers. So, when mom and dad argued, we locked ourselves in the room or bathroom and told each other stories, sometimes we tried to overhear the arguments to figure out who was to blame that time. We played the game of the assumptions, to divert attention from the screams, I had invented it in a moment of tension to explain to my sister that there is a reason why people behave in a certain way, just understand what their assumption is, their belief, what goes through their minds before they say or do something. I had forgotten it, my sister just reminded me a short time ago.

When it happened that there was only me in the house, however, I tried to mediate, I asked questions and gave answers, I explained to one the motivations of the other and vice versa. I also felt responsible towards them, as if I had created the family with my birth and not them with their marriage. It’s amazing how an insecure and shy little girl can feel so omnipotent and self-centered. Yet I felt the cause of everything that happened in the family, all the good and all the bad was somehow my fault. Growing up the problems have increased, it could only be like this, I know this now, but when I was there in the middle between the screams and screams of mom and dad that added to screams, screams and blows between my brother and my sister, I could not understand how things always got only worse. And here is the worst moment. I was in high school, a delicate period in itself, the period of transgressions and self-determination, and I lived my life as an older sister as always, I went out carrying one sister, sometimes two, always mumbling because I was the the only one to have duties, the only one to have duties, the only one to have schedules. Yes, because my brother, on the other hand, could go out without having any task, not even buying bread, he could go and come back whenever he wanted and obviously he didn’t have to take his sisters with him.

Yet, despite all his privileges, my brother has always lived badly the birth of the third child who had taken away the role of prince of the house and growing this jealousy had increased dramatically, with screams and continuous quarrels between the two brothers, unchanged and perhaps also increased after the birth of the last child. The more time passed the more the situation degenerated. My parents both worked and were away from home everyday all day. Now that I am on the other side I begin to understand the fatigue and difficulties they have had, but the fact remains that they were not able to intervene with authority before the normal quarrels between brothers resulted in violent and heavy fights for the most disparate reasons and absurd. For example, the irrecoverable insult that triggered my brother was that my sister turned on the light to cross the room where he took his afternoon nap after school (too bad it was the living room). In short, in the afternoon after school the house became a battlefield and in the evening mom and dad could only collect some complaints that did not help them take matters into their own hands, at least not effectively. The quarrels got worse from month to month, sometimes it even happened that my sister left home to escape my brother. And me? I tried to mediate, but in front of two rubber walls in the end I always sided with what seemed to me the weak side who was also on the opposite side of my hated brother, at least since I was one year old.

Adolescence is a difficult period for everyone, but for two parents too focused on their quarrels, perhaps the adolescence of two children together could be too much, and so I simply chose not to give problems, no more than I could give in the fight between me and my sister against the hated brother. I have never failed, never failed the school, never smoked cigarettes or anything else (which went around in school), nothing, by choice. Because I saw so much madness around me (hitting hands for a light on or a remote control) that the biggest rebellion I thought was normal. But my normality didn’t keep us safe from problems. Obviously the background was the quarrels between my parents, to which were added the scholastic, relationship and bad company problems of my brother, and the problems between the two middle brothers. Everything obviously affected the whole family. My father, when he was exhausted more than once, tried to escape, my younger sister in elementary school had panic attacks and I continued to feel Responsible. So responsible that after a furious dispute and beating connected between my 21-year-old brother, 1.80 m tall for about 90 kilos, towards my 16-year-old sister who weighed at least 20 less and in which she had threatened to call the police …. Well, I accompanied her to the carabinieri, to ask for their help with an unmanageable brother and convinced that he could do what he wanted, thanks to his size. So responsible that when my father did not come home for two nights, I spent them wandering around the village alone in search of his car parked in front of the cemetery, where he took refuge to escape the delirium. So responsible that I called him secretly without telling my mother to find out if he was still alive, and when he came back dead drunk I went downstairs to clean up the vomit in front of the house entrance So responsible that the day after my high school exam I looked for him all night until I found him locked in the box inside the car turned on with a pipe that carried the exhaust gas from which it came into the cockpit. had to drag out screaming and crying Always Responsible. Always all my fault. But this is too big a burden to carry. Now I understand it. So no, I couldn’t and I didn’t want to understand it and to protect myself I could only get away, stay away from home as much as possible, taking on all possible commitments to avoid being with the family. I wanted to escape, find another dimension out of there. My dream was to have another home to return to in the evening.

Until I met him. Your dad, just him, and it was a great, engaging love that made me question everything. With him close, all of a sudden, and for the first time, I felt supported, protected, listened to. Now I know it was a mistake, but I lived for 8 years as if it were forever, thinking I had found love, light, the other half that could have completed mine. Since we met we started planning, first a house together, then the wedding (or rather 2!) And finally we wanted YOU, THE LIGHT, without shadows. For 8 years I was happy, aware of my happiness, regardless of what others said, because I was fine, I asked for nothing more and I felt grateful for the fact that I realized how happy I was. Even returning to my parents’ house had become pleasant, because I knew that at the end of the evening I could close the door behind me and return to our home, to the nest that we had laboriously built only with our sacrifices.

But it’s over. And this ending was destructive for me, devastating, it made me psychologically collapse. Suddenly and without a reason, my prince charming decides that he can’t take it anymore (but of what? Of whom?). For months I have been looking for an explanation, an answer, but perhaps there is no answer, things end up even without a reason, just like my dream, the one I consciously knew I had built and gazed at every day, vanished without my having it never lost sight of. In the space of one night I found myself alone, in a house that I suddenly felt like a stranger, without a husband, alone, with a two-year-old child whom I had the responsibility to protect and educate, with the only certainty that I did not want for anyone. reason that what I went through was going through. Does my husband no longer want to be with me?

