Storie di donne – Roberta

Eccoci alla nostra storia della domenica, oggi vi racconterò la storia di Roberta che poco dopo il matrimonio si è resa conto che il marito era tutt’altro che un principe azzurro.

Anche lei, come tante altre donne ha mostrato il suo coraggio prendendo una decisione molto difficile ma necessaria per uscire dal tunnel della violenza.

Andate e lasciate che le storie, ovvero la vita, vi accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso finché non fioriranno, finché non fiorirete.

Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estés

Buona lettura. 🙂

racconto preso dal sito: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/roberta/

ROBERTA

Sono sempre stata una persona curiosa, intelligente, ma un po’ ingenua. Cresciuta in una famiglia semplice e senza troppe pretese, con scarse ambizioni sociali, ho sempre pensato di valere poco. Questa è stata una delle cause degli eventi dolorosi che si sono sdipanati lungo il corso della mia vita.

Durante l’adolescenza e negli anni dell’Università ho avuto poche storie, ma lunghe e passionali. Sono cresciuta con una madre depressa che non è stata in grado di insegnarmi nulla dal punto di vista emotivo. Mi è mancata, quindi, quell’educazione sentimentale”, che bisognerebbe insegnare già sui banchi di scuola. Procedevo da autodidatta nelle mie storie d’amore il cui denominatore comune è stato sicuramente la mancanza di autostima. Pensavo di valere poco. Ma questo l’ho capito solo dopo un duro lavoro su me stessa, dopo la separazione.

Le brave ragazze non vanno in paradiso, come ti insegnano a catechismo, ma spesso finiscono tra le fauci di qualche lupo, esattamente come è successo a me. Sono stata una “grande”, però, come dice qualche mia amica, e il lupo l’ho sconfitto facendo ricorso alle risorse che ho trovato dentro di me.
Mi sono salvata grazie ad un duro lavoro che ho fatto su me stessa e a persone che ho incontrato dopo la separazione, che mi hanno aiutata a capire che tutto è possibile. Basta volerlo.

Nel giro di un anno sono riuscita ad allontanare da casa un padre/marito violento ed egoista e a ricostruirmi una vita fatta di passioni che coltivo ogni giorno e che mi hanno aiutata a capire chi sono e cosa voglio.

La prima cosa che ho fatto è stata quella di riprendere la passione per la fotografia, la musica e il teatro che avevo abbandonato. Ho incontrato nel mio difficile cammino un’ associazione di genitori single, One Parent, anche se, quando ci sono entrata, gran parte del lavoro era stato fatto e io non ero più la principessa che credeva nelle favole.
Sono stata molto aiutata da un centro anti-violenza e da una brava avvocatessa che mi ha supportata nel divorzio e che ha creduto in me, facendomi recuperare la stima in me stessa.
La separazione ha implicato l’acquisto della metà della casa del marito con relativo mutuo, ma mi sono data molto da fare. Ho lavorato sodo ed ora, economicamente parlando, sto meglio di quando ero sposata. Una bella soddisfazione! Ho aperto una società di consulenza e lavoro nelle pubbliche relazioni, cosa che mi ha aiutata ad aprirmi agli altri e a capire che valevo qualcosa.

Il finto principe l’avevo incontrato in un periodo di grande entusiasmo e avevo creduto alle sue promesse che si sono subito rivelate solo bugie. Sono nati due figli, ma non è mai stato un matrimonio felice, basato sulla complicità e sul rispetto. Mi mentiva in continuazione. Dopo l’ennesima bugia mi sono rivolta ad un servizio legale gratuito per donne e da lì è iniziata la mia nuova vita.
“Se vai dall’avvocato io ti ammazzo” mi sono sentita dire come risposta ad una richiesta di separazione, ma ho tenuto duro e sono andata prima dai carabinieri e poi dall’avvocato. E così l’ho spiazzato: non si aspettava una reazione simile e penso che ancora oggi non si sia reso conto di quanto potessi essere forte e combattiva. Ho vinto. E se ce l’ho fatta io, ce la possono fare anche altre donne che si ritrovano con un finto principe azzurro, anzi con un lupo vestito di blu, sotto le false spoglie dell’uomo dei sogni.
Si, perché i finti principi azzurri agli occhi delle amiche sono gli uomini migliori che ti potevano capitare, quelli che quando vai ad una festa tutti guardano perché sono sempre curati e ben vestiti e sicuri di se.
Non è stato facile, ma ce l’ho fatta e ho cambiato vita: adesso sono una persona realizzata e serena. Quando guardo negli occhi i miei figli vedo tanto di me e dei miei sogni e penso di aver fatto bene a liberarmi di quel fardello che stava nuocendo anche a loro.
Dopo 6 anni ho finalmente divorziato, ho creato intorno a me e ai miei figli un giro di affetti e amicizie. Per nulla al mondo tornerei indietro, anzi mi pento solo di non averlo fatto prima, quando ho realizzato che razza di uomo fosse.

La vita e i suoi frutti più golosi sono tutti davanti a me. Davanti a noi.
Basta crederci.

Se volete raccontare la vostra storia e condividerla, potete contattarmi via mail o in risposta a questo post.

Women’s stories – Roberta

Here we are at our Sunday story, today I will tell you the story of Roberta who shortly after the wedding realized that her husband was anything but a prince charming. She too, like many other women, showed her courage by making a very difficult but necessary decision to get out of the tunnel of violence.

