Storie di donne – Salima

Difficile raccontare una storia di violenza come la mia, ma il pensiero che, leggendola, anche una sola donna possa sottrarsi ai soprusi perpetrati fra le rassicuranti mura domestiche, mi da’ la forza di ripercorrerla e donarla.
Sono una sognatrice idealista, abbarbicata ai propri sogni, sempre pronta a tuffarmi con entusiasmo, nelle storie, nelle persone, negli eventi.
La mia passione, fin da piccola, è stata la Germania, con la sua lingua e la sua gente, una terra così fredda e tormentata che ha sempre esercitato su di me un fascino inspiegabile.
E’ dall’età di 17 anni che fantastico sul mio futuro, sul matrimonio, sull’uomo ideale, un compagno per tutta la vita finché morte non ci separi.

Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte: quella di vivere”

B. Brecht

SALIMA

Inciampo in avventure e delusioni, storie più o meno serie, finché un giorno, al matrimonio di mio cugino, inaspettatamente, incontro l’uomo che sognavo da tempo, fratello della sposa.
Sembrava tutto quello che una donna come me potesse desiderare: dolce, spontaneo, affettuoso, anticonformista, per giunta, un bell’uomo tedesco. Il mio sogno si avverava.
Lasciai famiglia e lavoro per andare a lavorare in Germania. Lui viveva in Olanda, al confine con la Germania, quindi pensai ingenuamente che, stando li’, avrei potuto tenere ben separati l’ambito lavorativo e quello sentimentale. Invece, innamorata pazza e desiderosa di stare con lui, mi feci convincere che il lavoro che avevo scelto non andava bene per me e che il mio posto sarebbe stato tra le sue braccia.

Dopo alcuni giorni in cui quell’uomo, a sua detta per dimostrarmi il suo amore e per proteggermi, mi faceva appostamenti davanti ai luoghi che frequentavo e mi ripeteva che il mio posto non era lì, ma con lui, crollai: un attacco di panico mi stroncò e Lui mobilitò tutta la sua famiglia per venirmi a riprendermi e  portarmi in Olanda.

Inizi; allora l’idillio amoroso nella terra dei tulipani e dei mulini a vento; tutto sembrava magico e fatato, la vita che avevo sempre sognato. Lui mi adorava ed aveva la capacità di vedere tutto sotto un alone dorato; non badava alle apparenze ed io mi sentivo accettata per quello che ero, senza artifici o finzioni, mi sentivo apprezzata nella mia essenza, senza costrizioni o formalità.
Non mi chiedevo, e forse non mi interessava nemmeno saperlo, come mai non avesse un lavoro e come mai percepisse un sussidio, così come non badavo al fatto che vivesse quasi sempre solo, eccezion fatta per le visite fugaci dei parenti o per le nottate in cui veniva a trovarlo il suo migliore, e forse unico amico.

Così, per quasi un anno, abbracciai i suoi ritmi ed i suoi stili di vita squilibrati, ai limiti del normale; per me c’era solo lui, non diedi retta a nessuno quando mi misero in guardia, mostrandomi l’evidenza e dicendomi: “E’ un uomo problematico, non fa per te. Sei sicura di volerti sposare?”. Io stavo bene con lui, punto. Il resto non mi interessava: non mi interessava il fatto che vivesse di notte anziché di giorno, che abusasse di birra e marjuana, che passasse il suo tempo al computer, impegnato nei videogiochi, che non gli importasse di niente, che avesse interessi ristretti oltre ad avere parecchi problemi alle spalle.

La nostra, ai miei occhi, era la storia d’amore ideale, quindi decidemmo, dopo quasi un anno di vita insieme, di sposarci e di metter su famiglia: ero al settimo cielo.
La mia gravidanza arrivò cercata ed in breve tempo; decisi di tornare in Italia per dare la notizia ai miei. Zampillavo gioia da tutti i pori.

Feci la prima visita ginecologica in Italia; sentii per la prima volta il suo cuoricino.

Purtroppo dall’ecografia risultò una cisti ovarica di natura sconosciuta, quindi fu necessario fissare la data per un intervento tempestivo: non potevo lasciare che una cosa simile mettesse a rischio la piccola vita che stava crescendo dentro di me, così decisi di sottopormi all’operazione in Italia, per non incappare nelle barriere linguistiche che avrei sicuramente trovato in Olanda. Lui non accettò la mia decisione ed iniziò a perseguitarmi con telefonate continue, dicendomi che sarei dovuta tornare subito da lui e fare l’intervento lì; iniziò a parlare di promesse non mantenute. Fu uno schiacciasassi sulla mia condizione psicologica in quel momento, avevo paura di perdere la mia creatura.
Non eravamo ancora sposati, ma la data del matrimonio si stava avvicinando; in quel momento a Lui non interessava la mia salute, ma solo le scadenze ed il matrimonio imminente, voleva farmi sua definitivamente.

Io invece stavo cambiando:  quella vita dentro di me mi stava aprendo gli occhi,
rivelandomi la vera natura del mio futuro marito: collerico, ossessionante, possessivo; per Lui era inconcepibile che io prendessi una decisione autonoma senza metterlo al primo posto. Ma ora c’era un figlio che cresceva nelle mie viscere.

Passai giorni d’inferno, Lui decise di raggiungermi in Italia in prossimità dell’intervento, continuando a ripetermi quanto fossero incapaci i medici italiani e quanto la nostra Sanità fosse inaffidabile. Non mostrò empatia per la mia situazione e il suo allarmismo continuo sui danni dell’anestesia al feto venivano prima di ogni altra cosa.
Per fortuna l’equipe medica era molto preparata e l’operazione riuscì benissimo senza danni a nessuno.

Ora non ci restava che tornare in Olanda e organizzare la cerimonia nuziale; ma io non mi sentivo più innamorata di lui e cominciavo a vederlo sotto un’altra luce, oscura ed opprimente. Probabilmente gli ormoni della gravidanza avevano preso il sopravvento sul mio idealismo senza scrupoli.

Iniziai a prefigurarmi una vita a tre ma vidi solo un abisso, un buco nero, un tunnel senza vie di fuga: io e la mia creatura avremmo vissuto come due ostaggi alle sue condizioni; no, un bambino non avrebbe potuto vivere così.

Pensai che il matrimonio mi avrebbe chiarito le idee, invece iniziò l’incubo: tornati in Olanda notai subito le condizioni della casa: Lui non se ne era più occupato da quando io ero andata in Italia e versava in uno stato di abbandono, di sporcizia, di lerciume inauditi.

No, non era proprio una casa a misura di bambino. Reagì ai miei rimproveri dicendo che avrei potuto dare una mano a pulire, anche dopo un intervento ed incinta.
La situazione era cambiata: non c’erano più filtri fra i miei occhi e la realtà che ora mi appariva in tutta la sua nitidezza e in tutto il suo squallore.

Non accettò il cambiamento e si tramutò in un’altra persona: irrispettoso, irriverente, senza scrupoli; il suo pensiero fisso era il sesso, a lui non importava che io fossi convalescente e con gli ormoni influenzati dalla gravidanza.

E furono litigi e pianti. Non ero più creta da forgiare fra le sue mani, ma una madre che lottava con le unghie e con i denti per la sua bambina.

Non volevo più star lì, quella vita non faceva per me, non faceva per NOI.

Lui era sempre più furibondo ed iniziò ad ubriacarsi pesantemente, la sua personalità malata emerse prepotentemente; la sua diventò una battaglia in cui i vincitori si portano a casa il bottino e sopravvivono, ed i vinti soccombono. La nostra bimba nella mia pancia era solo un trofeo da mostrare.

Non ce la feci più a resistere e decisi di scappare letteralmente da quella situazione. IO non sono proprietà di nessuno, mi appartengo e mi amo. Nonostante lui mi avesse annullata completamente e mi avesse resa una larva che faticava anche ad esprimersi a parole, scappai dalla tana del lupo.
Il bene di mia figlia ed il MIO bene erano lontani da quel bruto. Tornai a casa, in Italia, ma l’incubo non finì.

Anche da lontano, con email, telefonate continue, messaggi, continuò la sua opera di terrorismo psicologico; non mi riconosceva più perché non lo assecondavo come prima; ero diventata un’estranea e, secondo lui, dentro di me c’era un mostro che lui doveva uccidere, tutto questo perché avevo messo al primo posto la mia bambina e non la mia vita con lui.
Passai la gravidanza senza un compagno accanto, o meglio, con un compagno che da lontano non faceva altro che mettermi ansia minacciandomi, insultandomi, facendomi sentire una nullità e giocando sul mio forte senso di colpa. Trovai conforto solo nella mia famiglia ed in pochi, ma veri amici.

Il fardello della sua lontana presenza era molto più pesante da sopportare rispetto alle dimensioni della mia pancia, che intanto cresceva di giorno in giorno.
Affrontai il corso pre-parto da sola, quando tutte le altre avevano, nei giorni dedicati alla coppia, un compagno premuroso accanto. Ricordo ancora quel giorno in cui l’ostetrica del corso ci chiese di scrivere alcuni pensieri che iniziassero con “Mi sento mamma perché…” e “Non mi sento mamma perché…” ed io scrissi: “Mi sento mamma perché mi hai salvato la vita”. Ed era vero!
Anche il parto fu un’avventura vissuta senza compagno, c’era mia madre ad assistermi; Lui non sarebbe stato in grado, aveva perso la calma per un’operazione in laparoscopia, figurarsi come avrebbe reagito alle contrazioni, ai dolori, alle mie urla, al fatto che non lo considerassi. Così come non avrebbe sopportato di essere messo in secondo piano rispetto alla bimba, di cui non avrebbe potuto soffrire i pianti, lui che odiava i rumori forti.

Ci avevo creduto con tutta me stessa che potesse cambiare, che potesse far curare quei disturbi psichiatrici mai veramente affrontati e disintossicarsi dall’alcool; ma nonostante la nascita di nostra figlia Lui continuava a tormentarmi, minacciarmi ed insultarmi. Capii allora che il mio amore non avrebbe potuto salvarlo ma che quello che già nutrivo per la mia bambina avrebbe invece salvato me, e lei, portandoci in salvo, al riparo.