I tried in every way to make him understand that he should not take a sudden decision, that he could think about it calmly even outside the home, maintaining normal relations for the good of our son. The only thing I knew I could never face was a lawyer. “Do what you want, take all the time you want, but if you put a lawyer in the middle, I’m sorry but it’s over for me.” I couldn’t even think of retracing my parentspath.

Unfortunately, however, one day the letter from the lawyer arrived. Another blow, but from there I said to myself: Ok, the limit has been exceeded, so you have to look forward, head high and you must go further, now there’s no turning back.

It was hard, it is still hard, feeling alone, abandoned by everyone and having the responsibility of raising a child, always being afraid of making mistakes, facing everything alone, from morning to evening, nights with fever, doubts and tiredness . It is hard, but I am putting all the possible commitment, putting my best effort into it. And I know I’ll make it !!

From today I am reborn because I want to look inside my life, starting from my childhood and empty the jar, finally let all my rags dry in the sun and I no longer want the tears to fall to avoid bursting.

I remove the wedge, let out the emotions and finally make room to welcome what will be.

Se volete vedere il video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/1346830472149278

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/sally/

Women’s stories – Clementine

Today’s story is that of Clementine, a woman who realizes that something is missing in her golden life. For a time she feels confused, lost: she has a husband who adores her, a much-desired son and a fulfilling job. What can she miss?

CLEMENTINE

Every morning leaving house before him, I would slide away from his body, letting him sleep. I was confused and sleepy in the kitchen in front of my cup of hot milk and wrote a love note saying good morning. For him. He would do the same by making me find a note in the evening. Good morning Princess. Goodnight beauty. Everyday. Years of engagement and marriage, the arrival of a child, had not in the least affected this sweet routine, the effusions, the love atmosphere and peace that hung around us. You don’t look like a married couple, many told us, but two sweethearts in love like the first day.

These sweet actions have cheered my wedding, apparently perfect and envied. Yet I felt inside me that a piece of my heart was missing. Yes, somewhere something was inexorably wavering. Sometimes I found myself in the office lost in distant thoughts, in imaginative worlds, losing all contact with real life. Something was wrong. The circle did not close perfectly on my life as a wife and mother. I had the terrible feeling of pretending, living a life that didnt belong to me. I was fumbling in an attempt to look into the immense void that had opened inside of me. What was I missing? A loving and caring husband, a desired and loved child, a satisfying and profitable job.

I had all the requisites that this society counts among those indispensable for a happy and fulfilled life. Yet they werent enough to make me feel complete. The sleepless nights began without a reason. My fear began of compromising with my increasingly frequent bad moods what I had built and wanted more than anything else in the world. That house, designed, furnished, desired, was becoming a prison in which my soul yearned to feel free and at peace.

This is how you found me when you entered in my life.

I saw you at an cocktail. You were on the sidelines with your drink in hand. You looked around bored. Instinct did it before me, before the elaboration of any rational thought, I was there next to you, talking about everything and nothing, happy to be inundated by your immense smile. I had lost track of space and time when my husband came to tell me it was time to go and asked me to introduce him to that new friend. Ginevra, nice to meet you.

That night I did nothing but think of you. I wanted to see you again. I just needed to see you again. In the morning I drank my coffee quickly and sneaked out of the house with one goal. Find yourself. In our conversation you told me to work in a real estate agency across town. I called the office saying I wasn’t going to work that day and came to see you. What madness!

A woman had changed my life. My belly was in turmoil, every fiber of my body trembled, when, standing in front of the agency’s window, I was trying to find the courage to come in and ask you if you wanted to have lunch with me. But the footsteps went by themselves towards your desk, without my being able in any way to hinder their determined and firm progress. I was passing by, shall we eat together? Yes, gladly … Then my heart was not wrong when it was deluded that for you too that meeting had been something strong and overwhelming. I went crazy with joy.

How to tell the happiness of that and subsequent lunches. Oh how many! Dinners at her house, chats on the sofa, walks looking at each others in the eyes. Ginevra and me.

When I was away from her the thought of those lips weakened me, I could not work, concentrate, think. Suddenly I no longer felt that emptiness that was drying me up. Ginevra had filled every gap in my soul.

Thus began my life in the middle, split in two realities. During the day still wife and mother, in the evening often a clandestine lover. I fulfilled my duties as a married woman: shopping, preparing lunches and dinners, the child from school, the swimming pool.

But a fire was growing inside me that made me feel alive and happy, making every molecule in my body vibrate. How many lies and how many excuses to cover that fire. I escaped more and more often from the hands of my husband who sought me out at night, in the dark.

I had to go away. I could not bear this life any longer. I was tired of too many lies, of the falsehood that I was surrounding my life with. And then I wanted to be with her, wake up and fall asleep in her arms. Everyday. So, on a June evening, the windows open on the incipient heat, I sat next to him and told him that I was not in love him anymore, to have great and new feelings for another person. I omitted that it was a woman. I didn’t want to upset him any more than he already was. But it wasn’t long before the truth broke out.

My husband did not accept that truth too harsh for his pride as a wounded male: his wife was leaving home for another woman. And then my son. In the midst of daily fights he was contended among the reasons of a father who camped dangerous consequences of my bad behaviour on his psyche.

Lawyers, psychologists, judges, friends no longer friends, poisoned my daily routine.