“Go and let the stories, or life, happen to you, and work for these stories of your life, pour your blood and your tears and your laughter on them until they bloom, until you bloom.”

Women that run with the wolves – Clarissa Pinkola Estés

Buona lettura. 🙂

racconto preso dal sito: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/roberta/

ROBERTA


I have always been a curious, intelligent person, but perhaps a bit naive. Growing up in a simple and unpretentious family, with little social ambitions, I always thought I was worth little. This was one of the causes of the painful events that unfolded over the course of my life.

During my adolescence and university years, I had few, but long and passionate stories. I grew up with a depressed mother who was unable to teach me anything emotionally. I therefore lacked that “sentimental education”, which should already be taught at school.

I proceeded as self-taught in my love stories whose common denominator was certainly the lack of self-esteem. I thought I was worth little. But I only realized this after hard work on myself, after the separation.

Good girls do not go to heaven, as they teach you in catechism, but they often end up in the jaws of some wolf, just like I did. I was “great”, however, as some of my friends say, and I defeated the wolf by digging in the resources I found within me. I was saved thanks to hard work I did on myself and the people I met after the separation, who helped me understand that anything is possible. Just want it. Within a year I was able to remove a violent and selfish father/husband from home and to rebuild a life made of passions that I cultivate every day and that have helped me to understand who I am and what I want.

The first thing I did was to resume the passion for photography, music and theater that I had abandoned. On my difficult path I met an association of single parents, One Parent, even though, when I entered in it, much of the work had been done and I was no longer the princess who believed in fairy tales. I was helped a lot by an anti-violence center and by a good lawyer who supported me in the divorce and who believed in me, making me recover my esteem in myself.

The separation involved the purchase of half of our house with the related mortgage, but I put all my energy. I worked hard and now, economically speaking, I am better off than when I was married. A great satisfaction! Creating my own consulting firm and working in public relations, helped me to open up to others and understand that I was worth something. I met the fake prince in a period of great enthusiasm and I believed his promises which immediately turned out to be just lies. Two children were born, but it was never a happy marriage, based on complicity and respect. He lied to me all the time. After yet another lie I turned to a free legal service for women and from there my new life began.

“If you go to the lawyer, I’ll kill you” I heard myself say in response to a request for separation, but I didn’t give up and went first to the police and then to the lawyer. And so I surprised him: he didn’t expect a similar reaction and I think he still doesn’t realize how strong and combative I could be. I won. And if I did it, other women can do it too, all those who find themselves with a fake prince charming, indeed with a wolf dressed in blue, in the false guise of the man of your dreams.

Yes, because the fake princes in the eyes of friends are the best men that could happen to you, the ones who when you go to a party everyone looks because they are always well-groomed and well dressed and confident.

It was not easy, but I did it and I changed my life: now I am a fulfilled and serene person. When I look my children in the eyes, I see so much of myself and my dreams and I think I did well to get rid of that burden that was harming them too. After 6 years I have finally divorced, I have created a circle of affection and friendships around me and my children.

For nothing in the world I would go back, indeed I only regret not having done it before, when I realized what kind of man he was. Life and its most delicious fruits are all in front of me. In front of us.

Just believe.

If you want to tell your story and share it, you can contact me by email or in response to this post.

Women’s stories – Ester

Today the story is that of Esther, a girl who grew up in a southern province where being able to grow up unscathed from delinquency and perdition, is a privilege as well as a fortune.

“Around me I remember the gray images of anonymous palaces in which brigades of restless teenagers moved. My friends aspired nothing more than to find a man to take them away from that squalor. Marriage seemed the only way out.”

Enjoy your reading. 🙂

http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/

ESTER

Not me. I liked school, I wanted to be an important person.

Love was not enough to complete the image of my future in which I projected myself as an independent and realized woman. My desperate studying was my only means of trying to emerge from the quagmire I was in. I was studying with the greed of those who know that they only have one chance in the game of their lives. One hand in which to play everything. So since graduating, I’ve moved to university while I’ve seen my friends get married and have kids.

Men were a hindrance to me. Some small story had sometimes cheered my student days, but nothing more. The goal of graduation and a job made men and non-sense stories disappear on the horizon.

I wanted to be a lawyer. I knew the road was all uphill for a woman like me from a southern province, no recommendations, no discounts. But that made me even more heinous in my intention to take what I wanted with all of myself.
But when do you plan to get engaged? You never go out….That was the question that relatives and friends were insistently asking me. I don’t have time, I answered resolutely and annoyed at the same time.

Meanwhile, time was passing by. After practicing, I had found a job in a major firm as a lawyer. On the first day I looked at the desk that had been assigned to me with the sneer of an intimate deep satisfaction. I did it. I had sacrificed youth and loves but in the end I made it.
For some time I continued to taste the taste of conquest.
Then came the desire to complete the drawing. The work was there but something was moaning inside me. The lack of someone to share my successes with, my disappointments, my interests. Suddenly the veil that had always obtained in me the image of the male world was torn apart. I looked at them with different eyes, trying to find the sign that pointed me to the right one. My friends’ weddings were starting to make water all over the place. Stories that started with the most overwhelming love had turned into horror movie nightmares. I didn’t want to and I couldn’t go wrong.