Ogni tanto ripenso ai mulini e ai tulipani, alle casette di legno, alle brezze marine.
E mi rivedo attaccata al mio sogno d’amore. Allora gli eventi che si sdipanano davanti ai miei occhi non mi sembrano un fallimento, ma solo un pezzo della mia vita, il cui frutto meravigliosa e’ lei, mia figlia, la mia gioia, il mio raggio di sole.
Quando sulle nostre fragili vite soffiava un vento crudele e rapinoso, la sua luce benefica mi ha dato la forza di reagire, mi ha messo le ali che ci hanno fatte volare abbracciate sopra la pianura e i campi di tulipani, portandoci via, lontane dal male e dal dolore, verso il nostro meraviglioso futuro.

true story from the blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/salima/

Women’s stories – Salima

It is difficult to tell a story of violence like mine, but the thought that, by reading it, even a single woman can escape the abuses perpetrated within the reassuring domestic walls, gives me the strength to retrace it and write it. I am an idealistic dreamer, clinging to her dreams, always ready to dive with enthusiasm, into stories, people, events.

My passion, since I was a child, has been Germany, with its language and its people, a land so cold and tormented that it has always had an inexplicable fascination on me. Since the age of 17 I have been fantasizing about my future, about marriage, about the ideal man, a companion for life until death do us apart.

“All the arts contribute to the greatest art of all: that of living”

B. Brecht

SALIMA

I stumble into adventures and disappointments, more or less serious stories, until one day, at my cousin’s wedding, unexpectedly, I meet the man I have long dreamed of, the brother of the bride.

He seemed everything a woman like me could wish for: sweet, spontaneous, affectionate, nonconformist, moreover, a handsome German man. My dream came true. I left my family and went to work in Germany.

He lived in Holland, on the border with Germany, so I naively thought that, by being there, I could keep the working. Instead, madly in love and eager to be with him, I was convinced that the job I had chosen was not right for me and that my place would be next to him.

After a few days in which that man, according to him, to show me his love and to protect me, stalked me in front of the places I frequented and repeated that my place was not there, but with him, I collapsed: a panic attack cut me off and he invited all his family to come and pick me up and take me to Holland.

Beginning; then the love idyll in the land of tulips and windmills; everything seemed magical and like in a fairy tale, the life I had always dreamed of. He adored me and had the ability to see everything under a positive light; He didn’t pay attention to appearances and I felt accepted for what I was, without artifice or pretense, I felt appreciated in my essence, without constraints or formalities. I did not ask myself, and perhaps I did not even care to know, why he did not have a job and why he received a subsidy, just as I did not mind the fact that he almost always lived alone, except for quick visits from relatives and when his best, and perhaps only friend, came to visit him.

So, for almost a year, I embraced his rhythms and his unbalanced lifestyles, at the limits of normal; for me there was only him, I didn’t listen to anyone when they warned me, showing me the evidence and saying: “He is a problematic man, he is not for you. Are you sure you want to get married? “. I was fine with him, period. The rest didn’t interest me: I didn’t care that he lived at night instead of day, that he abused beer and marijuana, that he spent his time on the computer, playing video games, that he didn’t care, that he had narrow interests beyond to have several problems behind them. Ours, in my eyes, was the ideal love story, so we decided, after almost a year of living together, to get married and start a family: I was in seventh heaven. My pregnancy arrived wanted and in a short time; I decided to return to Italy to give the news to my parents. Joy gushed from all my pores. I made the first gynecological examination in Italy; I felt her little heart for the first time.

Unfortunately, the ultrasound showed an ovarian cyst of an unknown nature, so it was necessary to set the date for an urgent intervention: I could not let such a thing put at risk the small life that was growing inside me, so I decided to undergo the operation in Italy, so as not to run into the language barriers that I would surely have found in Holland. He did not accept my decision and began to persecute me with continuous phone calls, telling me that I should go back to him immediately and do the surgery there; he started talking about broken promises. It was a crush on my psychological condition at that moment, I was afraid of losing my baby. We weren’t married yet, but the wedding date was approaching; at that moment he did not care about my health, but only the deadlines and the imminent marriage, he wanted to become his property.

But I was changing: that life inside me was opening my eyes, revealing to me the true nature of my future husband: angry, obsessive, possessive; for him it was inconceivable that I would make an autonomous decision without putting him in the first place. But now there was a son growing in my womb.

I spent days in hell, he decided to join me in Italy near the surgery date, continuing to repeat to me how incapable Italian doctors were and how unreliable our healthcare system was. He showed no empathy for my situation and his constant alarmism about the damage of anesthesia to the fetus came before anything else.

Fortunately, the medical team was very well prepared and the operation was successful without harm to anyone. Now we just had to go back to Holland and organize the wedding ceremony; but I no longer felt in love with him and began to see him in another light, dark and oppressive. Probably the pregnancy hormones had taken over my unscrupulous idealism.

I began to envision a life for three but I saw only an abyss, a black hole, a tunnel with no escape routes: my creature and I would have lived as two hostages on his terms; no, a child could not have lived like that. I thought that the marriage would have clarified my ideas, instead the nightmare began: back in Holland I immediately noticed the conditions of the house: he had not taken care of it since I had gone to Italy and was in a state of abandonment, of dirt , unheard of grunge. No, it wasn’t really a child-friendly home. She responded to my reproaches by saying that I could help clean up, even after surgery and pregnant. The situation had changed: there were no more filters between my eyes and the reality that now appeared to me in all its clarity and in all its squalor. He did not accept the change and turned into another person: disrespectful, irreverent, unscrupulous; his fixed thought was sex, he didn’t care that I was convalescing and with the hormones affected by pregnancy. And there were quarrels and tears. I was no longer clay to be forged in her hands, but a mother who fought for her little girl.

I didn’t want to be there anymore, that life wasn’t for me, it wasn’t for US. He was increasingly furious and began to get heavily drunk, his sick personality emerged forcefully; it became a battle in which the winners take home the spoils and survive, and the losers succumb. Our baby in my tummy was just a trophy to show. I couldn’t resist anymore and decided to literally escape from that situation. I am not owned by anyone, I belong to me and I love myself. Although he had completely nullified me and made me a larva that struggled even to express in words, I escaped from the wolf.

My daughter’s and MY life were far from that brute. I returned home to Italy, but the nightmare did not end. Even from afar, with emails, continuous phone calls, messages, he continued his work of psychological terrorism; he no longer recognized me because I did not go along with him as before; I had become a stranger and, according to him, there was a monster inside me that he had to kill, all this because I had put my little girl first and not my life with him. I went through the pregnancy without a partner next to me, or rather, with a partner who from a distance did nothing but make me anxious by threatening me, insulting me, making me feel like nothing and playing on my strong sense of guilt. I found solace only in my family and in a few, but true friends.

The burden of his distant presence was much heavier to bear than the size of my belly, which meanwhile was growing day by day. I took the pre-birth course alone, when all the others had a caring partner next to them on the couple’s days. I still remember that day when we were asked us to write some thoughts that began with “I feel as a mom because …” and “I do not feel as a mom because …” and I wrote: “I feel as a mom because you saved my life “. And it was true! Childbirth was also an adventure lived without a partner, my mother was there to assist me; He would not have been able, he had lost his temper due to a laparoscopic operation, let alone how he would have reacted to the contractions, to the pains, to my screams, to the fact that I did not consider him.

Just as he could not bear to be overshadowed by the child, whose crying he could not have suffered, he who hated loud noises. I believed with all my heart that it could change, that it could cure those psychiatric disorders that had never really been addressed and detoxify from alcohol; but despite the birth of our daughter, He continued to torment, threaten and insult me.

I understood then that my love could not save him but that what I already had for my little girl would instead save me and her, bringing us to safety, to shelter. Every so often I think back to the mills and tulips, the wooden houses, the sea breezes. And I see myself attached to my dream of love. Then the events unfolding in front of my eyes do not seem like a failure, but only a piece of my life, the wonderful thought is her, my daughter, my joy, my ray of sunshine.

When a cruel and ravenous wind blew on our fragile lives, its beneficial light gave me the strength to react, it gave me wings that made us fly embraced over the plain and tulip fields, taking us away, away from evil and from pain, towards our wonderful future.

true story from the blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/salima/

Storie di donne – Clara

Un grande amore, la malattia, il tradimento e la scelta di Clara di lasciar andare quell’amore rubato.

La nascita non è mai sicura come la morte. È  questa la ragione per cui nascere non basta. E’ PER RINASCERE CHE SIAMO NATI

Pablo Neruda

CLARA

Una stanza anonima, una poltrona come quelle che vedi dal dentista, una piantana con appesa una flebo riempita di liquido arancione e tu, adagiato, completamente attonito con un braccio teso all’infermiera e lo sguardo atterrito e perso a cercare i miei occhi. Hai stretto più forte la mia mano nel preciso istante in cui quel maledetto ago bucava la vena e goccia dopo goccia iniziavi la tua prima chemio.

Non ricordo più cosa ho inventato, come ho fatto, ma riuscii a raggiungerti, a varcare la porta di quell’ospedale enorme e senza nemmeno sapere dove fossi, sono riuscita a trovarti ed a intrufolarmi in quella stanza. Lo stupore attonito sul tuo viso nel vedermi lì, ha cancellato ogni mia paura, ogni senso di colpa.

Chemioterapia?

Sì, era una chemio quella che stavi per fare. Goccia dopo goccia quel liquido arancione avrebbe distrutto quel maledetto tumore che si era impossessato del tuo sangue, proprio mentre stavamo vivendo una favola, ricatapultandoci con violenza inaudita nella realtà.

Chemioterapia? sì, proprio quella cosa lì di cui tutti abbiamo sentito parlare, ma che nessuno ha il coraggio di chiedere esattamente cos’è, cosa ti fanno, come si fa.