My battle still continues today. A relentless struggle to claim the legitimacy of our love. To try not to get overwhelmed by feelings of guilt for having lost everyday life with my son. No more kisses in the morning and cuddles in the evening, but only aseptic meetings for a few hours in anonymous places that take my breath away and the words to tell him how much I love him and how much I miss him. Short phone calls. How did school go? While a “as usual mom” closes the door to our brief conversation.

Sometimes I wake up in the middle of the night in an indescribable anguish. Thoughts that create inner troubles, bizarre nocturnal awakenings and strange dreams. But above all an idea that terrorizes me: that she is no longer next to me and that my bed suddenly becomes cold and empty.

I think and think again: is it really that important to understand what we are, in love? Because love changes us, devastates us, makes us evolve, we lose ourselves, our boundaries as man and woman, our sex, and we become something else. I can’t find the answers I’m looking for.

I just know that today I am no longer the woman I used to be, writing good morning notes to her husband in an “almost perfect” life. I bet all my chips on this number, for me a winner in the roulette of life.

original story from: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clementine/

Storie di donne – Clementine

Oggi la storia è quella di Clementine, una donna che si rende conto che nella sua vita dorata le manca qualcosa. Per un periodo si sente confusa, persa: ha un marito che la adora, un figlio tanto desiderato e un lavoro appagante. Cosa può mancarle?

Buona lettura 🙂

CLEMENTINE

Ogni mattino uscendo di casa prima di lui, scivolavo via dal suo corpo caldo forzatamente, lasciandolo dormire. Mi trovavo confusa e assonnata in cucina davanti alla mia tazza di latte caldo e scrivevo un biglietto di buongiorno e d’amore. Per lui. Che ricambiava facendomi trovare un bigliettino la sera. Buongiorno principessa. Buonanotte splendore.

Tutti i giorni. Anni di fidanzamento e di matrimonio, l’arrivo di un figlio, non avevano minimamente scalfito la dolce routine, le effusioni, l’atmosfera di amore e di pace che ci aleggiava intorno. Non sembrate una coppia sposata, ci dicevano in tanti, ma due fidanzatini innamorati come il primo giorno.

Queste dolcezze hanno allietato il mio matrimonio, all’apparenza perfetto e invidiato. Eppure sentivo dentro di me che mancava un pezzo di cuore. Si, da qualche parte qualcosa vacillava inesorabilmente. A volte mi ritrovavo in ufficio persa in pensieri lontani, in mondi immaginifici perdendo ogni contatto con la vita reale.

Qualcosa non quadrava. Il cerchio non si chiudeva perfettamente sulla mia vita di moglie e madre. Avevo la terribile sensazione di fingere, vivendo una vita che non mi apparteneva. Annaspavo nel tentativo di guardare nel vuoto immenso che si era aperto come una voragine dentro le mie viscere. Cosa mi mancava? Un marito innamorato e premuroso, un figlio desiderato e amato, un lavoro soddisfacente e redditizio.

Tutti i requisiti che questa società annovera fra quelli indispensabili per una vita felice e realizzata, io li avevo. Eppure non bastavano a farmi sentire piena.
Cominciarono le notti insonni senza un perché. Cominciò la paura di compromettere con i miei sempre più frequenti malumori ciò che avevo costruito e voluto più di ogni altra cosa al mondo. Quella casa, progettata, arredata, desiderata, stava diventando una prigione in cui la mia anima anelava a sentirsi libera e in pace.

Così mi hai trovata quando sei arrivata tu.

Ti ho vista ad un aperitivo. Eri in disparte con il tuo drink in mano. Ti guardavi intorno annoiata. L’istinto ha fatto prima di me, prima dell’elaborazione di un qualsiasi pensiero razionale, io ero lì accanto a te, a parlare di tutto e di niente, felice di essere inondata dal tuo sorriso immenso. Avevo perso la cognizione dello spazio e del tempo quando mio marito è venuto a dirmi che era ora di andare e mi ha chiesto di presentargli quella nuova amica. Ginevra, piacere.

Quella notte non ho fatto altro che pensare a te. Volevo rivederti. Avevo solo bisogno di rivederti. Al mattino ho bevuto il mio caffè in fretta e sono sgusciata via di casa con un solo obiettivo. Ritrovarti. Nella nostra conversazione mi avevi detto di lavorare in un’agenzia immobiliare dall’altra parte della città. Ho chiamato in ufficio dicendo che non sarei andata al lavoro quel giorno e sono venuta da te. Che follia!

Una donna mi aveva sconvolto le viscere gettandomi in preda ad una febbre delirante. La pancia era in subbuglio, ogni fibra del mio corpo tremolava, quando, ferma davanti alla vetrina dell’agenzia, cercavo il coraggio per entrare e chiederti se avevi voglia di pranzare con me. Ma i passi andavano da soli verso la tua scrivania, senza che io potessi ostacolare in qualche modo il loro procedere deciso e fermo. Passavo di qua, mangiamo insieme?
Si, volentieri… Allora il mio cuore non sbagliava quando si era illuso che anche per te quell’incontro era stato qualcosa di forte e travolgente. Impazzivo di gioia.

Come raccontare la felicità di quello e dei pranzi successivi. Oh quanti! Delle cene a casa sua, delle chiacchierate sul divano, delle passeggiate occhi negli occhi. Ginevra ed io.

Fare l’amore con lei era qualcosa di inebriante, mi sentivo persa, annullata e ricomposta ogni volta in ogni amplesso. Morivo e rinascevo nuova fra le sue braccia come un’immensa variopinta fenice.
Ero ossessionata dalle sue labbra.

