Storie di donne – Lele

Oggi raccontiamo la storia di grande dolore di Lele, che nell’età spensierata dell’adolescenza si trova ad essere vittima di violenza sessuale.

La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci

Isaac Asimov

LELE

Da dove sei arrivato tu, meteora nei miei giorni freschi, non lo ricordo più.
Forse è perché, in questa storia, il fatto più importante è dove poi tu sia andato.
Alla fine di tutto.
Che è sempre un inizio.

Beati giorni giovanili inconsci!
Nelle ore che sono arcobaleno di colori e fiducia smodata
in quel pantano di sentimenti belli, d’amore universale,
seppur avvolti talvolta da malinconia,
o lacrime di dolori che sembrano eterni, ed invece passeggeri,
sempre albe, mai tramonti.

Simpatico e bello, eri.
Visto.
Piaciuto.

E così via a vedersi e a raccontarsela.
Divertirsi spensieratamente.

Non c’è lucidità, a quell’età.

Almeno io, non avevo ancora chiarezza, non sapevo, fluttuavo in pensieri leggeri.
E chi ci pensa a cosa si è-cosa si vuole-cosa è giusto quando si è ancora nel cammino della prima giovinezza?

Io piacevo. Lo dico senza vanità.
Mi veniva riconosciuta quella sensualità che non viene dalla bellezza.
Sbocciata da non molto, iniziavo a gustare il piacere di essere guardata e corteggiata, maneggiando con inesperienza una sorta di manuale di gestione di sé.
Era bello giocare, scherzare.
Non sono mai stata eccessiva: coglievo comunque le potenzialità nei confronti del mondo maschile.
Forse che quella sera mi fosse sfuggito qualcosa?
Io mi sono assolta da subito.

Squillò il telefono nella mia stanza-tutte stanze. Così la chiamavo io, perché ci passavo la quasi totalità del mio tempo, quando non ero a zonzo.
Ci dormivo, leggevo, guardavo la televisione; ci mangiavo, persino.
Era la metà esatta di un piccolo appartamento condiviso con mio padre da quando rientrai a casa dopo qualche anno di peregrinaggio, a seguito della separazione dei miei,
e della conseguente vendita della mia casa-nido, una meravigliosa, per me, reggia.
Squillò rompendo il silenzio relativo della notte disturbato dai battistrada delle auto di ritorno, o già in partenza per l’alba imminente, e dai motori delle moto potenti di una via di passaggio.
Ho ricordi confusi di quella telefonata.
La luce filtrava dalle strisce della tapparella non chiusa del tutto.
Mi ricordo, con un sorriso sulle labbra, che da bambina, il gioco di quella luce prodotta dai fari delle auto in movimento mi faceva paura, quasi fossero presenze extraterrestri.
La voce era sua, la mia amica di quei giorni.
Più grande e svezzata mi aveva preso in consegna per consegnarmi al mondo.
Ne facevamo di ogni, insieme!
In giro dopo il tramonto a ballare, bere, fumare. Fiumi di chiacchere attraverso il vapore di fiumi di caffè caldo.
La voce era la sua, ma alterata da quella della segreteria telefonica.
Ci avevo messo un po’infatti per realizzare che stava davvero suonando il telefono, e poi per rispondere:
“Non ho capito molto del tuo messaggio. Prendi un taxi e vieni da me. Subito”.
Null’altro.
L’ordine era così perentorio ed io così stanca e confusa, che eseguii senza pensarci.
Poi, lei, mi fu guida nel labirinto delle pratiche, aiutandomi a trovare la strada nella nebulosa del dover fare.
Mi scortò, senza tante parole lungo il percorso delle procedure del caso.
Mi condusse, fisicamente e mentalmente.
E fu rassicurante la sua semplice sicurezza. Un agire senza indugi, come se la strada da percorrere, una volta entrati nel tunnel scuro e vorticoso di fatti e paura e violenza, fosse già tracciata.
Si impara anche dalle parole fredde e scontate della cronaca di un TG, a volte.