In quella stanza, nulla più che una flebo ed io che avevo potuto tranquillamente entrare  senza che nessuno mi fermasse o mi chiedesse nulla. E noi, lì, occhi negli occhi a scrutarci dentro al cuore, a parlare con leggerezza e con il sorriso di noi due, di quell’amore assurdo agli occhi di tutti che ci aveva travolto un anno prima, inaspettato e potente, sconvolgendo le vite tranquille di due famiglie invidiate da tutti.

La signora anziana accanto alla tua poltrona con il suo ago conficcato nel braccio, ci guardava stranita e stupefatta per le nostre risate soffocate, così fuori luogo in quel posto fatto di angoscia e molecole di cloroformio.

E mentre le gocce fluivano, una dopo l’altra, noi ci organizzavamo per la sciata del giorno dopo. Non ti lasciavo guardare quell’ago e ti facevo parlare, ti sommergevo di chiacchiere leggere, piene di progetti,  ti stordivo di programmi, ti facevo fare promesse grandi.

E così, impedendoci l’un l’altro di parlare di quel tumore, scoprivamo insieme che la nausea non arrivava e che il giorno dopo la chemio potevi guidare, sciare, mangiare polenta e funghi, dormire al freddo in una baita sperduta nella neve e regalarmi un’intera notte d’amore.

Chemio dopo chemio, controllo dopo controllo, abbiamo scoperto che non stavi poi così male, che riuscivi a prendere un aereo e fuggire via per un weekend, che potevi mescolarti alla folla esultante e vedere quel concerto senza smettere un attimo di cantare e ballare stretto a me, che potevi correre sotto un violento temporale estivo con i vestiti fradici e le scarpe in mano e fermarti a baciarmi all’improvviso nell’androne di un vecchio palazzo, storditi ed inebriati.

E scoprire che era bello accarezzare quella testa, ormai senza capelli e guardare il tuo viso senza più sopracciglia. Potevamo ancora far l’amore per ore anche subito dopo una chemio e sorridere alle parole di quel medico mentre  ti diceva che era normale se non riuscivi più a farlo.

Noi, che non potevamo buttare quei pochi attimi per stare insieme, avevamo intuito che nei nostri lunghissimi abbracci e in quei baci interminabile c’era qualcosa di onnipotente, di taumaturgico, una inspiegabile alchimia e così, chemio dopo chemio, leggendo insieme le pagine di un libro, ascoltando insieme il tuo Ipod, raccontandoci, sognando il nostro futuro, siamo arrivati sino lì, al giorno in cui, davanti a te, con le tue braccia ancora segnate dai lividi lasciati da aghi appuntiti, ho aperto quella busta e ti ho letto quel referto che decretava la totale remissione. Il tuo cancro non c’era più.

Ci eravamo incrociati qualche anno prima per puro caso, ci eravamo amati come mai ne’ tu ne’ io eravamo stati capaci di fare.

E lì, in quel preciso istante, ho realizzato che era giunto il momento di lasciarti andare.

Sei entrato nella mia vita nel momento sbagliato, non sarebbe stato possibile andare oltre, i nostri figli non l’avrebbero mai accettato.

Ci riprendevano ognuno il suo dono. Quell’amore aveva sortito l’effetto più grande: tu eri guarito  e io avevo aperto gli occhi sulla mia vita.

Trovavo il coraggio di chiudere con un matrimonio finito e una vita che non poteva più essere la mia.

Riprendevo la mia vita in mano. Camminando da sola, con i miei ragazzi accanto, ricominciavo tutto da capo : un nuovo lavoro, un futuro nuovo pieno di incertezze, di difficoltà e di paura davanti.

Ti ho restituito a lei e ai tuoi figli.

Sei stato uno dei regali più preziosi che la vita mi abbia fatto, accanto a te ho scoperto cosa vuol dire veramente amare, senza riserve.

Come promesso non ci siamo mai più cercati. Abbiamo ripreso a percorrere i passi delle nostre vite, su due strade parallele.

Ed eccomi qua, con la vita che è tornata a stupirmi. Il tempo che è passato ha scavato, smussato, decomposto. Fino a quando sei arrivato tu, l’uomo di primavera.

Perché la vita sa farti rinascere, sempre.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clara/

Women’s stories – Clara

A great love, illness, betrayal and Clara‘s choice to let go of that stolen love.

“Birth is never as sure as death. This is the reason why being born is not enough. WE WERE BORN TO REBORN “

Pablo Neruda

CLARA

An anonymous room, an armchair like the ones you see at the dentist, a floor lamp with a drip filled with orange liquid hanging and you, lying down, completely astonished with an arm extended to the nurse and a terrified and lost look looking for my eyes. You squeezed my hand tighter at the exact moment that damned needle pierced the vein and drop by drop you started your first chemo. I no longer remember what I invented, how I did, but I managed to reach you, to cross the door of that huge hospital and without even knowing where you were, I managed to find you and sneak into that room. The astonished amazement on your face at seeing me there has erased all my fears, all guilt. Chemotherapy? Yes, it was chemo what you were going to do. Drop by drop that orange liquid would have destroyed that damned tumor that had taken possession of your blood, just as we were living a fairy tale, recapturing us with unprecedented violence in reality. Chemotherapy? yes, the very thing there that we have all heard about, but no one has the courage to ask exactly what it is, what they do to you, how to do it.

In that room, nothing more than a drip and I was able to safely enter without anyone stopping me or asking me anything. And we, there, eye to eye peering into our hearts, talking lightly and with the smile of the two of us, of that absurd love in the eyes of all that had overwhelmed us a year earlier, unexpected and powerful, upsetting our lives quiet of two families envied by all. The elderly lady next to your chair with her needle stuck in her arm, looked at us dazed and amazed by our muffled laughter, so out of place in that place made of anguish and chloroform molecules. And while the drops flowed, one after the other, we organized ourselves for the next day’s skiing. I wouldn’t let you look at that needle and let you talk, I flooded you with light chat, full of projects, I stunned you with programs, I made you make great promises. And so, by preventing each other from talking about that tumor, we discovered together that the nausea did not come and that the day after chemo you could drive, ski, eat polenta and mushrooms, sleep in the cold in a remote cabin in the snow and give me a whole night of love.

Chemo after chemo, checkup after checkup, we found that you weren’t that bad, that you could catch a plane and run away for a weekend, that you could mingle with the cheering crowd and see that concert without stopping for a moment to sing and dance close to me, that you could run under a violent summer storm with soaked clothes and shoes in your hand and suddenly stop and kiss me in the hall of an old building, stunned and inebriated. And discover that it was nice to caress that head, now without hair, and look at your face with no more eyebrows. We could still make love for hours even immediately after chemo and smile at that doctor’s words as he told you it was normal if you couldn’t do it anymore.

We, who could not waste those few moments to be together, had sensed that in our long hugs and in those interminable kisses there was something omnipotent, traumaturgical, an inexplicable alchemy and so, chemo after chemo, reading together the pages of a book, listening to your Ipod together, telling us, dreaming of our future, we got there, to the day when, in front of you, with your arms still marked by bruises left by sharp needles, I opened that envelope and I read that report that decreed total remission. Your cancer was gone.

We had crossed paths a few years earlier by pure chance, we had loved each other as neither you nor I had been able to do. And there, in that very moment, I realized it was time to let you go. You entered my life at the wrong time, it would not have been possible to go further, our children would never have accepted it. Each one took back his gift from the other. That love had had the greatest effect: you were healed and I had opened my eyes to my life. I found the courage to end with a broken marriage and a life that could no longer be mine.

I took my life back in hand. Walking alone, with my kids next to me, I would start all over again: a new job, a new future full of uncertainties, difficulties and fear ahead. I gave you back to her and your children. You have been one of the most precious gifts that life has given me, next to you I discovered what it really means to love, without reservations.

As promised, we never looked for each other again. We resumed walking in the footsteps of our lives, on two parallel paths. And here I am, with life that has returned to amaze me. The time that has passed has hollowed out, blunted, decomposed. Until you arrived, the man of spring. Because life knows how to make you reborn, always.

true story from the blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clara/

Women’s stories – Stella

Today we tell the story of Stella, who faces her husband’s betrayal and soon discovers that she cannot do anything about it.

Maybe life is like a river that goes to the sea. It didn’t go where intended to go, but it ended up where it needed to be.

Fabrizio Caramagna

STELLA

Christmas Eve. I remember the cold air in the morning while I was shopping. I wanted the dinner to be perfect in every detail. I would have carefully cooked fish dishes, I would have set the table with golden organza tulle.

Christmas music in the background would have spread notes of family intimacy in the air. The children would have worn the new red and black velvet dresses, running around joyfully and impatiently waiting to unwrap the gifts. Then the tree. I wanted it all with white flowers, really impressive. Everything had been studied in detail. For some time my husband hasn’t been the same. He always returned later in the evening and even on weekends he was often out for hypothetical work commitments.

He no longer looked me in the eyes. Indeed, he escaped my gaze. The conversation centered on the children, the shopping, the home. Never a word about us, about me, about what I felt. And I wanted to. Sometimes I looked at him absorbed in his thoughts. His body was next to mine but his soul was traveling elsewhere. We no longer made love. Little by little the habit of looking for each other under the bed sheets was lost. We lived in two parallel worlds that did not cross except in daily affairs. What still bound us? The mortgage to pay. The children. Years spent together. So many memories. But he was no longer mine. For a long time. Yet I still loved him, I was sure of it. I still wanted it. So, that Christmas Eve, I had decided to take him back.

I would have set up a perfect scene of family happiness to make him understand that his life was with us. Certainly not with the other, whose ghost now populated my sleepless and restless nights. My feminine intuition told me that that was the truth. All the clues pointed to this. There was no doubt. Then I should have tried to use all the weapons to my advantage. I was the wife. And I was the mother of his children. The woman he had shared everything with since we met twenty years earlier.

I would have populated that Christmas Eve with a radiant, sparkling atmosphere, made up of music, lights, colors, family scents. I wanted to make him understand that I didn’t care about his fling (because that’s what it was, I was sure).