Quando ero lontana da lei il pensiero di quelle labbra mi infiacchiva, non riuscivo a lavorare, a concentrarmi, a pensare. Desideravo solo perdermi in quella morbidezza languida.
Improvvisamente non sentivo più quel vuoto che mi inaridiva. Ginevra aveva colmato ogni interstizio della mia anima. Non desideravo altro che stare con lei, fare l’amore con lei. O starle semplicemente accanto.
Ero felice. A volte mi scoprivo a pensarla mentre una lacrima mi bagnava le gote.
Io amavo una donna, nel modo più completo e appassionato, come non mi era mai successo con un uomo, mai. Carezze di mani femminili avevano indicato al mio corpo arrendevole sentieri di un piacere inimmaginabile, indescrivibile.

Cominciò così la mia vita a metà. Di giorno ancora moglie e madre, la sera spesso amante clandestina. Ottemperavo ai miei compiti di donna sposata: la spesa, la preparazione di pranzi e cene, il bambino da scuola, la piscina.

Ma dentro mi ribolliva un fuoco che mi faceva sentire viva e felice, facendo vibrare ogni molecola del mio corpo. Quante bugie e quante scuse per coprire quel fuoco. Mi sottraevo sempre più spesso alle mani di mio marito che mi cercavano di notte, nel buio. Mi sentivo sporcata da quel tocco per me ormai rude.

Volevo sentire su di me solo le mani piccole e leggere di Ginevra. La dolcezza e il modo con cui lei sapeva toccare il mio corpo trepidante, accendevano le corde della mia eccitazione, ben lontani dalla frettolosità e dalla forza con cui mio marito cercava di avvicinarsi a me.

Dovevo andare via. Non potevo sopportare oltre l’oltraggio. Ero stanca delle troppe bugie, della falsità di cui stavo circondando la mia vita. E poi volevo stare con lei, svegliarmi e addormentarmi fra le sue braccia. Ogni giorno.
Così, in una serata di giugno, le finestre aperte sul caldo incipiente, mi sono seduta accanto a lui e gli ho detto di non amarlo più, di provare sentimenti grandi e nuovi per una persona. Ho omesso che si trattava di una donna. Non volevo sconvolgerlo più di quanto lo fosse già. Ma non passò molto tempo che la verità ruppe i suoi argini, impetuosa e inarrestabile.

Seguirono giorni di lotta feroce, di ferite profonde. Mio marito non accettava quella verità troppo dura per il suo orgoglio di maschio ferito: sua moglie andava via di casa per un’altra donna.
E poi mio figlio. In mezzo a liti e deliri quotidiani. Conteso fra le ragioni di un padre che accampava pericolose conseguenze della mia infausta scelta sulla sua psiche.

Avvocati, psicologi, giudici, amici non più amici, avvelenavano le mie pesanti giornate.
Poi però la sera mi ritrovavo davanti ad un bicchiere di vino e ad i suoi occhi belli, al suo sorriso inebriante di fronte ai quali tutto sembrava ritrovare il suo senso. Le notti passate con lei, persa nel profumo amaro della sua pelle di seta, mi davano la forza di affrontare i miei giorni difficili.

Ancora oggi perdura la mia battaglia. Una lotta senza quartiere per rivendicare la legittimità del nostro amore. Per cercare di non farmi sopraffare dai sensi di colpa per aver perso la quotidianità con mio figlio. Niente più bacetti al mattino e coccoline di sera, ma solo incontri asettici per qualche ora in luoghi anonimi che mi tolgono il fiato e le parole per dirgli quanto lo amo e quanto mi manca. Brevi telefonate. Com’è andata a scuola? Mentre un ” come al solito mamma” chiude la porta alla nostra conversazione sul nulla. Un macigno pesante.

A volte mi sveglio nel cuore della notte in preda ad un’angoscia indescrivibile. Pensieri che creano ingorghi interiori, cervellotici risvegli notturni e sogni deliranti. Ma soprattutto un’idea che mi gela le vene: che lei non ci sia più accanto a me e che il mio letto diventi d’improvviso freddo e vuoto.

Allora mi prende la voglia di stringerla a me, fortissimamente, per saldare il suo corpo al mio, mescolando la carne alla carne. Lei si sveglia mi sorride e mi riempie la faccia di baci.
Le mie domande rimangono inespresse, nella gola secca. E se dovesse finire fra noi? Se un giorno fossi esiliata dal suo giardino in fiore, se la perdessi per sempre?

Penso e ripenso: è davvero così importante capire cosa siamo, in amore? Perché l’amore ci cambia, ci devasta, ci fa evolvere, perdiamo noi stessi, i nostri confini di uomo e donna, il nostro sesso, e diventiamo altro.
Non trovo le risposte che cerco.

So solo che oggi non sono più la donna che ero, che scriveva biglietti di buongiorno al marito nella sua vita “quasi perfetta”. Ho puntato tutte le mie fiches su questo numero, per me vincente nella roulette della vita.

preso dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clementine/

Storie di donne – Raissa

Oggi la storia è quella di Raissa, che si trova nell’età più critica, l’adolescenza, a dover lasciare insieme ai suoi fratelli il suo paese d’origine per poter ricongiungersi alla madre e nella speranza di avere un futuro migliore.