As with graduation and work, i now had a new goal: to find the man of my life. Where to start? Where to look for him? In the office for heaven’s sake scorched earth. In the circle of my friendships idem. The feat was not at all easy while my biological clock was 38 years old. And I actually knew inside myself that what I was really looking for was just a son. The real goal behind the search for a man there was the desire of having a child.

I would walk past the shop windows of pram shops and children’s clothes and be enchanted. Time stopped on this desire. On my way to work by tram I often got lost in the dream of two small little feet to kiss.

And the more time passed, the more the thought of being a mother increased in me. Nature claimed his obolo and I could not oppose his design.

Candlelit dinners began, transformed almost into interviews, I might say, for men who were supposed to play not so much the role of companions, but the much more demanding role of fathers. I was looking for a dad for my baby, and none of them seemed up to it. I used to come home every time after those disappointed and bitter outings.

One morning I looked in the mirror and saw a little girl with wrinkles. The lack of pregnancy, the non-absolution of my biological task, had transformed me into an amorphous being, transporting me from youth to the most advanced maturity. The piece of my middle life was missing, the one I should have spent between ups and downs, between untold joys and sorrows, just like my friends, in any marriage, with any man I would then leave holding tight but the spoils: the children. My life had taken a different path. I wanted her to go down that path that had now taken me to a dead end and I had to get out of it.

That’s how my research became obsessive. By now my evenings spent between dance schools, aperitifs in the center, gallant appointments. I started sghembe stories, trying to straighten them out in the course of work. But nothing, they escaped my attempt to redesign them as I liked. So they ended up in the most apocalyptic fury or simply went off like a candle coming to its bottom.

One day, however, he arrived, like a sudden gust of wind. The moment my eyes met his including the taste of happiness, a sweet and unmistakable taste that I had never experienced before. In front of those eyes they lost their sense objective of all sorts. He was the man I wanted in my life without ifs and buts. And I would have taken it. He was husband and father, but that didn’t seem like a hindrance, just a setback. It wasn’t easy at first. It was time for lies and subterfuge, motel getaways and second thoughts, ” or you or me”, furious quarrels, sleepless nights as I knew he was lying in bed next to his wife.

But even more was about to happen.

A delay made me doubt that something had gone as planned. When I was 43, I was having an affair with a married man who wouldn’t leave his wife. A son was off-schedule. Yet a hope was lit. That of finally stroking those little feet I dreamed of in the tram. The one that he would renew by realizing that I was the woman of his life. I began to think that maybe that off-schedule was a sign of fate because it would bring order back to the delirium of our lives: he loved me and would leave his wife to be with me and the baby that would be born.

The pregnancy test I did it myself, on my way home after work, to my bathroom. Urine flowed on the strip as thoughts became liquid in my head. The result produced a rushing hot bow from the tip of the toes to that of the hair: positive. I ran on the phone to call him but stopped: it was evening and he was with his wife, I couldn’t do it. I left him a message, giving him an appointment the next day, for one of our evenings at my house.

It took him a while to respond or maybe I was just so impatient that I could decide to go to his house at the same time. Then came his Agree while I filled a bathtub to take a hot bath trying to tidy up my thoughts. I lit candles and incense and filled me with a glass of white wine. Stripping myself I looked in the mirror: those shapes that I now saw so slender would be filled with life. I immersed in hot water with my glass in my hand. I toasted life, love, my last chance.

I slept very little that night. The best of my life. I already felt like a mother.

The next day I barely held back the emotion and laboriously dragged my hours into the evening.

I had prepared a very romantic dinner, his favorite dishes, the music, the candles. When he arrived, he knew right away that I was hatching something. All he had to do was look at me in the eyes to see if there was anything new in the air. So I decided not to wait until the end of dinner to let him discover a note under the plate that announced to him: you will become a dad.
I’m not going to tell you about his reaction that night because it hurts. He simply told me that he had never thought of having a child with me, that he considered me Out of Time Maximum for a pregnancy that could have serious risks for the fetus, but above all that he intended to recover the relationship with his wife. He had children with a woman he had discovered he had always loved. I would not have lacked his support, however, to get us out of the unexpected. You have a problem growing inside, he told me.

In that moment I realized that I would be alone living what life was unexpectedly giving me.

I suffered a lot from the end of my romance. I still loved him. And I was deeply disappointed with him. But now I had an immensely bigger task to complete: to unearth those little feet.

I spent months trepidating waiting to see him. After the three months I started buying clothes, objects, creams that smelled good. I couldn’t wait to hold him in my arms, I knew it would be a boy, a bullying instinct pushed me to imagine it like this.

One night I fell asleep tired on the couch watching TV. It had been a cold February day, with a rushing wind, I remember it well. I woke up in a storm. I was inundated with blood, copious and kept coming out in a slingshot. Shocked I rushed to get a towel putting it between my legs and ran to the car wearing a coat on my nightgown. In the emergency room they took me urgently to gynecology for an ultrasound. I was crying and hoping with all of myself that it wouldn’t happen to me, it couldn’t be….The doctor’s words came to me from far away, amplified and metallic. They had done other analyses and the verdict was ready to be delivered, for me now at the bar: my baby was gone.

A dark, dusty cloud fell on my lost soul in the days to come.

A few years have passed but every time the cold January wind comes it takes me as a bewilderment. I remember it taking away from me the joy of being a mother, who swept away with the cold lashes my most beautiful dream.