A wife will have to forgive some of her husband’s mistakes and then be ready to pick him up in her big arms. The thought of the other bothered me, that yes. But more for her who had slipped subtly into our intimacy, than for him, whom I saw as aprey to her enchanting arts.

In my culture as a simple woman, educated in a farmers’ family, with sound principles and few frills, a woman had to have courage and common sense. Taking him back into my arms and forgiving him seemed like common sense. I imagined the scene at times. He who was crying on my breast invoking my forgiveness. I was crying and kissing him. And then we would have made love. Many times until the morning, when we would find ourselves in the kitchen with a cup of coffee in our hands looking at each other as it once was. As only he knew how to look at me and everything would be as before. Ring at the door. I go to open anxiously. The scene that I had set up as the backdrop for my victory over the other was ready.

Everything was perfect. Except him. Almost bothered by my attentions and the atmosphere with which I had enveloped him. The evening proceeded in a falsely serene atmosphere. The speeches are forced, the smiles painted on puzzled faces. At midnight we open the gifts to the delight of the children who perhaps do not notice the difficult lives of the adults around them. Let’s hope. There comes a time when we find ourselves alone. The time has come to tell him that I still love him and that I don’t care about the other one … But he does it before me.

He says my name like he hasn’t done for a long time. Stella… I have to tell you something. And then the whole truth falls on me like a winter avalanche. After that there is only silence and ice. He tells me he found out he loved a man. It had happened to him before, when he was very young, before we met. The story with me had made him think that this was just a youthful crush. Then came the marriage, the children, the house, the mortgage.

For some time, however, that desire that drowned in our marriage had resurfaced in him. He loved another. He could no longer deny it and pretend a life with me that no longer made sense. He decided to tell me on Christmas Eve … I swallow that truth like a bitter poison. I know I can’t compete with a man taking him away from me. My Christmas present. It’s not easy to walk again after a fall like this. Yet with so much pain, so much effort, today I still prepare Christmas dinner.

The music resounds and the organza tablecloth is still there. My children are grown up but still wait for midnight with the happiness of unwrapping their gifts. Next to me there is another who helps me cook Christmas Eve dinner. Everything will be perfect. I’m sure.

If you want to see the original video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/359291738003499/

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/stella/

Storie di donne – Stella

Oggi raccontiamo la storia di Stella, che di fronte al tradimento del marito scopre di non poter fare nulla.

Forse la vita è come un fiume che va al mare. Non è andata dove intendeva andare, ma è finita dove aveva bisogno di essere.

Fabrizio Caramagna

STELLA

La vigilia di Natale. Ricordo l’aria frizzante al mattino mentre facevo la spesa. Volevo che la cena fosse perfetta in ogni dettaglio. Avrei cucinato con cura piatti a base di pesce, avrei apparecchiato la tavola con tulle di organza dorata.

La musica natalizia sullo sfondo avrebbe diffuso note di intimità familiare nell’aria. I bambini avrebbero indossato gli abitini nuovi di velluto rosso e nero, scorrazzando festosamente nell’attesa impaziente dei regali da scartare. Poi l’albero. Lo avevo voluto tutto di fiori bianchi, veramente d’effetto. Tutto era stato curato nei minimi particolari. Da qualche tempo mio marito non era più lo stesso. Rientrava sempre più tardi la sera e anche nel fine settimana era spesso fuori per ipotetici impegni di lavoro.

Non mi guardava più negli occhi. Anzi, sfuggiva ai miei sguardi. La conversazione era incentrata sui bambini, la spesa, la casa. Mai una parola su noi, su di me, su ciò che sentivo. E volevo. A volte lo guardavo assorto nei suoi pensieri. Il suo corpo era accanto al mio ma la sua anima era in viaggio altrove. Non facevamo più l’amore. Piano piano si era persa l’abitudine a cercarsi sotto le lenzuola. Vivevamo in due mondi paralleli che non si incrociavamo se non negli affari quotidiani. Cosa ci legava ancora? Il mutuo da pagare. I figli. Gli anni passati insieme. Tanti ricordi. Ma lui non era più mio. Da tanto tempo. Eppure lo amavo ancora, ne ero sicura. Lo desideravo ancora. Così, quella vigilia di Natale, avevo deciso di riprendermelo.

Avrei allestito una scena perfetta di felicità familiare per fargli capire che la sua vita era con noi. Non certo con l’altra, il cui fantasma ormai popolava le mie notti senza sonno e senza ristoro. Il mio intuito femminile mi diceva che la verità era quella. Tutti gli indizi riconducevano a ciò. Non c’erano dubbi. Allora avrei dovuto cercare di affinare tutte le armi a mio vantaggio. Io ero la moglie. Poi ero la madre dei suoi figli. La donna con cui aveva condiviso tutto da quando c’eravamo incontrati vent’anni prima.

Avrei popolato quella vigilia di Natale di un’atmosfera radiosa, scintillante, fatta di musiche, luci, colori, profumi di famiglia. Volevo fargli capire che non m’importava della sua scappatella ( perché di quello si trattava, ne ero sicura ).

Una moglie dovrà pur perdonare qualche evasione di suo marito ed essere pronta poi a raccoglierlo fra le sue braccia grandi. Il pensiero dell’altra mi infastidiva, quello si’. Ma più per lei che si era insinuata subdolamente nella nostra intimità, che non per lui che io vedevo preda delle sue arti ammaliatrici.

Nella mia cultura di donna semplice, educata in una famiglia contadina, di sani principi e di pochi fronzoli, una donna doveva avere coraggio e buon senso. Riaccoglierlo fra le mie braccia e perdonarlo mi sembrava di buon senso. Mi immaginavo la scena, alle volte. Lui che piangeva sul mio seno invocando il mio perdono. Io che piangevo e lo baciavo. E poi avremmo fatto l’amore. Tante volte fino al mattino, quando ci saremmo trovati in cucina con la tazzina di caffè fra le mani a guardarci come una volta. Come solo lui sapeva guardarmi E tutto sarebbe tornato come prima. Suona alla porta. Vado ad aprire trepidante. La scena che avevo allestito come scenografia della mia vittoria sull’altra, era pronta.

Tutto era perfetto. Tranne lui. Quasi infastidito dalle mie attenzioni e dall’atmosfera con cui l’avevo avviluppato. La serata procede in un clima falsamente sereno. I discorsi sono forzati, i sorrisi dipinti su visi interdetti. A mezzanotte apriamo i regali per la gioia dei bambini che forse non si accorgono delle difficili vite degli adulti che gli stanno intorno. Speriamo. Arriva il momento in cui ci ritroviamo da soli. È giunta l’ora di dirgli che lo amo ancora e che non mi importa dell’altra… Ma lui fa prima di me.

Pronuncia il mio nome come non faceva da tempo. Stella…devo dirti una cosa. E poi tutta la verità mi piomba addosso come una slavina d’inverno. Dopo rimane solo silenzio e ghiaccio. Mi dice che ha scoperto di amare un uomo. Gli era già successo quando era molto giovane, prima che ci incontrassimo. La storia con me gli aveva fatto pensare che quella era stata solo una sbandata giovanile. Poi erano venuti il matrimonio, i figli, la casa, il mutuo.

Da qualche tempo però era riaffiorato in lui quel desiderio che aveva annegato nel nostro matrimonio. Amava un altro. Non poteva più negarlo e fingere una vita con me che non aveva più senso. Aveva deciso di dirmelo la vigilia di Natale… Ingoio quella verità come un veleno amaro. So che non potrò competere con lui che me lo porta via. Il mio regalo di Natale. Non è facile tornare a camminare dopo una caduta come questa.  Eppure con tanto dolore, tanta fatica oggi preparo ancora la cena di Natale.

Le musiche risuonano e la tovaglia di organza e’ ancora li’. I miei figli sono grandi ma ancora aspettano la mezzanotte con la felicità di scartare i loro regali. Accanto a me c’è un altro che mi aiuta a cucinare la cena della vigilia. Sarà tutto perfetto. Ne sono sicura.

Se volete vedere il video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/359291738003499/

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/stella/

Women’s stories – Valérie

Today we tell the story of Valérie, wife of a boss, who in order not to live on the edge of legality, decides to change country and name.

“Conscience is the voice of the soul and passion is the voice of the body”.
Jean Jacques Rousseau

VALERIE

He appeared one evening many years ago, as I was about to close my flower shop in Paris. An ordinary client, not tall, burly, with little hair. He was handling a large cigar. He asked for a generous bouquet of red roses. He smiled with his entire face, he had sure and kind gestures. “Only special roses,” he said in an amused tone as I put together the flowers. I was struck by the way he said it. He spoke French with a curious Italian accent which he tried to hide, making it even more interesting. I was very young and very curious.

After that first purchase he returned several times to my shop, always to buy huge bouquets for who knows which girlfriend. One day, when he left the shop, I followed him with my eyes and saw him throw the flower bouquet he had just bought into a trash bin, before getting into a sports car and driving away. I knew, then, that he was coming for me. We started dating. He filled me with words, smiles and attention. He had a magnetic charm, a sharp look that made me uncomfortable and seduced me at the same time.

He said his name was Nicolas and he had a small meat trading business. We went out a few times and one evening he took me to dance. Despite his by no means lean build, he moved gracefully and perfectly in time. He was an exceptional dancer. He whirled me to the beat of the music all night, gently and forcefully at the same time. Eventually, drunk with dancing and laughter, I found myself in his arms. A love story began among the most beautiful that I could ever hope to live. We made love with energy and without sparing ourselves. His way of taking me was often rough, yet I couldn’t help but wish his touch. No one had ever made me feel this way. We soon got engaged and, of course, my parents weren’t happy at all. For me they certainly did not want this unattractive, uneducated man with a not too refined profession and an Italian surname. Of course I ignored them, it was 1968 and it was normal to challenge authority. Any authority. Paris was a pressure cooker ready to explode at that time, and our story was nothing more than a light appendix to an otherwise fiery chronicle.