Prima tappa l’ospedale.
Un istituto a carattere religioso dove venni trattata male ed in maniera incompetente.
Mancava il fissante per il materiale biologico sul vetrino. E il medico si rifiutò di darmi la pillola del giorno dopo, per questioni di coscienza.
Ero una qualunque, un numero. Un referto da compilare.
Un esemplare da girare e rigirare alla ricerca di.
Ma a me poi, non interessava.
Ero altrove.

Seconda tappa fu la Questura.
Lei, la mia amica, andò avanti a spiegare.
Lui in divisa fu dolcissimo, quasi, dico, quasi, a riconciliare.
Sensibile, attento.
Chiese, ascoltò, prese appunti, scrisse.
Io non realizzavo pienamente ciò che stava succedendo.

Poi sì; dopo sì.
Indagini preliminari.
Confronto dal vivo a causa di una omonimia.
Incontri con l’avvocato.
L’interrogatorio.
“Signora le lascio una copia delle sue dichiarazione, in caso le volesse leggere…”
“No. Grazie, ricordo, non ho bisogno di studiarmele”.

Rivivo l’entrata in tribunale come fosse trionfale. Da subito, nonostante l’incertezza dell’esito.
Nessuna paura. Nessun tentennamento.
Per me giustizia era già fatta. Solo per il fatto di essere lì.
Camminavo a testa alta.
Lessi il giuramento, proprio come nei telefilm.
E mi ritrovai sicura a raccontare, per l’ennesima volta, il susseguirsi intenso degli eventi di quella sera.
L’uscita con il fidanzatino per ballare. La serata tranquilla in compagnia sua e dei suoi amici.
E poi, quel riaccompagnamento alla mia macchina, che deviò in un sequestro.
La comprensione di qualcosa che non stava andando per il verso giusto.
Le loro richieste. La mano presa a forza
Io schiacciata contro il finestrino per cercare il distacco.
E poi i loro momenti.
La fuga repentina in un momento di disattenzione.
Quel pianto, il mio, ritrattato poi dal testimone, il terzo della combriccola, sopraggiunto, lì in quella stradina buia, laterale all’entrata dell’autostrada, per un omaggio alla sua serata.
Una stradina chiusa, nascosta dai grandi depositi dei magazzini di merce di massa.
(Dunque disse il PM, quell’incontro era programmato. E chissà, mi chiesi, senza un reale interesse nella risposta, che non avrei comunque mai avuto, se fu il mio fidanzatino…a lasciarmi volutamente in loro balìa.)
E le sue preghiere di non dire…lasciar perdere…perché in fondo si era trattato di un gioco.
Il ritorno a casa, ancora confusa…

Dopo quei giorni, scanditi dai tempi della giustizia e dai suoi percorsi,
risciacquata da zampilli tiepidi,
chiusi tutto in un cassetto.
Non ci pensavo.

Il giorno del processo, ebbe già dall’alba il gusto della vittoria.
E così fu.
Loro hanno pagato.
Io ho avuto il trafiletto sul giornale ed un risarcimento. Morale più che altro, perché con i soldi sono andata a pari con le parcelle dell’avvocato.

Gli anni a seguire furono avulsi da questa storia.
O forse dovrei dire il contrario.
La forza mi venne dall’aver fatto il giusto.
Il coraggio della denuncia.
E il veder riconosciuta la mia ragione.
E loro scontare la pena.
Oggi penso a tutte le migliaia di donne che subiscono violenze, di tutti i tipi.
E vorrei dir loro che il primo passo per uscirne è quello di portare alla luce del sole i soprusi, senza paura né vergogna.
Per non lasciare impuniti questi uomini ignoranti.
E continuare a vivere pienamente.

Non piansi mai per quella storia, allora.