I talk little about my pain, not even with my closest friends. It’s a silent presence, that I’m carrying like a heavy suitcase.

Today I live a new love story with the man who, with patience and self-denial, managed to sooth my wounds. Fate wanted me not to be a mother, but today I no longer feel like a little girl with wrinkles. I am afraid to say it but I live moments of happiness with my new love even if, on a cold and windy day in January, like today, I am afraid of losing everything. One more time.

If you want to tell your story and share it, you can contact me by email or in response to this post.

Storie di donne – Ester

Oggi la storia è quella di Ester, una ragazza cresciuta in una provincia del sud dove riuscire a crescere indenne dalla delinquenza e dalla perdizione, e’ un privilegio oltre che una fortuna.

Intorno a me ricordo le immagini grigie di anonimi palazzoni in cui si muovevano brigate di adolescenti inquieti. Le mie amiche non aspiravano ad altro che a trovare un ragazzo che le portasse via da quello squallore. Il matrimonio appariva l’unica via di scampo”.

Buona lettura. 🙂

http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/

ESTER

Non a me. A me la scuola piaceva, volevo diventare una persona importante

L’amore non bastava a completare l’immagine del mio futuro in cui mi proiettavo come donna indipendente e realizzata. Lo studio disperato era il mio unico mezzo per cercare di emergere dal pantano in cui mi trovavo. Studiavo con l’avidità di chi sa bene di avere solo una chance nella partita della sua vita. Una sola mano in cui giocarsi tutto. Così dal diploma preso con il massimo dei voti sono passata all’Universita’ mentre vedevo le mie amiche sposarsi e fare figli.

Gli uomini per me erano un intralcio. Qualche storia di poco conto aveva talvolta allietato i miei giorni da studentessa, ma niente di più. L’obiettivo della laurea e di un lavoro faceva scolorire all’orizzonte uomini e storie senza senso.

Volevo diventare avvocato. Sapevo che la strada era tutta in salita per una che come me veniva da una provincia del sud, niente raccomandazioni, niente sconti. Ma questo mi rendeva ancora più efferata nel mio proposito di prendermi ciò che volevo con tutta me stessa.
Ma quando ti fidanzi? Non esci mai….Era la domanda che mi rivolgevano con insistenza parenti e amici. Non ho tempo, rispondevo risoluta e infastidita.

Intanto il tempo passava. Dopo il praticantato avevo trovato un lavoro in uno studio importante come avvocato. Il primo giorno ho guardato la scrivania che mi era stata assegnata con il ghigno di una intima profondissima soddisfazione. Ce l’avevo fatta. Avevo sacrificato giovinezza e amori ma alla fine ce l’avevo fatta.
Per qualche tempo continuai ad assaporare il gusto della conquista.
Poi, venne la voglia di completare il disegno. Il lavoro era lì ma qualcosa gemeva dentro di me. La mancanza di qualcuno con cui condividere i miei successi, le mie delusioni, i miei interessi. Improvvisamente si squarciò il velo che da sempre ottenebrava in me l’immagine del mondo maschile. Li guardavo con occhi diversi, cercando di individuare il segno che mi indicasse quello giusto. I matrimoni delle mie amiche cominciavano a fare acqua da tutte le parti. Storie partite con l’amore più travolgente si erano trasformate in incubi da film horror. Io non volevo e non potevo sbagliare.

Come per la laurea e il lavoro ora si prospettava per me un nuovo obiettivo: trovare l’uomo della mia vita. Da dove cominciare? Dove cercarlo? In ufficio per carità terra bruciata. Nella cerchia delle mie amicizie idem. L’impresa non si prospettava per niente facile mentre il mio orologio biologico segnava i 38 anni. E in effetti sapevo dentro di me che quello che realmente stavo cercando era proprio un figlio. L’obiettivo vero che si dissimulava dietro la ricerca di un uomo, era un bambino.

Passavo davanti alle vetrine dei negozi di carrozzine e vestitini per bambini e rimanevo incantata. Il tempo si fermava sulla mia espressione inebetita. Mentre andavo al lavoro in tram spesso mi perdevo nel sogno di due piedini piccoli piccoli da baciare.

E più passava il tempo più aumentava in me il pensiero di essere madre. La natura reclamava il suo obolo ed io non riuscivo ad oppormi al suo disegno.

Cominciarono le cene a lume di candela, trasformate quasi in colloqui, potrei dire, per uomini che avrebbero dovuto svolgere non tanto il ruolo di compagni, quanto quello ben più impegnativo di padri. Cercavo un papa’ per il mio bambino e nessuno di loro mi sembrava all’altezza. Tornavo ogni volta a casa dopo quelle uscite delusa e amareggiata.

Una mattina mi guardai allo specchio e vidi una bambina con le rughe. La mancata gravidanza, la non assoluzione del mio compito biologico, mi aveva trasformata in un essere amorfo, trasportandomi dalla giovinezza alla maturità più avanzata. Mancava il pezzo della mia vita di mezzo, quella che avrei dovuto trascorrere fra alti e bassi, fra gioie e dolori inenarrabili, proprio come le mie amiche, in un qualunque matrimonio, con un uomo qualunque che poi avrei lasciato tenendo stretta stretta però il bottino: i figli. La mia vita aveva invece preso una strada diversa. Io avevo voluto farle intraprendere quel cammino che mi aveva portato ora in un vicolo cieco ed Io dovevo tirarmene fuori.