I closed the shop and stopped working. We got married in a small church outside the city on a beautiful spring day. It was the first time I saw his friends. Some of them were Italians who barely spoke French and walked around with large dark glasses. Others were Algerians, very ceremonious. Then there were his girl friends, a couple of very blond girls and a sporty brunette who hugged Nicolas with an intimacy that seemed fraternal to me at the moment. And finally Xavier, whom I would soon know very well. He was his best friend, so he told me. Young, tall, with gray eyes always on the move, he didn’t really look like the type who could be friends with Nicolas.

Maybe that day I should have noticed something, but some more time passed before I realized that the meat in which Nicolas traded was not that of farm animals destined to end up in the pot, but that of young women engaged in prostitution. Moreover, that was only part of his business, which also extended to drug dealing and weapon trafficking. Xavier was a cross between a bodyguard and an advisor, a trusted man of Nicolas who was delegated the protection of the head and some special affairs.

I was confronted with the facts when the police came to our house. Nicolas wasn’t there, by chance he was on the French Riviera for some business. The police were looking for anything that could connect him to the murder of a drug dealer that took place a few days earlier on the outskirts of Paris. But Nicolas was too smart to leave traces. And to be found in the house by the police. I was stunned. I read the search warrant over and over again, sitting in the kitchen with shaking hands, memorizing the charges that were being given at my husband. Nicolas had lied to me, he was a gangster and I was his woman. I understood in an instant the reason for certain absences, certain phone calls, at certain hours. And I felt again that nonmasculine scent that sometimes came from his jacket. I felt filthy. I did not wait for his return and, when the police was gone, I asked Xavier to take me to my parents, where I stayed for some time while I filed for divorce. However, my mother’s looks of pity were too severe a punishment for me to bear for long, so, with Nicolas still a fugitive, I moved into a small apartment in Rue d’Alleray and got a job as a saleswoman. I learned about Nicolasdirty business much more than I would have liked, until I discovered that he was one of the most wanted criminals in all of France. After the long interrogations I was subjected to by the police, which left me empty and wounded, I was now determined to forget him and start over.

About eight months passed and one day, as if nothing had happened, Nicolas showed up at my door. He told me that he was so sorry, but that if I had known the truth I would not have married him. And he loved me. He said he understood me, he understood divorce because he had been a liar and cheated on me. But he asked me to make an effort and think if I really wanted to be without him.

He suggested we meet every now and then, spend time together and, maybe, who knows, make love every now and then. I was outraged, upset, and offended that he believed I could accept such a proposal. I kicked him out of my house and cried for days. But after a few weeks, by virtue of what unhealthy instinct I don’t know, I called Xavier and asked him if he knew where to find Nicolas. We met in an anonymous café, a neutral territory that I had carefully chosen, frequented but not too much. We just talked, that first time. Then other meetings followed. Until, in short, we did what he asked. Every so often we met and made love. I was well aware that Nicolas had other women, and legally I was still his wife. I was excited and at the same time scandalized by myself for the situation I had accepted to live. Nicolas had tied me to him with a chain that was difficult to break. There was a kind of spell over me, a force that urged me each time to yield to his body pressing on mine, to his gaze demanding me. As much as I was ashamed of myself, at the same time I felt a kind of pride in being the woman of a criminal. It happened, at times, to lay my eyes on some policeman who was walking through the streets of Paris and to be tempted to tell everything, to have him arrested. But then I felt deep inside a sort of atrocious admiration for Nicolas and his ability to keep the entire French police in check.

It was bizarre to think that Nicolas was wanted all over the nation, as he led a basically regular life in Paris, running his business from a safe place not far from the city center. Things went on like this for two years. Until, one day, I noticed Xavier who was parked in the car under my house. I invited him to get on and he explained that Nicolas had asked him to keep an eye on me, to protect me. He told me about his passion for cars and many other things. Late in the evening we were still chatting. Then the unthinkable happened. We kissed and one kiss was followed by another, until, drunk with desire, we ended up in bed. It wasn’t the last time. A love triangle was established of which I was the apex. I had no more brakes and it seemed the ideal situation. Nicolas gave me passion and confidence, Xavier gave me lightness and sweetness. I wanted everything and I had everything. Nothing was enough for me, I still wanted everything from both. The bit of selflove that I had left was buried, overwhelmed by a force that I couldn’t resist and that pulled me to one side and then pushed me back to the other.

Then, one Sunday in September, Nicolas caught us. He said nothing. He went out, waited for Xavier in the street and, as soon as he saw him, he shot him down. After the fact he did not run away.

He sat on the sidewalk next to his friend‘s body, smoking a cigar while waiting for the police to arrive. I never saw him again, I knew he had been sentenced very harshly.

I changed my first name and took my mother’s surname. I left France and found a job as a translator in Italy. I married an entrepreneur from Bologna who had bought a beautiful villa in Ravello, facing the sea.

From the terrace, today, after forty years, between the glare of the sun on the water and the fog of memory, things no longer seem so true. Not so definitive. Sometimes dreams are like this, they mix with memory. And yet, really, I was the bosss wife in Paris many years ago.

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real story taken from: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/valerie/

Storie di donne – Valérie

Oggi raccontimao la storia di Valérie, moglie di un boss, che per non vivere ai margini della legalità, decide di cambiare paese e nome.

La coscienza è la voce dell’anima e le passioni sono la voce del corpo”.
Jean Jacques Rousseau

VALERIE

Comparve una sera di tanti anni fa, mentre stavo per chiudere il negozio, a Parigi. Un cliente trafelato, non alto , corpulento, con pochi capelli. Maneggiava un grosso sigaro quasi spento. Voleva un abbondante mazzo di rose rosse. Sorrideva con tutto il viso, aveva gesti sicuri e gentili. “Metta solo rose speciali”, mi  disse con tono divertito mentre raggruppavo i fiori. Mi colpì il modo in cui lo disse. Parlava  francese con un curioso accento italiano che cercava di nascondere, rendendolo ancora più interessante. Io ero molto giovane e molto curiosa.

Dopo quel primo acquisto tornò diverse volte nel mio negozio, sempre per comprare esagerati bouquet per chissà quale fidanzata. Un giorno, uscito dal negozio,  lo seguii con lo sguardo e lo vidi buttare in un cestino il mazzo di fiori appena comprato, prima di salire in una macchina sportiva e allontanarsi. Capii che veniva per me.

Iniziammo a frequentarci. Mi riempiva di parole, sorrisi ed attenzioni. Aveva un fascino magnetico, uno sguardo affilato che mi metteva a disagio e allo stesso tempo mi seduceva. Disse di chiamarsi Nicolas e di avere una piccola attività di commercio di carni. Uscimmo qualche volta e una sera mi portò a ballare. Nonostante la corporatura per nulla asciutta, si muoveva con grazia e perfettamente a tempo. Era un ballerino eccezionale. Mi fece roteare al ritmo di musica per tutta la notte, con delicatezza e con forza a un tempo. Alla fine, ubriaca di danze e di risate, mi ritrovai tra le sue braccia.

Iniziò una storia d’amore tra le più belle che io potessi mai sperare di vivere. Facevamo l’amore con energia e senza risparmiarci, in ogni anfratto appena praticabile. Il suo modo di prendermi era spesso rude, eppure non potevo fare a meno di desiderare che il suo tocco fosse ancora più severo. Mai nessuno mi aveva fatto sentire così.

Dopo poco ci fidanzammo e, naturalmente, i miei genitori non ne furono affatto felici. Per me non desideravano certo quest’uomo non bello, non colto, dalla professione non troppo raffinata e dal cognome italiano. Naturalmente io li ignorai, era il 1968 ed era normale sfidare l’autorità. Qualunque autorità. Parigi era una pentola a pressione pronta ad esplodere, in quel periodo, e la nostra storia non era che un’appendice leggera di una cronaca per altri versi infuocata.

Chiusi il negozio e smisi di lavorare. Ci sposammo in una chiesetta fuori città, in un bel giorno di primavera. Fu la prima volta che vidi i suoi amici. Alcuni di loro erano italiani che parlavano a stento il francese e giravano con grandi occhiali scuri. Altri erano algerini, molto cerimoniosi. Poi c’erano le amiche, un paio di ragazze biondissime e una bruna sportiva che abbracciava Nicolas con una intimità che lì per lì mi parve fraterna. E infine Xavier, che presto avrei conosciuto molto bene. Era il suo migliore amico, così mi disse. Giovane, alto, con gli occhi grigi sempre in movimento, non sembrava proprio il tipo che poteva essere amico di Nicolas.

Forse quel giorno avrei dovuto accorgermi di qualcosa, ma trascorse ancora del tempo prima che realizzassi che la carne in cui commerciava Nicolas non era quella di animali d’allevamento destinata a finire in pentola, ma quella di giovani donne dedite alla prostituzione. Peraltro, quella era solo una parte dei suoi affari, che si estendevano anche allo spaccio di droga e al traffico d’armi. Xavier era una via di mezzo tra una guardia del corpo e un consigliere, un uomo di fiducia di Nicolas cui erano delegate la protezione del capo e alcuni affari particolari.

Fui messa davanti ai fatti quando la polizia venne a casa nostra per una perquisizione. Nicolas non c’era, casualmente era in Costa Azzurra per certi affari. La polizia cercava qualsiasi cosa potesse collegarlo all’omicidio di uno spacciatore avvenuto pochi giorni prima alla periferia di Parigi. Ma Nicolas era troppo furbo per lasciare tracce. E per farsi trovare in casa dalla polizia.

Rimasi di sasso. Lessi il mandato di perquisizione più e più volte, seduta in cucina con le mani tremanti, mandando a memoria le imputazioni che venivano mosse a mio marito. Nicolas mi aveva mentito, era un gangster e io la sua donna. Capii in un istante il perché di certe assenze, di certe telefonate, di certi orari. E avvertii di nuovo quel profumo non maschile che emanava a volte la sua giacca.

Mi sentii sudicia. Non attesi il suo ritorno e, quando la polizia se ne fu andata, chiesi a Xavier di portarmi dai miei genitori, dove rimasi per qualche tempo mentre avviavo le pratiche per il divorzio. Tuttavia, gli sguardi di compatimento di mia madre erano una punizione troppo severa perché potessi sopportarla a lungo, per cui, con Nicolas ancora latitante, mi trasferii in un piccolo appartamento in Rue d’Alleray e trovai lavoro come commessa.