Buona lettura 🙂

RAISSA

Mi chiamo Raissa, sono nata a Cuba e ho 4 fratelli, di cui uno gemello. La mia storia “italiana” è iniziata nel gennaio 2007 quando, dalla mia piccola casa a Cuba, sono partita per quella che sarebbe diventata la mia seconda patria: la bellissima Italia.

I miei genitori erano ormai da anni separati e il destino ci aveva condotti lì. Quel giorno c’era il sole, casa mia era piena di amici e parenti.
L’addio più difficile, anche se non l’ho fatto capire a nessuno, è stato quello al mio papà che ha dovuto vedere andare via, per un futuro migliore, i suoi 4 figli.

Un viaggio lunghissimo mi separava dalla mia casa, per la prima volta prendevo un aereo e ci sono volute tantissime ore e ben 3 scali. Non solo, per via di un lungo ritardo purtroppo tutti i nostri bagagli sono stati smarriti. Per fortuna mia madre aveva già qualche vestito nella casa dove saremmo andati ad abitare con il suo nuovo compagno, che poco tempo dopo sarebbe diventato suo marito.

La prima sera me la ricordo come se fosse ieri, lui ancora timido ci ha preparato il latte caldo e aveva comprato delle merendine, era sera tardi e fuori regnava il silenzio. Lui si rivelerà ben presto una persona molto importante per noi: un secondo papà.

Si ricominciava una nuova vita, lontana dal paese in cui avevo sempre vissuto. Per prima cosa dovevo concludere l’ultimo anno delle medie per ottenere il diploma e quindi poter iscrivermi alle superiori.

Ho studiato tanto e con fatica imparavo la lingua, ma ero timida e mi vergognavo molto quando parlavo. Non ero felice, la nostalgia si faceva sentire tantissimo, mi mancavano gli amici, uscire, ridere. Il modo che ho trovato per reagire alla difficile situazione in cui mi trovavo era mangiare e mangiare. Avevo trovato nel cibo uno sfogo per placare la mia inquietudine.

Così, il mio primo anno in Italia sono ingrassata, ho pianto tanto in quanto tutto sembrava sbagliato, ingiusto e triste. Il mio unico pensiero era tornare a casa mia, a Cuba. Per fortuna ogni anno avevamo la possibilità di tornare a casa per le vacanze e goderci due mesi tra amici e famiglia. Ricordo che in occasione della prima partenza per Cuba compravo regali per ogni singolo “amico”. Una volta arrivata a destinazione, casa mia diventava una festa, amici da mattina a sera, il campanello non smetteva mai di suonare. Per due mesi ho trascorso la maggior parte del tempo con i miei amici in quella che sembrava una festa continua: finalmente ero felice!

Tornata dalle vacanze più belle del mondo ho iniziato il mio primo grande percorso in italia: le superiori. Mi sono iscritta a ragioneria e al primo anno ho conosciuto i miei nuovi compagni. In questa fase di ambientazione e’ stato molto importante l’aiuto dato a me e a mio fratello da parte di alcuni professori che insistevano, ci incoraggiavano e ci proteggevano in qualche modo dal male o dalla cattiveria delle altre persone. La mia più grande paura, infatti, era che qualcuno potesse prendermi in giro per il mio accento, per i miei errori, per il mio modo di essere o di vestirmi. Insomma, la nuova realtà in cui mi ero catapultata mi faceva paura. Con mio stupore però, devo constatare di non aver mai sofferto di razzismo o pregiudizi da parte dei compagni. Anzi, con il passare del tempo, le relazioni si facevano più serene e questo mi aiutava nel mio processo di inserimento nella nuova realtà.

Un altro modo che mi aiutava a sentirmi felice ed appagata era poter continuare il mio percorso nella danza. Ballavo dall’età di 5 anni. La danza faceva si’ che i problemi sparissero per lasciare il posto solo ai pensieri positivi. Intanto, i momenti critici si mescolavano a quelli lieti e gioiosi. Durante i momenti di debolezza piangevo e volevo tornare nel mio paese. Tutto mi sembrava senza senso, non avevo amici affidabili, non uscivo molto. Era una situazione molto difficile per una persona che non è nata in Italia. Tutta la tradizione delle immense compagnie, come recita la canzone di Max Pezzali, era diversa per me. I miei amici di infanzia non erano qui. Avevo solo una parte della famiglia con me, dovevo ricominciare tutto da capo.

Per quanto riguarda invece Cuba, come al solito, ogni anno ci tornavamo nei mesi di luglio e agosto. Ma una cosa era cambiata rispetto ai primi anni: non avevo più così tanti amici, molti con la distanza non si facevano più sentire, altri facevamo finta di niente. Non c’era più quel tripudio di persone che invadeva la nostra casa ma la cosa incredibilmente non mi dispiaceva, anzi con il tempo, la situazione si era ribaltata: gli amici, quelli veri, erano rimasti in pochi, mentre la famiglia c’era sempre stata e si intensificava sempre di più. In particolare con mio padre e questo è stato molto bello. Il nostro legame si rafforzava ogni giorno di più. Mio padre era mio padre, l’amore che non avevo mai provato riuscivo a sentirlo pienamente nel mio cuore. E lui era felice che i suoi figli avessero potuto intraprendere una strada migliore, con più vantaggiose condizioni di vita! Ogni giorno mi ripete che è fiero di noi.