Fu così che la mia ricerca divenne ossessiva. Ormai le mie serate trascorrevano fra scuole di ballo, aperitivi in centro, appuntamenti galanti. Iniziavo storie sghembe, cercando di raddrizzarle in corso d’opera. Ma niente, esse sfuggivano al mio tentativo di ridisegnarle come piaceva a me. Così finivano nella sfuriate più apocalittiche o semplicemente si spegnevano come una candela giunta al suo fondo.

Un giorno però arrivo’ lui, come una folata di vento improvviso. Nel momento in cui i miei occhi incontrarono i suoi compresi il sapore della felicità, un gusto dolce e inconfondibile che non avevo mai provato prima. Di fronte a quegli occhi persero il loro senso obiettivi di ogni sorta. Era l’uomo che volevo nella mia vita senza se e senza ma. E me lo sarei presa. Lui era marito e padre ma questo non mi sembro’ un ostacolo, semplicemente un contrattempo. All’inizio non fu facile. Venne il tempo delle bugie e dei sotterfugi, delle fughe nei motel e dei ripensamenti, dei ” o lei o me”, dei litigi furibondi, delle notti insonni mentre sapevo che giaceva nel letto accanto a sua moglie.

Ma avvenne anche di più.

Un ritardo mi insinuò il dubbio che qualcosa non fosse andato come previsto. A 43 anni avevo una relazione con un uomo sposato che non avrebbe lasciato sua moglie. Un figlio era un fuori programma. Eppure si accese una speranza. Quella di accarezzare finalmente quei piedini che sognavo nel tram. Quella che lui rinsavisse comprendendo che ero io la donna della sua vita. Cominciai a pensare che forse quel fuori programma era un segno del destino perché avrebbe riportato ordine nel delirio delle nostre vite: lui amava me e avrebbe lasciato sua moglie per stare con me e con il bambino che sarebbe nato.

Il test di gravidanza lo feci da sola, al ritorno a casa dopo il lavoro, nel mio bagno. L’urina scorreva sulla striscia mentre i pensieri diventavano liquidi nella mia testa. Il risultato produsse un fiotto di caldo impetuoso dalla punta dei piedi a quella dei capelli: positivo. Corsi al telefono per chiamarlo ma mi fermai: era sera e stava con sua moglie, non potevo farlo. Gli lasciai un messaggio, dandogli appuntamento per l’indomani, per una delle nostre serate a casa mia.

Ci mise un po’ a rispondere o forse ero solo talmente impaziente che avrei potuto decidere di andare a casa sua in quello stesso istante. Poi arrivo’ il suo D’accordo mentre riempivo una vasca per fare un bagno caldo cercando di rimettere ordine nei miei pensieri. Accesi candele e incensi e mi riempii un bicchiere di vino bianco. Spogliandomi mi guardai allo specchio: quelle forme che ora vedevo così esili si sarebbero riempite di vita. Mi immersi nell’acqua calda con il mio bicchiere in mano. Brindavo alla vita, all’amore, alla mia ultima occasione.

Dormii poco quella notte. La più bella della mia vita. Mi sentivo già madre.

l giorno dopo tenni a stento a freno l’emozione e trascinai faticosamente le mie ore fino a sera.

Avevo preparato una cenetta molto romantica, i suoi piatti preferiti, la musica, le candele. Quando arrivo’ capi’ subito che covavo qualcosa. Gli bastò guardarmi negli occhi per capire che c’era qualcosa di nuovo nell’aria. Così decisi di non aspettare la fine della cena per fargli scoprire un bigliettino sotto il piatto che gli annunciava: diventerai papà.
Non starò a raccontare della sua reazione quella sera anche perché mi fa male. Semplicemente mi disse che non aveva mai pensato di fare un figlio con me, che mi considerava Fuori Tempo Massimo per una gravidanza che avrebbe potuto avere seri rischi per il feto, ma soprattutto che intendeva recuperare il rapporto con sua moglie. I figli lui li aveva e con una donna che aveva scoperto di amare da sempre. Non mi avrebbe fatto mancare il suo appoggio però per trarci fuori dallimprevisto. Hai un problema che ti cresce dentro, mi disse.

In quell’istante capii che sarei stata da sola a vivermi quello che la vita inaspettatamente mi stava regalando.

Soffrii molto della fine della mia storia d’amore. Lo amavo ancora. Ed ero profondamente delusa da lui. Ma adesso avevo un compito da portare a termine, immensamente più grande: portare alla luce quei piedini.

Passarono i mesi leggeri e trepidanti nell’attesa di vederlo. Trascorsi i tre mesi cominciai a comprare vestitini, oggetti, creme che profumavano di buono. Non vedevo l’ora di stringerlo fra le braccia, sapevo sarebbe stato un maschio, un istinto prepotente mi spingeva ad immaginarlo così.

Una sera mi sono addormentata stanca sul divano guardando la TV. Era stata una fredda giornata di febbraio, con un vento impetuoso, lo ricordo bene. Mi svegliai di soprassalto. Ero inondata di sangue, copioso che continuava ad uscire a fiotti. Scioccata mi sono precipitata a prendere un asciugamano mettendolo fra le gambe e sono corsa alla macchina indossando un cappotto sulla mia camicia da notte. Al pronto soccorso mi hanno portata d’urgenza in ginecologia per una ecografia. Piangevo e speravo con tutta me stessa che non accadesse proprio a me, non poteva essere….Le parole del dottore mi giunsero da molto lontano, amplificate e metalliche. Avevano fatto altre analisi e il verdetto era pronto per essere emesso, per me ormai alla sbarra: il mio bambino non c’era più.