Seppi degli affari sporchi di Nicolas molto più di quanto avrei voluto, fino a scoprire che si trattava di uno dei criminali più ricercati di tutta la Francia. Dopo i lunghi interrogatori cui fui sottoposta dalla polizia, che mi lasciavano svuotata e ferita, ero ormai decisa a dimenticarlo e a ricominciare.

Passarono circa otto mesi e un giorno, come se nulla fosse, Nicolas si presentò alla mia porta. Mi disse che gli dispiaceva tanto, ma che se avessi saputo la verità non l’avrei sposato. E lui mi amava. Disse che mi capiva, capiva il divorzio perché era stato bugiardo e mi aveva tradita. Però mi chiese di fare uno sforzo e di pensare se davvero volevo stare senza di lui. Mi propose di vederci ogni tanto, di passare del tempo assieme e, magari, chissà, di fare l’amore ogni tanto.

Ero sdegnata, turbata e offesa dal fatto che lui credesse che io potessi accettare una simile proposta. Lo cacciai fuori da casa mia e piansi per giorni.

Ma dopo qualche settimana, in forza di quale malsano istinto non so, chiamai Xavier e gli chiesi se sapeva dove trovare Nicolas. Ci vedemmo in un anonimo caffè, un territorio neutrale che avevo scelto con cura, frequentato ma non troppo. Parlammo solo, quella prima volta. Poi altri incontri seguirono. Sino a che, in breve, facemmo quello che lui aveva chiesto di fare. Ogni tanto ci vedevamo e facevamo l’amore. Sapevo bene che Nicolas aveva altre donne, e legalmente io ero ancora sua moglie. Ero eccitata e a un tempo scandalizzata da me stessa per la situazione che avevo accettato di vivere. Nicolas mi aveva legata a sé con una catena difficile da spezzare. Vi era una sorta di incantesimo su di me, una forza che mi esortava ogni volta a cedere al suo corpo che premeva sul mio, al suo sguardo che mi reclamava. Per quanto mi vergognassi di me stessa, provavo al contempo una sorta di orgoglio nell’essere la donna di un criminale. Mi capitava, a volte, di posare lo sguardo su qualche poliziotto che passeggiava per le strade di Parigi e di avere la tentazione di raccontare tutto, per farlo arrestare. Poi però sentivo nel profondo una sorta di atroce ammirazione per Nicolas e la sua capacità di tenere in scacco l’intera polizia francese.

Era bizzarro pensare che Nicolas fosse ricercato in tutta la nazione, mentre conduceva una vita in fondo regolare a Parigi, governando i suoi affari da un luogo sicuro poco distante dal centro della città.

Le cose andarono avanti così per due anni. Sino a che, un giorno, notai Xavier che stazionava in macchina sotto casa mia. Lo invitai a salire e mi spiegò che Nicolas gli aveva chiesto di tenermi d’occhio, per proteggermi. Mi parlò della sua passione per le auto e di molte altre cose. Facemmo tardi, sempre chiacchierando. Poi successe l’impensabile. Ci baciammo e a un bacio seguì un altro, sino a che, ubriachi di desiderio, finimmo a letto.

Non fu l’ultima volta. Si instaurò un triangolo amoroso del quale io ero il vertice. Non avevo più freni e mi sembrava la situazione ideale. Nicolas mi dava la passione e la sicurezza, Xavier la leggerezza e la dolcezza. Volevo tutto e tutto avevo. Niente mi bastava, volevo ancora tutto da tutti e due. Quel po’ di amor proprio che mi era rimasto era sepolto, sopraffatto da una forza alla quale non sapevo resistere e che mi tirava da un lato per poi spingermi di nuovo dall’altro.

Poi, una domenica di settembre, Nicolas ci sorprese. Non disse nulla. Uscì, attese Xavier in strada e, appena lo vide, lo freddò con due colpi di pistola. Dopo il fatto non fuggì. Si sedette sul marciapiedi vicino al cadavere dell’amico, fumando il sigaro in attesa dell’arrivo della polizia.

Non lo vidi mai più, seppi che era stato condannato a una pena durissima.

Cambiai il mio nome di battesimo e presi il cognome di mia madre. Lasciai la Francia e trovai lavoro come traduttrice in Italia. Sposai un imprenditore di Bologna, il quale aveva comprato una bellissima villa a Ravello, di fronte al mare.

Da questa terrazza, oggi, dopo quarantanni, tra il barbaglio del sole sull’acqua e la nebbia del ricordo, le cose non sembrano più tanto vere. Né tanto definitive. I sogni a volte sono così, si mescolano alla memoria. Eppure, davvero, io fui, a Parigi, tanti anni fa, la moglie del boss.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/valerie/

Storie di donne – Sally

Oggi raccontimao la storia di Sally, che dopo tanto dolore nella sua famiglia d’origine, lacerata dai litigi, si ritrova a dover provare la stessa sofferenza nella sua vita matrimoniale.

“L’inizio della fine
Ecco, inizio da qui. Oggi è l’inizio della fine.
Mi sento così, con questa rivelazione, che assomiglia all’epifania di quando ti ho preso tra le braccia la prima volta, quando mi sono sentita così potente da essere stata capace di partorire, di far nascere dal mio ventre nuova vita. È stata un’esplosione, l’accendersi di una lampadina che ha spento improvvisamente il buio che ha coperto per anni quello che non sapevo, quello che non potevo conoscere prima. Sono una madre, sì. Sono la tua mamma. E quella volta, la prima volta che si è spento il buio, è quando sei nato tu. In quel momento ho capito che niente sarebbe stato più lo stesso”.

SALLY

Ma questa volta sono io a nascere, o meglio a ri-nascere. Ci vuole coraggio sai? Ci vuole coraggio, a rimettersi in discussione, a guardare dentro questo vaso dove tutto entra, a volte con violenza, a volte goccia a goccia, ma quasi niente esce.
Eppure sono qua, dopo tutto, dopo tutti questi anni di luce soffusa e penombra, dopo la luce che hai portato tu, dopo il dolore che spezza tutto, l’abbandono, i sacrifici, la rabbia, la delusione, la confusione….Si’, la confusione….
C’è una gran confusione, qui dentro, i ricordi si mescolano, i dolori sbiadiscono col tempo ma non scompaiono, rimangono come cunei e l’unica prova è l’acqua, le gocce che stillano, come un rubinetto rotto, perché il vaso è pieno e per non esplodere lascia sfiatare questa pentola a pressione.
Chi sono, chi sono stata finora? Sono stata figlia, sorella, spettatrice, attrice.

Sono stata fidanzata, moglie e Madre. Ecco ora sono tua Madre, ma forse sono sempre stata un po’ madre, perché nella mia famiglia ero la sorella maggiore. Con più responsabilità, con l’impegno la mattina di accompagnare mia sorella più piccola alla materna, prima di andare a scuola, e dopo l’impegno di andare a riprendere mia sorella mezzana. Quando ero alle medie, uscivo alle 4 e aspettavo mia sorella per tornare a casa insieme.
Sono piccole cose, lo so, ma già a 12 anni avevo la Responsabilità. Ecco un altro leit motiv: la Responsabilità. Credo di non essere mai stata solo figlia. Beh, in effetti, al mio primo compleanno c’era già mio fratello, quel fratello tanto odiato, ma forse l’unica persona che mi ha mai permesso di comportarmi da bambina. Con lui sono stata piccola, gli rubavo il ciuccio, lo facevo piangere, sono (stata?) invidiosa delle attenzioni che i miei genitori gli riservavano, ma tutto sommato, anche se non lo ricordo più, con lui sono stata bambina.
Poi, quando 5 anni dopo mio fratello, è arrivata mia sorella, ecco, lì è finita la mia infanzia. È finita subito dopo la gioia, l’emozione che solo una nascita può dare, dopo la soddisfazione di aver vinto la scommessa contro mio fratello e quella di avere un nuovo bambolotto per casa.