Dopo quasi vent’anni, in un giorno qualunque, senza alcun particolare motivo, mentre guidavo, iniziai a piangere furiosamente…vomitavo più che il dolore, la rabbia
per l’intollerabile sorpruso.
La mancanza di rispetto.
Furono solo cinque minuti, come un temporale improvviso d’estate che lascia posto al sole, ancora più forte e limpido.
Poi all’improvviso, richiusi il cassetto,
questa volta vuoto,
questa volta per sempre,
e la serenità della mia forza mi ha restituito il sorriso.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/lele/

Storie di donne – Lele

Today we tell the story of great pain of Lele, who in the age of adolescence is a victim of sexual violence.

“Violence is the last refuge of the incapable

Isaac Asimov

LELE

Where did you come from, meteor in my cool days, I don’t remember it anymore.
Maybe it’s because, in this story, the most important thing is where you went.
At the end of it all.
Which is always a start.
Blessed unconscious youthful days!
In the hours that are a rainbow of colors and extreme confidence
in that quagmire of beautiful feelings, of universal love,
though sometimes shrouded in melancholy,
or tears of sorrows that seem eternal, and instead passengers,
always sunrises, never sunsets.
Nice and handsome, you were.
Seen.
Liked.
And so on to see each other and tell it to each other.
There’s no lucidity at that age.
At least I, I still had no clarity, I didn’t know, I floated in light thoughts.
And who thinks about what you are-what you want-what is right when you are still on the path of early youth?
I liked it. I say this without vanity.
I was recognized that sensuality that does not come from beauty.
Blossoming for not long, I began to enjoy the pleasure of being looked at and courted, handling with inexperience a kind of self-management manual.
It was nice to play, joking.
I have never been excessive: I still grasped the potential towards the male world.
Did I miss anything that night?
I acquitted myself right away.

The phone rang in my room-all rooms. So I called it, because I spent almost all of my time there, when I wasn’t idly by.
I slept there, I read, I watched television; I ate there, even.
It was the exact half of a small apartment shared with my father since I came home after a few years of wandering, following the separation of my parents,
and the consequent sale of my nest house, a wonderful one, for me, a palace.
He rang breaking the relative silence of the night disturbed by the tread of the returning cars, or already departing for the impending dawn, and by the engines of the powerful motorcycles of a passage way.
I have confusing memories of that phone call.
The light filtered from the strips of the shutter not closed altogether.
I remember, with a smile on my lips, that as a child, the play of that light produced by the headlights of moving cars scared me, as if they were extraterrestrial presences.
The voice was hers, my friend from those days.
Bigger and weaned he had taken me over to deliver me to the world.
We made every one, together!
Around after dark dancing, drinking, smoking. Rivers of chatter through the steam of rivers of hot coffee.
The voice was his, but altered by that of voicemail.
It took me a while to realize that he was really ringing his phone, and then to answer:
“I didn’t understand much of your message. Take a taxi and come to me. Right away.”
Nothing else.
The order was so peremptory and I was so tired and confused, that I executed without thinking about it.
Then, she, guiding me through the maze of practices, helping me find my way into the nebula of having to do.
She escorted me, without many words along the path of the necessary procedures.
She led me, physically and mentally.
And it was reassuring, her simple safety. An action without delay, as if the way forward, once they entered the dark and swirling tunnel of facts and fear and violence, was already mapped out.
You also learn from the cold, obvious words of a television chronicle at times.