Una nube oscura e polverosa si è abbattuta nei giorni a venire sulla mia anima smarrita.

Sono passati alcuni anni ma ogni volta che arriva il vento freddo di gennaio mi prende come uno smarrimento. Mi ricordo che mi ha portato via la gioia di essere madre, che ha spazzato via con le sue fredde sferzate il mio sogno più bello.
Parlo poco del mio dolore, nemmeno con le mie amiche più care. È una presenza silenziosa, che mi porto dietro come una valigia pesante.

Oggi vivo una nuova storia d’amore con l’uomo che, con pazienza e abnegazione, e’ riuscito a lenire le mie ferite. Il destino ha voluto che non fossi madre, ma oggi non mi sento più una bambina con le rughe. Ho paura a dirlo ma vivo momenti di felicità con il mio nuovo amore anche se, in una giornata fredda e ventosa di gennaio, come quella di oggi, mi prende la paura di perdere tutto. Ancora una volta.

Se volete raccontare la vostra storia e condividerla, potete contattarmi via mail o in risposta a questo post.

Storie di donne – Lele

Today we tell the story of great pain of Lele, who in the age of adolescence is a victim of sexual violence.

“Violence is the last refuge of the incapable

Isaac Asimov

LELE

Where did you come from, meteor in my cool days, I don’t remember it anymore.
Maybe it’s because, in this story, the most important thing is where you went.
At the end of it all.
Which is always a start.
Blessed unconscious youthful days!
In the hours that are a rainbow of colors and extreme confidence
in that quagmire of beautiful feelings, of universal love,
though sometimes shrouded in melancholy,
or tears of sorrows that seem eternal, and instead passengers,
always sunrises, never sunsets.
Nice and handsome, you were.
Seen.
Liked.
And so on to see each other and tell it to each other.
There’s no lucidity at that age.
At least I, I still had no clarity, I didn’t know, I floated in light thoughts.
And who thinks about what you are-what you want-what is right when you are still on the path of early youth?
I liked it. I say this without vanity.
I was recognized that sensuality that does not come from beauty.
Blossoming for not long, I began to enjoy the pleasure of being looked at and courted, handling with inexperience a kind of self-management manual.
It was nice to play, joking.
I have never been excessive: I still grasped the potential towards the male world.
Did I miss anything that night?
I acquitted myself right away.

The phone rang in my room-all rooms. So I called it, because I spent almost all of my time there, when I wasn’t idly by.
I slept there, I read, I watched television; I ate there, even.
It was the exact half of a small apartment shared with my father since I came home after a few years of wandering, following the separation of my parents,
and the consequent sale of my nest house, a wonderful one, for me, a palace.
He rang breaking the relative silence of the night disturbed by the tread of the returning cars, or already departing for the impending dawn, and by the engines of the powerful motorcycles of a passage way.
I have confusing memories of that phone call.
The light filtered from the strips of the shutter not closed altogether.
I remember, with a smile on my lips, that as a child, the play of that light produced by the headlights of moving cars scared me, as if they were extraterrestrial presences.
The voice was hers, my friend from those days.
Bigger and weaned he had taken me over to deliver me to the world.
We made every one, together!
Around after dark dancing, drinking, smoking. Rivers of chatter through the steam of rivers of hot coffee.
The voice was his, but altered by that of voicemail.
It took me a while to realize that he was really ringing his phone, and then to answer:
“I didn’t understand much of your message. Take a taxi and come to me. Right away.”
Nothing else.
The order was so peremptory and I was so tired and confused, that I executed without thinking about it.
Then, she, guiding me through the maze of practices, helping me find my way into the nebula of having to do.
She escorted me, without many words along the path of the necessary procedures.
She led me, physically and mentally.
And it was reassuring, her simple safety. An action without delay, as if the way forward, once they entered the dark and swirling tunnel of facts and fear and violence, was already mapped out.
You also learn from the cold, obvious words of a television chronicle at times.

First stop the hospital.
A religious institution where I was treated badly and incompetently.
The fixer for the biological material on the slide was missing. And the doctor refused to give me the next day’s pill, out of conscience.
I was just any, a number. A report to fill out.
A specimen to turn and turn in search of.
But then I didn’t care.
I was elsewhere.
The second stop was the Police Headquarters.
She, my friend, went on to explain.
He in uniform was very sweet, almost, I say, almost, to reconcile.
Sensitive, attentive.
He asked, listened, took notes, wrote.
I didn’t fully realize what was going on.
Then yes; after yes.
Preliminary investigations.
Live comparison due to a namesake.
Meet the lawyer.
The interrogation.
“Ma’am, I’ll leave you a copy of your statements, in case you want to read them…”
“No. Thank you, I remember, I don’t need to study them.”
I relive the entrance to court as if it were triumphant. Immediately, despite the uncertainty of the outcome.
No fear. No hesitation.
Justice was already done for me. Just because you’re there.
I was walking with my head held high.
I read the oath, just like in the tv shows.
And I found myself sure to tell, for the umpteenth time, the intense succession of events of that evening.
The date with the boyfriend to dance. The quiet evening in the company of you and your friends.
And then, that accompanying to my car, which turned into a kidnapping.
The understanding of something that wasn’t going well.
Their demands. The Hand Taken by Force
I squeezed against the window to look for detachment.
And then their moments.
The sudden escape at a time of inattention.
That cry, mine, then retracted by the witness, the third of the gang, arrived, there in that dark street, sideways at the entrance of the highway, for a tribute to his evening.
A closed street, hidden by the large warehouses of mass goods.
(So said the Court, the meeting was scheduled. And who knows, I wondered, without any real interest in the answer, that I would never have, if he was my boyfriend… to deliberately leave me under their control.)
And his prayers not to say… Drop… because it was basically a game.
The return home, still confused…