Già, perché se lì finiva la mia gelosia, con la vittoria per una nuova sorellina, lì iniziava la battaglia tra di loro, la gelosia di mio fratello verso mia sorella. Infine, dopo altri 5 anni eccoci al completo: 4 figli e due genitori. Una mamma, un papà, la sorella maggiore, un fratello e due sorelle. Tanti per una sola famiglia, ma soli in un paese senza radici per i miei genitori, emigrati dal sud.
Che famiglia eravamo? Una famiglia speciale, una famiglia normale, forse entrambe le cose, chi lo sa? Alla fine ogni famiglia è unica e tutto dipende da chi ne fa parte. I miei genitori non sono mai andati d’accordo. Per tanto tempo mi sono chiesta che ci facessero ancora insieme a urlarsi e rinfacciarsi cose successe prima che nascessi io, prima che si sposassero, come facessero a tenere a mente tutti quei dettagli anni, a volte decenni, dopo che erano successi? Io non ce la faccio, io dimentico, che fatica tenere a mente gli episodi dolorosi, meglio lasciar scivolare, lasciar levigare la sabbia sul bagnasciuga, preparare un foglio bianco per il prossimo capitolo.
Ecco, è così, non li ho mai capiti i miei genitori. Perché continuare a farsi del male? Eppure dopo le peggiori litigate, dopo gli schiaffi, i silenzi assordanti, i mesi a dormire sul divano, a non parlare, neppure coi propri figli, a rinfacciarsi di tutto davanti a noi… eppure, dopo l’avvocato, le minacce, le suppliche, alla fine lui in ginocchio implorava lei di perdonarlo. E così facevano pace, la serenità durava il tempo di qualche scampagnata e si ricominciava, ed ogni volta rivivevamo le stesse cose, anche se ogni volta era come fare un passo in più, un passo in più verso la follia.
Ed io cosa facevo? Io ero la sorella maggiore e mi sentivo Responsabile perché dovevo proteggere i miei fratelli. Così, quando mamma e papà litigavano, ci chiudevamo in camera o in bagno e ci raccontavamo favole, a volte cercavamo di origliare le litigate per capire di chi era la colpa quella volta. Facevamo il gioco dei presupposti, per distogliere le attenzioni dalle grida, lo avevo inventato in un momento di tensione per spiegare a mia sorella che c’è una ragione se le persone si comportano in un certo modo, basta capire qual è il loro presupposto, la loro convinzione, cosa gli passa per la testa prima di dire o fare qualcosa. L’avevo dimenticato, me lo ha ricordato proprio mia sorella poco tempo fa.
Quando capitava che ci fossi solo io in casa, invece, cercavo di mediare, facevo domande e davo risposte, spiegavo all’uno le motivazioni dell’altro e viceversa. Mi sentivo responsabile anche verso di loro, come se la famiglia l’avessi creata io con la mia nascita e non loro col loro matrimonio. È incredibile come una bambina insicura e timida riesca a sentirsi così onnipotente ed egocentrica. Eppure mi sentivo la causa di tutto quello che succedeva in famiglia, tutto il bello e tutto il brutto erano in qualche modo colpa mia.
Crescendo i problemi sono aumentati, non poteva che essere così, questo ora lo so, ma quando ero lì in mezzo tra urla e strilli di mamma e papà che si sommavano a urla, strilli e botte tra mio fratello e mia sorella, non mi capacitavo di come le cose andassero sempre solo peggio. Ed eccolo il momento peggiore. Ero alle superiori, un periodo delicato di per sé, il periodo delle trasgressioni e dell’autodeterminazione di sé, ed io vivevo come sempre la mia vita da sorella maggiore, uscivo portandomi dietro una sorella, a volte due, sempre borbottando perché ero l’unica ad avere delle incombenze, l’unica ad avere dei doveri, l’unica ad avere degli orari. Già, perché mio fratello, invece, poteva uscire senza avere nessun compito, neppure comprare il pane, poteva andarsene e tornare quando gli pareva e ovviamente non doveva portarsi dietro le sorelle.
Eppure, nonostante tutti i suoi privilegi, mio fratello ha sempre vissuto male la nascita della terzogenita che gli aveva tolto il ruolo di principino di casa e crescendo questa gelosia era aumentata a dismisura, con urla e litigi continui tra i due fratelli, invariata e forse anche aumentata dopo la nascita dell’ultimogenita. Più il tempo passava più la situazione degenerava. I miei genitori lavoravano entrambi ed erano fuori casa tutti i giorni tutto il giorno. Ora che sono dall’altra parte comincio a capire la fatica e le difficoltà che hanno avuto, ma ciò non toglie che non siano riusciti ad intervenire con autorevolezza prima che i litigi normali tra fratelli sfociassero in lotte violente e pesanti per i motivi più disparati e assurdi. Per esempio, l’affronto irrecuperabile che faceva scattare mio fratello era che mia sorella accendesse la luce per attraversare la stanza in cui lui faceva il suo riposino pomeridiano dopo la scuola (peccato che fosse il salotto). Insomma, il pomeriggio dopo la scuola la casa diventava un campo di battaglia e la sera mamma e papà potevano solo raccogliere alcune lamentele che non servivano a fargli prendere in mano la situazione, almeno non in modo efficace. Le litigate peggioravano di mese in mese, a volte era anche capitato che mia sorella si allontanasse di casa per sfuggire a mio fratello. Ed io? Cercavo di mediare, ma di fronte a due muri di gomma alla fine mi schieravo sempre con quella che mi sembrava la parte debole che era anche dalla parte opposta del mio odiato fratello, almeno da quando avevo un anno.
L’adolescenza è un periodo difficile per tutti, ma per due genitori troppo concentrati sui propri litigi forse l’adolescenza di due figli insieme poteva essere troppo, e così semplicemente io ho scelto di non dare problemi, non più di quelli che potevo dare nelle litigate tra me e mia sorella contro l’odiato fratello.
Non ho mai sgarrato, mai bigiato la scuola, mai fumato sigarette o altro (che a scuola giravano), niente, per scelta. Perché vedevo talmente tanta follia intorno a me (menar mani per una luce accesa o un telecomando) che la ribellione più grande pensavo fosse la normalità.
Ma la mia normalità non ci ha tenuti al riparo dai problemi. Ovviamente il sottofondo erano i litigi tra i miei genitori, a cui si sommavano i problemi scolastici, relazionali e di cattive compagnie di mio fratello, e i problemi tra i due fratelli mezzani. Tutto ovviamente si ripercuoteva sull’intera famiglia. Mio padre, arrivato allo stremo più di una volta ha tentato di scappare, mia sorella più piccola alle elementari aveva attacchi di panico ed io, continuavo a sentirmi Responsabile.
Talmente Responsabile che dopo una furiosa lite e botte connesse tra mio fratello di 21 anni, alto 1,80 m per circa 90 chili, verso mia sorella di 16 anni che ne pesava almeno 20 di meno e in cui lei aveva minacciato di chiamare i carabinieri…. Beh, io ce l’ho accompagnata dai carabinieri, per chiedere il loro aiuto nei confronti di un fratello ingestibile e convinto di poter fare quello che gli pareva, forte della sua stazza.
Talmente Responsabile che quando mio padre per due notti non è rientrato a casa, io le ho passate a gironzolare per il paese da sola alla ricerca della sua macchina parcheggiata davanti al cimitero, dove si rifugiava per fuggire al delirio.
Talmente Responsabile che lo chiamavo di nascosto senza dirlo a mia madre per sapere se era ancora vivo, e quando una volta è tornato ubriaco fradicio sono scesa io a pulire il vomito davanti all’ingresso di casa
Talmente Responsabile che il giorno dopo il mio esame di maturità l’ho cercato per tutta la notte finchè non l’ho trovato chiuso in box dentro la macchina accesa con un tubo che portava dentro l’abitacolo il gas di scarico da cui l’ho dovuto trascinare fuori urlando e piangendo
Sempre Responsabile. Sempre tutta colpa mia.
Ma questo è un peso troppo grosso da portare. Adesso lo capisco.
Allora no, non lo potevo e non lo volevo capire e per proteggermi potevo solo allontanarmi, stare il più possibile fuori casa, presa in tutti gli impegni possibili pur di non stare in famiglia. Volevo evadere, trovare un’altra dimensione fuori da li’.
Il mio sogno era avere un’altra casa in cui rientrare la sera.

Fino a quando non ho incontrato lui. Il il tuo papà, proprio lui, ed è stato un amore grande, totalizzante, che mi ha fatto rimettere tutto in discussione. Con lui vicino, tutto ad un tratto, e per la prima volta, mi sono sentita spalleggiata, protetta, ascoltata.
Ora so che è stato un abbaglio, ma io ho vissuto per 8 anni come se fosse per sempre, pensando di aver trovato l’amore, la luce, l’altra metà che avrebbe potuto completare la mia. Da quando ci siamo conosciuti abbiamo iniziato a progettare, prima una casa insieme, poi il matrimonio (anzi 2!) e per finire abbiamo voluto TE, LA LUCE, senza ombre.
Per 8 anni sono stata felice, consapevole della mia felicità, incurante di quello che dicevano gli altri, perché io stavo bene, non chiedevo altro e mi sentivo grata per il fatto di rendermi conto di quanto fossi felice. Anche rientrare in casa dei miei genitori era diventato piacevole, perché sapevo che a fine serata potevo chiudermi la porta alle spalle e tornare a casa nostra, nel nido che faticosamente avevamo costruito solo con i nostri sacrifici.
Ma è finita.
E questa fine è stata distruttiva per me, devastante, mi ha fatto crollare psicologicamente. All’improvviso e senza un perché il mio principe azzurro decide che non ne può più (ma di cosa? Di chi?).
Per mesi ho cercato una spiegazione, una risposta, ma forse una risposta non c’è, le cose finiscono anche senza una ragione, proprio come il mio sogno, quello che consapevolmente sapevo di aver costruito e rimiravo ogni giorno, svanito senza che lo avessi mai perso di vista.
Nel giro di una notte mi sono ritrovata sola, in una casa che improvvisamente sentivo come estranea, senza un marito, da sola, con un bimbo di due anni che avevo la Responsabilità di proteggere ed educare, con la sola certezza che non volevo per nessun motivo che passasse quello che avevo passato io. Mio marito non vuole più stare con me?

Io ho provato in tutti i modi a fargli capire che non doveva prendere una decisione affrettata, che poteva pensarci con calma anche fuori di casa, mantenendo dei rapporti civili per il bene di nostro figlio. L’unica cosa che sapevo che non avrei mai potuto affrontare era un avvocato.

“Fai quello che vuoi, prenditi tutto il tempo che vuoi, se metti in mezzo un avvocato però mi dispiace ma per me è finita”. Non potevo neanche pensare di ripercorrere la strada dei miei genitori.

Purtroppo, però, un giorno è arrivata proprio la lettera di un avvocato.

Un’altra mazzata, ma da lì mi sono detta: Ok, il limite è stato superato, allora bisogna guardare avanti, a testa alta e andare oltre, ormai indietro non si torna.

È stata dura, è ancora dura, sentirsi sola, abbandonata da tutti e avere la Responsabilità di crescere un figlio, avere sempre paura di sbagliare, affrontare da sola tutto, dalla mattina alla sera, le notti con la febbre, i dubbi e la stanchezza.

E’ dura, ma lo sto facendo con tutto l’impegno possibile mettendocela davvero tutta.

E so che ce la farò!!

Da oggi rinasco perché voglio guardarci dentro alla mia vita, partendo dalla mia infanzia e svuotare il vaso, far asciugare finalmente al sole tutti i miei stracci e non voglio più che le lacrime scendano per evitare di scoppiare. Tolgo il cuneo, faccio uscire le emozioni e finalmente faccio spazio per accogliere quello che sarà.

Se volete vedere il video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/1346830472149278

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/sally/

Women’s stories – Sally

Today I tell the story of Sally, who after so much pain in her family of origin, torn by quarrels, finds herself having to experience the same suffering in her married life.