Nel 2011 tutto cambia: divento zia di Riccardo. Quando l’ho visto in ospedale ho notato le sue dita lunghe e un visino piccolo, il vestitino che gli stava largo. Da li’ in poi la mia vita avrebbe preso una piega diversa. Ero zia, adesso avevo lui, il primo uomo che non mi avrebbe mai fatto del male e che non mi avrebbe mai abbandonata. Un piccolo angelo che avrei potuto proteggere e con cui giocare. L’ultimo anno delle superiori è stato quello più difficile. Sono nati un po’ di attriti con i compagni. Ammetto, ci sono stati giorni duri in cui mi chiedevo: ma perché tutto questo accanimento nei miei confronti? Non ho mai fatto del male a nessuno. A qualcuno forse non piacevo, a volte dovevo addirittura sentirmi dire cose poco piacevoli. Poi è arrivato il fatidico esame di maturità. Mamma mia che ansia! Sono uscita con un ottimo voto. Avevo concluso un’altra grande tappa della mia vita ed ero davvero fiera, avendo fatto tutto da sola, con i miei sforzi. Ce l’avevo fatta, con la mia buona volontà e il mio coraggio.

Nello stesso anno però è successo qualcosa di imprevedibile: un incidente in macchina in seguito al quale la mia salute fisica non sarebbe stata mai più la stessa. Ho avuto tantissimi problemi alla schiena di cui risento ancora oggi. Sono stata costretta a smettere di danzare, la mia grande passione. Un colpo duro! Nei due anni successivi alla fine della scuola ho trovato un lavoro. Non pensavo di poter trovare due capi così comprensivi. Ho imparato tanto, ho dovuto perdere molte delle mie paure, sono riuscita ad impormi, a tenere duro e a far valere le mie idee, ma anche a rispettare gli altri. Intanto però qualcosa stava cambiando, non mi andava più di fare la solita vita: lavoro, casa, casa, lavoro. Io dovevo cambiare, sapevo che nel mondo c’era molto di più da imparare, c’erano molte più cose per me, non potevo fermarmi. Così ho preso una grande decisione: tornare a studiare. Mi sono iscritta a giurisprudenza.

Oggi sono all’ultimo semestre del 5 anno, e posso ammettere che non é stato per niente facile. Conciliare lavoro, lezioni ed esami richiede molta pazienza, coraggio, costanza e determinazione. Quanti pianti, quanti giorni chiusa a casa, quanti libri, quanti appunti. Ho dedicato corpo e anima allo studio e giorno dopo giorno, semestre dopo semestre, coglievo i frutti dei miei sforzi. Nulla é impossibile se si crede in qualcosa! Manca davvero poco e potrò dire “ce l’ho fatta!!”! L’università mi ha reso una persona migliore e sono felice della mia scelta! Non importa la grandezza del problema, la difficoltà, le paure, bisogna andare avanti e la forza la dobbiamo trovare dentro, noi siamo gli unici a poter cambiare noi stessi, non possiamo aspettare che qualcuno lo faccia per noi.

Recentemente dopo alcuni periodi confusi e dolorosi in amore, ho trovato un ragazzo meraviglioso che sta al mio fianco ormai da 2 anni e che mi rende davvero felice, sono innamorata pazza del suo sorriso! Ed eccomi qui, da ragazzina timida sono diventata forte e coraggiosa.

Ci tengo a dire che in questo lungo viaggio non ancora finito, in Italia, un ruolo fondamentale ha giocato sicuramente mio fratello gemello! Essere gemelli é qualcosa di straordinario, lui mi è sempre stato accanto e non riesco ad immaginarmi senza di lui! Un legame molto molto forte che é semplicemente perfetto! Ho una vita bellissima in Italia, la adoro. E’ un paese meraviglioso. Mi sono adattata perfettamente, ho imparato le regole del posto, la cultura e ho sempre rispettato gli altri.

Questa è la vera regola del successo in un paese straniero, insieme a tanta positività e determinazione. Ricucire le ferite e lo strappo per aver lasciato la terra d’origine e’ un percorso difficile, a tratti dolente.

Ma con lo spirito giusto e accogliendo i diversi punti di vista si può riuscire a costruire una vita piena di felicità e di immensa gioia. Unici a poter cambiare noi stessi, non possiamo aspettare che qualcuno lo faccia per noi.

La vita è così bella, dobbiamo solo sapere dove trovare e realizzare i nostri sogni.

preso dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/raissa/

Women’s stories – Raissa

Today’s story is that of Raissa, who is in the most critical age, adolescence, has to leave her country of origin together with her brothers to be able to reunite with her mother and in the hope of having a better future.

RAISSA

My name is Raissa, I was born in Cuba and I have 4 brothers, one of which is a twin. My “Italian” story began in January 2007 when, from my small home in Cuba, I left for what would become my second homeland: beautiful Italy.

My parents had been separated for years now and fate had led us to a big change to come in our life. That day it was sunny, my house was full of friends and relatives. The most difficult farewell, even if I didn’t make it clear to anyone, was that of my father who had to see his 4 children leave for a better future.

A very long journey separated me from my home, for the first time I took a plane and it took many hours and 3 stopovers. Not only that, due to a long delay, unfortunately, all our luggage went lost. Luckily, my mother already had some clothes in the house where we were going to live with her new partner, who would soon become her husband.

The first evening I remember it as if it were yesterday, he was still shy in our regards and he prepared hot milk for us and bought some snacks, it was late in the evening and silence reigned outside. He will soon prove to be a very important person for us: a second dad.

A new life was starting again, far from the country where I had always lived. First I had to finish the last year of middle school to get the diploma and then be able to enroll in high school.