After those days, marked by the times of justice and its paths,
rinsed by lukewarm paws,
closed everything in a drawer.
I didn’t think about it.
On the day of the trial, he had already from dawn the taste of victory.
And so it was.
They paid.
I had an article in the local newspaper and compensation. Moral more than anything, because with the money I went on par with the lawyer’s fees.
The following years were detached from this story.
Or maybe I should say otherwise.
The strength came to me from doing the right thing.
The courage of the complaint.
And seeing my reason recognized.
And they’re serving their sentences.
Today I am thinking of all the thousands of women who are subjected to violence, of all kinds.
And I would like to tell them that the first step to get out of it is to bring the abuse to light, without fear or shame.
So as not to leave these ignorant men unpunished.
And continue to live fully.
I never cried about that story, then.
After almost twenty years, one day, for no particular reason, while driving, I began to cry furiously… I vomited more than pain, anger for the intolerable surprise.
Disrespect.
It was only five minutes, like a sudden summer storm that gives way to the sun, even stronger and clearer.
Then all of a sudden, I closed the drawer,
this time empty,
this time forever,
and the serenity of my strength gave me back the smile.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/lele/

Storie di donne – Lele

Oggi raccontiamo la storia di grande dolore di Lele, che nell’età spensierata dell’adolescenza si trova ad essere vittima di violenza sessuale.

La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci

Isaac Asimov

LELE

Da dove sei arrivato tu, meteora nei miei giorni freschi, non lo ricordo più.
Forse è perché, in questa storia, il fatto più importante è dove poi tu sia andato.
Alla fine di tutto.
Che è sempre un inizio.

Beati giorni giovanili inconsci!
Nelle ore che sono arcobaleno di colori e fiducia smodata
in quel pantano di sentimenti belli, d’amore universale,
seppur avvolti talvolta da malinconia,
o lacrime di dolori che sembrano eterni, ed invece passeggeri,
sempre albe, mai tramonti.

Simpatico e bello, eri.
Visto.
Piaciuto.

E così via a vedersi e a raccontarsela.
Divertirsi spensieratamente.

Non c’è lucidità, a quell’età.

Almeno io, non avevo ancora chiarezza, non sapevo, fluttuavo in pensieri leggeri.
E chi ci pensa a cosa si è-cosa si vuole-cosa è giusto quando si è ancora nel cammino della prima giovinezza?

Io piacevo. Lo dico senza vanità.
Mi veniva riconosciuta quella sensualità che non viene dalla bellezza.
Sbocciata da non molto, iniziavo a gustare il piacere di essere guardata e corteggiata, maneggiando con inesperienza una sorta di manuale di gestione di sé.
Era bello giocare, scherzare.
Non sono mai stata eccessiva: coglievo comunque le potenzialità nei confronti del mondo maschile.
Forse che quella sera mi fosse sfuggito qualcosa?
Io mi sono assolta da subito.

Squillò il telefono nella mia stanza-tutte stanze. Così la chiamavo io, perché ci passavo la quasi totalità del mio tempo, quando non ero a zonzo.
Ci dormivo, leggevo, guardavo la televisione; ci mangiavo, persino.
Era la metà esatta di un piccolo appartamento condiviso con mio padre da quando rientrai a casa dopo qualche anno di peregrinaggio, a seguito della separazione dei miei,
e della conseguente vendita della mia casa-nido, una meravigliosa, per me, reggia.
Squillò rompendo il silenzio relativo della notte disturbato dai battistrada delle auto di ritorno, o già in partenza per l’alba imminente, e dai motori delle moto potenti di una via di passaggio.
Ho ricordi confusi di quella telefonata.
La luce filtrava dalle strisce della tapparella non chiusa del tutto.
Mi ricordo, con un sorriso sulle labbra, che da bambina, il gioco di quella luce prodotta dai fari delle auto in movimento mi faceva paura, quasi fossero presenze extraterrestri.
La voce era sua, la mia amica di quei giorni.
Più grande e svezzata mi aveva preso in consegna per consegnarmi al mondo.
Ne facevamo di ogni, insieme!
In giro dopo il tramonto a ballare, bere, fumare. Fiumi di chiacchere attraverso il vapore di fiumi di caffè caldo.
La voce era la sua, ma alterata da quella della segreteria telefonica.
Ci avevo messo un po’infatti per realizzare che stava davvero suonando il telefono, e poi per rispondere:
“Non ho capito molto del tuo messaggio. Prendi un taxi e vieni da me. Subito”.
Null’altro.
L’ordine era così perentorio ed io così stanca e confusa, che eseguii senza pensarci.
Poi, lei, mi fu guida nel labirinto delle pratiche, aiutandomi a trovare la strada nella nebulosa del dover fare.
Mi scortò, senza tante parole lungo il percorso delle procedure del caso.
Mi condusse, fisicamente e mentalmente.
E fu rassicurante la sua semplice sicurezza. Un agire senza indugi, come se la strada da percorrere, una volta entrati nel tunnel scuro e vorticoso di fatti e paura e violenza, fosse già tracciata.
Si impara anche dalle parole fredde e scontate della cronaca di un TG, a volte.