“The beginning of the end, I start from here. Today is the beginning of the end. I feel this way, with this revelation, which resembles the joy of when I took you in my arms for the first time, when I felt so powerful that I was able to give birth, to give birth to new life from my womb.

It was an explosion, the lighting of a light bulb that suddenly turned off the darkness that covered for years what I did not know, what I could not know before.

I am a mother, yes. I am your mom. And that time, the first time the darkness went out, is when you were born. At that moment I realized that nothing would ever be the same “.

SALLY

But this time it is me who is born, or rather, who is reborn. It takes courage, you know? It takes courage, to question ourselves, to look inside this vase where everything enters, sometimes with violence, sometimes drop by drop, but almost nothing comes out. Yet I am here, after all, after all these years of soft light and dim light, after the light that you brought, after the pain that breaks everything, the abandonment, the sacrifices, the anger, the disappointment, the confusion…. ‘, the confusion…. There is a great confusion here, the memories mix, the pains fade with time but do not disappear, they remain like wedges and the only proof is the water, the dripping drops, like a broken tap, because the vase is full and in order not to explode let this pressure cooker vent. Who am I, who have I been so far? I have been a daughter, sister, spectator, actress.

I have been engaged, wife and mother. Now I am your mother, but perhaps I have always been a bit of a mother, because in my family I was the elder sister. With more responsibility, with the commitment in the morning to accompany my younger sister to the nursery, before going to school, and after the commitment to go and pick up my middle sister. When I was in junior high, I went out at 4 and waited for my sister to come home together. They are small things, I know, but at the age of 12 I already had the Responsibility. Here is another leitmotif: Responsibility. I guess I was never just a daughter. Well, in fact, on my first birthday there was already my brother, that much hated brother, but perhaps the only person who has ever allowed me to behave as a child. I was little with him, I stole his pacifier, I made him cry, I (was?) Envious of the attention my parents gave him, but all in all, even if I don’t remember it anymore, I was a child with him. Then, when 5 years after my brother, my sister arrived, that’s where my childhood ended. It ended immediately after the joy, the emotion that only a birth can give, after the satisfaction of having won the bet against my brother and that of having a new baby doll for the house.

Yes, because if my jealousy ended there, with the victory for a new little sister, there the battle between them began, my brother’s jealousy towards my sister. Finally, after another 5 years we are complete: 4 children and two parents. A mom, dad, older sister, brother and two sisters. Many for a single family, but alone in a country without roots for my parents who emigrated from the south. What family were we? A special family, a normal family, maybe both, who knows? In the end, every family is unique and it all depends on who is part of it. My parents never got along. For a long time I wondered if they were still screaming and screaming at each other about things that happened before I was born, before they got married, how did they keep in mind all those details years, sometimes decades, after they happened? I can’t do it, I forget, how hard it is to keep painful episodes in mind, better to let it slip, let the sand smooth on the shore, prepare a blank sheet for the next chapter. Well, that’s it, I never understood my parents. Why keep harming yourself? Yet after the worst fights, after the slaps, the deafening silences, the months of sleeping on the sofa, not talking, not even with their children, to blame everything in front of us … and yet, after the lawyer, the threats, the pleas , in the end he on his knees begged her to forgive him. And so they made peace, the serenity lasted the time of some picnic and we started again, and each time we relived the same things, even if each time it was like taking one more step, one more step towards madness. And what was I doing? I was the elder sister and I felt Responsible because I had to protect my brothers. So, when mom and dad argued, we locked ourselves in the room or bathroom and told each other stories, sometimes we tried to overhear the arguments to figure out who was to blame that time. We played the game of the assumptions, to divert attention from the screams, I had invented it in a moment of tension to explain to my sister that there is a reason why people behave in a certain way, just understand what their assumption is, their belief, what goes through their minds before they say or do something. I had forgotten it, my sister just reminded me a short time ago.

When it happened that there was only me in the house, however, I tried to mediate, I asked questions and gave answers, I explained to one the motivations of the other and vice versa. I also felt responsible towards them, as if I had created the family with my birth and not them with their marriage. It’s amazing how an insecure and shy little girl can feel so omnipotent and self-centered. Yet I felt the cause of everything that happened in the family, all the good and all the bad was somehow my fault. Growing up the problems have increased, it could only be like this, I know this now, but when I was there in the middle between the screams and screams of mom and dad that added to screams, screams and blows between my brother and my sister, I could not understand how things always got only worse. And here is the worst moment. I was in high school, a delicate period in itself, the period of transgressions and self-determination, and I lived my life as an older sister as always, I went out carrying one sister, sometimes two, always mumbling because I was the the only one to have duties, the only one to have duties, the only one to have schedules. Yes, because my brother, on the other hand, could go out without having any task, not even buying bread, he could go and come back whenever he wanted and obviously he didn’t have to take his sisters with him.

Yet, despite all his privileges, my brother has always lived badly the birth of the third child who had taken away the role of prince of the house and growing this jealousy had increased dramatically, with screams and continuous quarrels between the two brothers, unchanged and perhaps also increased after the birth of the last child. The more time passed the more the situation degenerated. My parents both worked and were away from home everyday all day. Now that I am on the other side I begin to understand the fatigue and difficulties they have had, but the fact remains that they were not able to intervene with authority before the normal quarrels between brothers resulted in violent and heavy fights for the most disparate reasons and absurd. For example, the irrecoverable insult that triggered my brother was that my sister turned on the light to cross the room where he took his afternoon nap after school (too bad it was the living room). In short, in the afternoon after school the house became a battlefield and in the evening mom and dad could only collect some complaints that did not help them take matters into their own hands, at least not effectively. The quarrels got worse from month to month, sometimes it even happened that my sister left home to escape my brother. And me? I tried to mediate, but in front of two rubber walls in the end I always sided with what seemed to me the weak side who was also on the opposite side of my hated brother, at least since I was one year old.

Adolescence is a difficult period for everyone, but for two parents too focused on their quarrels, perhaps the adolescence of two children together could be too much, and so I simply chose not to give problems, no more than I could give in the fight between me and my sister against the hated brother. I have never failed, never failed the school, never smoked cigarettes or anything else (which went around in school), nothing, by choice. Because I saw so much madness around me (hitting hands for a light on or a remote control) that the biggest rebellion I thought was normal. But my normality didn’t keep us safe from problems. Obviously the background was the quarrels between my parents, to which were added the scholastic, relationship and bad company problems of my brother, and the problems between the two middle brothers. Everything obviously affected the whole family. My father, when he was exhausted more than once, tried to escape, my younger sister in elementary school had panic attacks and I continued to feel Responsible. So responsible that after a furious dispute and beating connected between my 21-year-old brother, 1.80 m tall for about 90 kilos, towards my 16-year-old sister who weighed at least 20 less and in which she had threatened to call the police …. Well, I accompanied her to the carabinieri, to ask for their help with an unmanageable brother and convinced that he could do what he wanted, thanks to his size. So responsible that when my father did not come home for two nights, I spent them wandering around the village alone in search of his car parked in front of the cemetery, where he took refuge to escape the delirium. So responsible that I called him secretly without telling my mother to find out if he was still alive, and when he came back dead drunk I went downstairs to clean up the vomit in front of the house entrance So responsible that the day after my high school exam I looked for him all night until I found him locked in the box inside the car turned on with a pipe that carried the exhaust gas from which it came into the cockpit. had to drag out screaming and crying Always Responsible. Always all my fault. But this is too big a burden to carry. Now I understand it. So no, I couldn’t and I didn’t want to understand it and to protect myself I could only get away, stay away from home as much as possible, taking on all possible commitments to avoid being with the family. I wanted to escape, find another dimension out of there. My dream was to have another home to return to in the evening.

Until I met him. Your dad, just him, and it was a great, engaging love that made me question everything. With him close, all of a sudden, and for the first time, I felt supported, protected, listened to. Now I know it was a mistake, but I lived for 8 years as if it were forever, thinking I had found love, light, the other half that could have completed mine. Since we met we started planning, first a house together, then the wedding (or rather 2!) And finally we wanted YOU, THE LIGHT, without shadows. For 8 years I was happy, aware of my happiness, regardless of what others said, because I was fine, I asked for nothing more and I felt grateful for the fact that I realized how happy I was. Even returning to my parents’ house had become pleasant, because I knew that at the end of the evening I could close the door behind me and return to our home, to the nest that we had laboriously built only with our sacrifices.

But it’s over. And this ending was destructive for me, devastating, it made me psychologically collapse. Suddenly and without a reason, my prince charming decides that he can’t take it anymore (but of what? Of whom?). For months I have been looking for an explanation, an answer, but perhaps there is no answer, things end up even without a reason, just like my dream, the one I consciously knew I had built and gazed at every day, vanished without my having it never lost sight of. In the space of one night I found myself alone, in a house that I suddenly felt like a stranger, without a husband, alone, with a two-year-old child whom I had the responsibility to protect and educate, with the only certainty that I did not want for anyone. reason that what I went through was going through. Does my husband no longer want to be with me?

I tried in every way to make him understand that he should not take a sudden decision, that he could think about it calmly even outside the home, maintaining normal relations for the good of our son. The only thing I knew I could never face was a lawyer. “Do what you want, take all the time you want, but if you put a lawyer in the middle, I’m sorry but it’s over for me.” I couldn’t even think of retracing my parentspath.

Unfortunately, however, one day the letter from the lawyer arrived. Another blow, but from there I said to myself: Ok, the limit has been exceeded, so you have to look forward, head high and you must go further, now there’s no turning back.

It was hard, it is still hard, feeling alone, abandoned by everyone and having the responsibility of raising a child, always being afraid of making mistakes, facing everything alone, from morning to evening, nights with fever, doubts and tiredness . It is hard, but I am putting all the possible commitment, putting my best effort into it. And I know I’ll make it !!

From today I am reborn because I want to look inside my life, starting from my childhood and empty the jar, finally let all my rags dry in the sun and I no longer want the tears to fall to avoid bursting.

I remove the wedge, let out the emotions and finally make room to welcome what will be.

Se volete vedere il video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/1346830472149278

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/sally/