First stop the hospital.
A religious institution where I was treated badly and incompetently.
The fixer for the biological material on the slide was missing. And the doctor refused to give me the next day’s pill, out of conscience.
I was just any, a number. A report to fill out.
A specimen to turn and turn in search of.
But then I didn’t care.
I was elsewhere.
The second stop was the Police Headquarters.
She, my friend, went on to explain.
He in uniform was very sweet, almost, I say, almost, to reconcile.
Sensitive, attentive.
He asked, listened, took notes, wrote.
I didn’t fully realize what was going on.
Then yes; after yes.
Preliminary investigations.
Live comparison due to a namesake.
Meet the lawyer.
The interrogation.
“Ma’am, I’ll leave you a copy of your statements, in case you want to read them…”
“No. Thank you, I remember, I don’t need to study them.”
I relive the entrance to court as if it were triumphant. Immediately, despite the uncertainty of the outcome.
No fear. No hesitation.
Justice was already done for me. Just because you’re there.
I was walking with my head held high.
I read the oath, just like in the tv shows.
And I found myself sure to tell, for the umpteenth time, the intense succession of events of that evening.
The date with the boyfriend to dance. The quiet evening in the company of you and your friends.
And then, that accompanying to my car, which turned into a kidnapping.
The understanding of something that wasn’t going well.
Their demands. The Hand Taken by Force
I squeezed against the window to look for detachment.
And then their moments.
The sudden escape at a time of inattention.
That cry, mine, then retracted by the witness, the third of the gang, arrived, there in that dark street, sideways at the entrance of the highway, for a tribute to his evening.
A closed street, hidden by the large warehouses of mass goods.
(So said the Court, the meeting was scheduled. And who knows, I wondered, without any real interest in the answer, that I would never have, if he was my boyfriend… to deliberately leave me under their control.)
And his prayers not to say… Drop… because it was basically a game.
The return home, still confused…

After those days, marked by the times of justice and its paths,
rinsed by lukewarm paws,
closed everything in a drawer.
I didn’t think about it.
On the day of the trial, he had already from dawn the taste of victory.
And so it was.
They paid.
I had an article in the local newspaper and compensation. Moral more than anything, because with the money I went on par with the lawyer’s fees.
The following years were detached from this story.
Or maybe I should say otherwise.
The strength came to me from doing the right thing.
The courage of the complaint.
And seeing my reason recognized.
And they’re serving their sentences.
Today I am thinking of all the thousands of women who are subjected to violence, of all kinds.
And I would like to tell them that the first step to get out of it is to bring the abuse to light, without fear or shame.
So as not to leave these ignorant men unpunished.
And continue to live fully.
I never cried about that story, then.
After almost twenty years, one day, for no particular reason, while driving, I began to cry furiously… I vomited more than pain, anger for the intolerable surprise.
Disrespect.
It was only five minutes, like a sudden summer storm that gives way to the sun, even stronger and clearer.
Then all of a sudden, I closed the drawer,
this time empty,
this time forever,
and the serenity of my strength gave me back the smile.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/lele/

Storie di donne – Clara

Un grande amore, la malattia, il tradimento e la scelta di Clara di lasciar andare quell’amore rubato.

La nascita non è mai sicura come la morte. È  questa la ragione per cui nascere non basta. E’ PER RINASCERE CHE SIAMO NATI

Pablo Neruda

CLARA

Una stanza anonima, una poltrona come quelle che vedi dal dentista, una piantana con appesa una flebo riempita di liquido arancione e tu, adagiato, completamente attonito con un braccio teso all’infermiera e lo sguardo atterrito e perso a cercare i miei occhi. Hai stretto più forte la mia mano nel preciso istante in cui quel maledetto ago bucava la vena e goccia dopo goccia iniziavi la tua prima chemio.

Non ricordo più cosa ho inventato, come ho fatto, ma riuscii a raggiungerti, a varcare la porta di quell’ospedale enorme e senza nemmeno sapere dove fossi, sono riuscita a trovarti ed a intrufolarmi in quella stanza. Lo stupore attonito sul tuo viso nel vedermi lì, ha cancellato ogni mia paura, ogni senso di colpa.

Chemioterapia?

Sì, era una chemio quella che stavi per fare. Goccia dopo goccia quel liquido arancione avrebbe distrutto quel maledetto tumore che si era impossessato del tuo sangue, proprio mentre stavamo vivendo una favola, ricatapultandoci con violenza inaudita nella realtà.

Chemioterapia? sì, proprio quella cosa lì di cui tutti abbiamo sentito parlare, ma che nessuno ha il coraggio di chiedere esattamente cos’è, cosa ti fanno, come si fa.