I studied a lot and learned the language with difficulty, but I was shy and very ashamed when I spoke. I was not happy, the nostalgia was felt so much, I missed friends, going out, laughing. The way I found to react to the difficult situation I was in was to eat and eat. I had found an outlet in food to calm my restlessness.

So, my first year in Italy I got fat, I cried a lot as everything seemed wrong, unfair and sad. My only thought was to return home in Cuba. Fortunately, every year we had the opportunity to go home for the holidays and enjoy two months with friends and family. I remember that on the occasion of the first departure for Cuba I bought gifts for every single “friend”. Once I arrived at my destination, my house became a party, friends from morning to night, the doorbell never stopped ringing. For two months I spent most of the time with my friends in what seemed like a continuous party: I was finally happy!

Back from the most beautiful holidays, I started my first great experience in Italy: high school. I enrolled in an accounting school and in the first year I met my new classmates. In this setting phase, great help was given to my brother and me by some professors who insisted, encouraged and protected us in some way from the evil or wickedness of other people was very important. My greatest fear, in fact, was that someone might make fun of me for my accent, for my mistakes, for my way of being or dressing. In short, the new reality into which I had catapulted myself scared me. To my amazement, however, I must note that I have never suffered from racism or prejudice from my comrades. Indeed, with the passage of time, relationships became more serene and this helped me in my process of insertion into the new reality.

Another way that helped me feel happy and fulfilled was to be able to continue my path in dance. I had been dancing since the age of 5. Dancing made the problems disappear to give way only to positive thoughts. Meanwhile, critical moments mingled with happy and joyful ones. During moments of weakness, I cried and wanted to return to my country. Everything seemed pointless to me, I didn’t have reliable friends, I didn’t go out much. It was a very difficult situation for a person who was not born in Italy. The whole tradition of immense companies, as the song by Max Pezzali says, was different for me. My childhood friends weren’t here. I only had part of the family with me, I had to start all over again.

As for Cuba, as usual, we went back every year in July and August. But one thing had changed compared to the first years: I no longer had so many friends, many with the distance didn’t contact me anymore, or didn’t seem so interested anymore. There was no longer that riot of people invading our house but I incredibly did not mind it, on the contrary with time, the situation had reversed: friends, the real ones, were few, while the family was always there. Relations with some intensified, particularly with my father and this was very nice. Our bond grew stronger every day. My father was my father, the love I had never felt I could feel fully in my heart. And he was happy that his children could have taken a better path, with more advantageous living conditions! Every day he tells me that he is proud of us.

In 2011 everything changes: I become Riccardo‘s aunt. When I saw him in the hospital I noticed his long fingers and a small face, the little dress that fit him wide. From then on my life would take a different turn. I was aunt, now I had him, the first man who would never hurt me and who would never abandon me. A little angel that I could have protected and played with. The last year of high school was the most difficult. Some friction with teammates arose. I admit, there have been hard days when I wondered: why all this fury towards me? I have never hurt anyone. Maybe someone didn’t like me, sometimes I even had to hear me say unpleasant things. Then came the fateful final exams. Oh my, what anxiety! I came out with a very good grade. I had finished another great challenge in my life and I was really proud, having done it all by myself, with my efforts. I had done it, with my good will and my courage.

In the same year, however, something unpredictable happened: a car accident after which my physical health would never be the same again. I had a lot of back problems that I still suffer from today. I was forced to stop dancing, my great passion. A hard blow! In the two years after leaving school, I got a job. I didn’t think I could find two such understanding leaders. I learned a lot, I had to lose many of my fears, I managed to impose myself, to hold on and to assert my ideas, but also to respect others. In the meantime, however, something was changing, I no longer wanted to lead the usual life: work, home, home, work. I had to change, I knew that in the world there was much more to learn, there were many more things for me, I could not stop. So I made a big decision: to go back to studying. I enrolled in law.

Today I am in the last semester of university, and I can admit that it was not easy at all. Combining work, lessons and exams requires a lot of patience, courage, perseverance and determination. How much I cried, how many days I stayed home, how many books, how many notes. I dedicated body and soul to studying and day after day, semester after semester, I was reaping the fruits of my efforts. Nothing is impossible if you believe in something! It is very close and I will be able to say “I did it !!”! The university has made me a better person and I am happy with my choice! No matter the size of the problem, the difficulty, the fears, we have to go forward and we must find the strength inside, we are the only ones who can change ourselves, we cannot wait for someone to do it for us.

Recently after some confusing and painful periods in love, I found a wonderful young man who has been by my side for 2 years now and he makes me really happy, I’m madly in love with his smile! And here I am, from a shy little girl I became strong and courageous.

I would like to say that my twin brother certainly played a fundamental role in this long journey, not yet finished, in Italy! Being twins is something extraordinary, he has always been close to me and I can’t imagine myself without him! A very very strong bond that is just perfect! I have a beautiful life in Italy and I really love it.

It is a wonderful country. I adapted perfectly, I learned the rules of the place, the culture and I have always respected others.

This is the real rule of success in a foreign country, along with lots of positivity and determination. Healing the wounds and the hard times caused by leaving the homeland is a difficult, sometimes painful path.

But with the right spirit and accepting the different points of view, you can succeed in building a life full of happiness and immense joy. Unique in being able to change ourselves, we cannot wait for someone to do it for us.

Life is so beautiful, we just need to know where to find and fulfill our dreams.

translated from: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/raissa/

Women’s stories – Nadia

Today’s story is that of Nadia, who like many women in the world still find themselves having to live with violence within their homes, but who, thanks to her obstinacy and the help of special people with a big heart, managed to regain reins of her life.