In quella stanza, nulla più che una flebo ed io che avevo potuto tranquillamente entrare  senza che nessuno mi fermasse o mi chiedesse nulla. E noi, lì, occhi negli occhi a scrutarci dentro al cuore, a parlare con leggerezza e con il sorriso di noi due, di quell’amore assurdo agli occhi di tutti che ci aveva travolto un anno prima, inaspettato e potente, sconvolgendo le vite tranquille di due famiglie invidiate da tutti.

La signora anziana accanto alla tua poltrona con il suo ago conficcato nel braccio, ci guardava stranita e stupefatta per le nostre risate soffocate, così fuori luogo in quel posto fatto di angoscia e molecole di cloroformio.

E mentre le gocce fluivano, una dopo l’altra, noi ci organizzavamo per la sciata del giorno dopo. Non ti lasciavo guardare quell’ago e ti facevo parlare, ti sommergevo di chiacchiere leggere, piene di progetti,  ti stordivo di programmi, ti facevo fare promesse grandi.

E così, impedendoci l’un l’altro di parlare di quel tumore, scoprivamo insieme che la nausea non arrivava e che il giorno dopo la chemio potevi guidare, sciare, mangiare polenta e funghi, dormire al freddo in una baita sperduta nella neve e regalarmi un’intera notte d’amore.

Chemio dopo chemio, controllo dopo controllo, abbiamo scoperto che non stavi poi così male, che riuscivi a prendere un aereo e fuggire via per un weekend, che potevi mescolarti alla folla esultante e vedere quel concerto senza smettere un attimo di cantare e ballare stretto a me, che potevi correre sotto un violento temporale estivo con i vestiti fradici e le scarpe in mano e fermarti a baciarmi all’improvviso nell’androne di un vecchio palazzo, storditi ed inebriati.

E scoprire che era bello accarezzare quella testa, ormai senza capelli e guardare il tuo viso senza più sopracciglia. Potevamo ancora far l’amore per ore anche subito dopo una chemio e sorridere alle parole di quel medico mentre  ti diceva che era normale se non riuscivi più a farlo.

Noi, che non potevamo buttare quei pochi attimi per stare insieme, avevamo intuito che nei nostri lunghissimi abbracci e in quei baci interminabile c’era qualcosa di onnipotente, di taumaturgico, una inspiegabile alchimia e così, chemio dopo chemio, leggendo insieme le pagine di un libro, ascoltando insieme il tuo Ipod, raccontandoci, sognando il nostro futuro, siamo arrivati sino lì, al giorno in cui, davanti a te, con le tue braccia ancora segnate dai lividi lasciati da aghi appuntiti, ho aperto quella busta e ti ho letto quel referto che decretava la totale remissione. Il tuo cancro non c’era più.

Ci eravamo incrociati qualche anno prima per puro caso, ci eravamo amati come mai ne’ tu ne’ io eravamo stati capaci di fare.

E lì, in quel preciso istante, ho realizzato che era giunto il momento di lasciarti andare.

Sei entrato nella mia vita nel momento sbagliato, non sarebbe stato possibile andare oltre, i nostri figli non l’avrebbero mai accettato.

Ci riprendevano ognuno il suo dono. Quell’amore aveva sortito l’effetto più grande: tu eri guarito  e io avevo aperto gli occhi sulla mia vita.

Trovavo il coraggio di chiudere con un matrimonio finito e una vita che non poteva più essere la mia.

Riprendevo la mia vita in mano. Camminando da sola, con i miei ragazzi accanto, ricominciavo tutto da capo : un nuovo lavoro, un futuro nuovo pieno di incertezze, di difficoltà e di paura davanti.

Ti ho restituito a lei e ai tuoi figli.

Sei stato uno dei regali più preziosi che la vita mi abbia fatto, accanto a te ho scoperto cosa vuol dire veramente amare, senza riserve.

Come promesso non ci siamo mai più cercati. Abbiamo ripreso a percorrere i passi delle nostre vite, su due strade parallele.

Ed eccomi qua, con la vita che è tornata a stupirmi. Il tempo che è passato ha scavato, smussato, decomposto. Fino a quando sei arrivato tu, l’uomo di primavera.