“It is difficult when you are a victim of violence to react. Why? I can’t tell you, you come to think that we deserve it, or even worse – who will believe me“?

NADIA

Nadia is a young, determined woman, independent, with a good job and many friends. One day, at a party, she meets Joel, a beautiful young man. His green eyes are deep and intense.

A great love is born almost immediately, he is always caring and the months to come are full of happiness and the relationship seems to start under the best auspices. At some point, Nadia discovers she is pregnant, and the joy is immense.

“We really wanted to get married anyway, so now it will just happen sooner

The more time goes on, more of Joel‘s character gets worse and worse, and anything becomes a good reason to turn into increasingly fierce reproaches. But Nadia thinks it is due to the change in lifestyle, she no longer has a job and the baby is still very young.

For work reasons, he is very often away from home and even from a distance he always finds opportunities for insulting and threatening Nadia, who just thinks of her baby.

The clear sky is clouded by his returns, but finally he leaves again. Meanwhile, the money for rent and basic necessities are starting to run out. Time passes and, on the first day of kindergarten, Nadia decides to look for a job and finds it.

The real ordeal starts now…

Visits and calls on the workplace … until when even the employers intervene trying to discourage him by warning him that they would call the police.

At home Nadia tries, when he is there, to keep calm … always with great effort; the first slaps and outbursts of anger begin, sometimes for no reason.

Letting that first slap through, though, opened the door to violence. But Nadia must save what can be saved: it is not possible, what happened to him … It will pass, sooner or later he will calm down… until that day …

“I’ll take him away, you’ll never see him again.”

And so it is. One hot summer afternoon Nadia comes home from work and nobody is there.

They probably went to the park. Dinner time, nothing … Finally the phone rings, her voice asking “where are you?”

We’re not going home tonight.”

Nadia feels like the world is collapsing on her and hears a little voice shouting “you are a liar, you said you would take me home to my mummy”.

“At that moment Nadia realized that she couldn’t do it alone and that she had to ask for help.”

Thanks to the Anti-Violence Center for Women, to the lawyers, to the employers, to the police, Nadia managed to resume a normal life and to raise her son in a finally peaceful environment.

Storie di donne – Nadia

Oggi la storia è quella di Nadia, che come tante donne ancora oggi nel mondo si trovano a dover convivere con la violenza domestica ma che, grazie alla sua ostinazione e all’aiuto di persone speciali con un gran cuore è riuscita a riprendere in mano le redini della sua vita.

E’ difficile quando si è vittime di violenze reagire. Perché? Non ve lo sò dire, si arriva a pensare che ce lo siamo meritate, oppure, ancora peggio – ma chi mi crederà“?

NADIA

Nadia è una ragazza piena di grinta, indipendente, con un bel lavoro e tanti amici.

Un bel giorno, ad una festa conosce Joel, un bellissimo ragazzo dagli occhi verdi. Nasce, quasi subito un grande amore, lui è sempre premuroso e i mesi a venire sono colmi di felicità e la relazione sembra partire sotto i miglioro auspici.

Ad un certo punto, Nadia scopre di essere incinta, e la gioia è immensa.

“Tanto ci volevamo sposare comunque, così lo faremo prima”

Più passano i giorni, più il carattere di Joel non fa che peggiorare, e le premure pian piano svaniscono per trasformarsi in rimproveri sempre più agguerriti.

Ma Nadia pensa che sia a causa del cambio di stile di vita, non ha più un lavoro e il bimbo è ancora molto piccolo.

Per motivi di lavoro, lui è molto spesso fuori casa e anche da lontano non mancano le occasioni per insultare e minacciare Nadia, che però è tranquilla con il suo bambino.

Il sereno viene offuscato dai suoi ritorni, ma finalmente poi riparte. E intanto cominciano a mancare i soldi per l’affitto e i beni di prima necessità.

Il tempo passa e, al primo giorno di scuola materna, Nadia decide di cercare un lavoro e lo trova.

Qui inizia il vero calvario.

Visite e chiamate sul posto di lavoro, con urla e parolacce a pioggia… finché persino i datori di lavoro intervengono cercando di scoraggiarlo avvisandolo che avrebbero chiamato le forze dell’ordine.

In casa Nadia cerca, quando lui c’è, di mantenere la calma… sempre con molta fatica; cominciano a partire i primi schiaffi ed esplosioni di rabbia talvolta senza motivo.

L’aver fatto passare quel primo schiaffo ha aperto le porte alla violenza.

Ma Nadia deve salvare il salvabile: non è possibile, ma cosa gli è successo… Passerà, prima o poi si calmerà e cerca di farlo ragionare Fino a quel giorno

Io te lo porto via, tornerai a casa e non lo rivedrai più“.

E così è. Un pomeriggio caldo d’estate Nadia torna a casa dal lavoro e non c’è nessuno. Saranno andati al parco. Arriva l’ora di cena, niente… Finalmente suona il telefono “ma dove siete?”

“Stasera non torniamo a casa”.

Nadia sente il mondo crollarle addosso e sente una vocina gridare “sei un bugiardo, avevi detto che mi avresti riportato a casa dalla mamma“.

“In quel momento Nadia si rese conto che da sola non poteva farcela e che doveva chiedere aiuto“.

Grazie al Centro Anti Violenza sulle donne, agli avvocati, ai datori di lavoro, alle forze dell’ordine Nadia ce l’ha fatta a riprendere una vita normale e a crescere suo figlio in un ambiente finalmente sereno.