Perché la vita sa farti rinascere, sempre.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clara/

Women’s stories – Clara

A great love, illness, betrayal and Clara‘s choice to let go of that stolen love.

“Birth is never as sure as death. This is the reason why being born is not enough. WE WERE BORN TO REBORN “

Pablo Neruda

CLARA

An anonymous room, an armchair like the ones you see at the dentist, a floor lamp with a drip filled with orange liquid hanging and you, lying down, completely astonished with an arm extended to the nurse and a terrified and lost look looking for my eyes. You squeezed my hand tighter at the exact moment that damned needle pierced the vein and drop by drop you started your first chemo. I no longer remember what I invented, how I did, but I managed to reach you, to cross the door of that huge hospital and without even knowing where you were, I managed to find you and sneak into that room. The astonished amazement on your face at seeing me there has erased all my fears, all guilt. Chemotherapy? Yes, it was chemo what you were going to do. Drop by drop that orange liquid would have destroyed that damned tumor that had taken possession of your blood, just as we were living a fairy tale, recapturing us with unprecedented violence in reality. Chemotherapy? yes, the very thing there that we have all heard about, but no one has the courage to ask exactly what it is, what they do to you, how to do it.

In that room, nothing more than a drip and I was able to safely enter without anyone stopping me or asking me anything. And we, there, eye to eye peering into our hearts, talking lightly and with the smile of the two of us, of that absurd love in the eyes of all that had overwhelmed us a year earlier, unexpected and powerful, upsetting our lives quiet of two families envied by all. The elderly lady next to your chair with her needle stuck in her arm, looked at us dazed and amazed by our muffled laughter, so out of place in that place made of anguish and chloroform molecules. And while the drops flowed, one after the other, we organized ourselves for the next day’s skiing. I wouldn’t let you look at that needle and let you talk, I flooded you with light chat, full of projects, I stunned you with programs, I made you make great promises. And so, by preventing each other from talking about that tumor, we discovered together that the nausea did not come and that the day after chemo you could drive, ski, eat polenta and mushrooms, sleep in the cold in a remote cabin in the snow and give me a whole night of love.

Chemo after chemo, checkup after checkup, we found that you weren’t that bad, that you could catch a plane and run away for a weekend, that you could mingle with the cheering crowd and see that concert without stopping for a moment to sing and dance close to me, that you could run under a violent summer storm with soaked clothes and shoes in your hand and suddenly stop and kiss me in the hall of an old building, stunned and inebriated. And discover that it was nice to caress that head, now without hair, and look at your face with no more eyebrows. We could still make love for hours even immediately after chemo and smile at that doctor’s words as he told you it was normal if you couldn’t do it anymore.

We, who could not waste those few moments to be together, had sensed that in our long hugs and in those interminable kisses there was something omnipotent, traumaturgical, an inexplicable alchemy and so, chemo after chemo, reading together the pages of a book, listening to your Ipod together, telling us, dreaming of our future, we got there, to the day when, in front of you, with your arms still marked by bruises left by sharp needles, I opened that envelope and I read that report that decreed total remission. Your cancer was gone.

We had crossed paths a few years earlier by pure chance, we had loved each other as neither you nor I had been able to do. And there, in that very moment, I realized it was time to let you go. You entered my life at the wrong time, it would not have been possible to go further, our children would never have accepted it. Each one took back his gift from the other. That love had had the greatest effect: you were healed and I had opened my eyes to my life. I found the courage to end with a broken marriage and a life that could no longer be mine.

I took my life back in hand. Walking alone, with my kids next to me, I would start all over again: a new job, a new future full of uncertainties, difficulties and fear ahead. I gave you back to her and your children. You have been one of the most precious gifts that life has given me, next to you I discovered what it really means to love, without reservations.

As promised, we never looked for each other again. We resumed walking in the footsteps of our lives, on two parallel paths. And here I am, with life that has returned to amaze me. The time that has passed has hollowed out, blunted, decomposed. Until you arrived, the man of spring. Because life knows how to make you reborn, always.

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