Prima tappa l’ospedale.
Un istituto a carattere religioso dove venni trattata male ed in maniera incompetente.
Mancava il fissante per il materiale biologico sul vetrino. E il medico si rifiutò di darmi la pillola del giorno dopo, per questioni di coscienza.
Ero una qualunque, un numero. Un referto da compilare.
Un esemplare da girare e rigirare alla ricerca di.
Ma a me poi, non interessava.
Ero altrove.

Seconda tappa fu la Questura.
Lei, la mia amica, andò avanti a spiegare.
Lui in divisa fu dolcissimo, quasi, dico, quasi, a riconciliare.
Sensibile, attento.
Chiese, ascoltò, prese appunti, scrisse.
Io non realizzavo pienamente ciò che stava succedendo.

Poi sì; dopo sì.
Indagini preliminari.
Confronto dal vivo a causa di una omonimia.
Incontri con l’avvocato.
L’interrogatorio.
“Signora le lascio una copia delle sue dichiarazione, in caso le volesse leggere…”
“No. Grazie, ricordo, non ho bisogno di studiarmele”.

Rivivo l’entrata in tribunale come fosse trionfale. Da subito, nonostante l’incertezza dell’esito.
Nessuna paura. Nessun tentennamento.
Per me giustizia era già fatta. Solo per il fatto di essere lì.
Camminavo a testa alta.
Lessi il giuramento, proprio come nei telefilm.
E mi ritrovai sicura a raccontare, per l’ennesima volta, il susseguirsi intenso degli eventi di quella sera.
L’uscita con il fidanzatino per ballare. La serata tranquilla in compagnia sua e dei suoi amici.
E poi, quel riaccompagnamento alla mia macchina, che deviò in un sequestro.
La comprensione di qualcosa che non stava andando per il verso giusto.
Le loro richieste. La mano presa a forza
Io schiacciata contro il finestrino per cercare il distacco.
E poi i loro momenti.
La fuga repentina in un momento di disattenzione.
Quel pianto, il mio, ritrattato poi dal testimone, il terzo della combriccola, sopraggiunto, lì in quella stradina buia, laterale all’entrata dell’autostrada, per un omaggio alla sua serata.
Una stradina chiusa, nascosta dai grandi depositi dei magazzini di merce di massa.
(Dunque disse il PM, quell’incontro era programmato. E chissà, mi chiesi, senza un reale interesse nella risposta, che non avrei comunque mai avuto, se fu il mio fidanzatino…a lasciarmi volutamente in loro balìa.)
E le sue preghiere di non dire…lasciar perdere…perché in fondo si era trattato di un gioco.
Il ritorno a casa, ancora confusa…

Dopo quei giorni, scanditi dai tempi della giustizia e dai suoi percorsi,
risciacquata da zampilli tiepidi,
chiusi tutto in un cassetto.
Non ci pensavo.

Il giorno del processo, ebbe già dall’alba il gusto della vittoria.
E così fu.
Loro hanno pagato.
Io ho avuto il trafiletto sul giornale ed un risarcimento. Morale più che altro, perché con i soldi sono andata a pari con le parcelle dell’avvocato.

Gli anni a seguire furono avulsi da questa storia.
O forse dovrei dire il contrario.
La forza mi venne dall’aver fatto il giusto.
Il coraggio della denuncia.
E il veder riconosciuta la mia ragione.
E loro scontare la pena.
Oggi penso a tutte le migliaia di donne che subiscono violenze, di tutti i tipi.
E vorrei dir loro che il primo passo per uscirne è quello di portare alla luce del sole i soprusi, senza paura né vergogna.
Per non lasciare impuniti questi uomini ignoranti.
E continuare a vivere pienamente.

Non piansi mai per quella storia, allora.

Dopo quasi vent’anni, in un giorno qualunque, senza alcun particolare motivo, mentre guidavo, iniziai a piangere furiosamente…vomitavo più che il dolore, la rabbia
per l’intollerabile sorpruso.
La mancanza di rispetto.
Furono solo cinque minuti, come un temporale improvviso d’estate che lascia posto al sole, ancora più forte e limpido.
Poi all’improvviso, richiusi il cassetto,
questa volta vuoto,
questa volta per sempre,
e la serenità della mia forza mi ha restituito il sorriso.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/lele/

Storie di donne – Salima

Difficile raccontare una storia di violenza come la mia, ma il pensiero che, leggendola, anche una sola donna possa sottrarsi ai soprusi perpetrati fra le rassicuranti mura domestiche, mi da’ la forza di ripercorrerla e donarla.
Sono una sognatrice idealista, abbarbicata ai propri sogni, sempre pronta a tuffarmi con entusiasmo, nelle storie, nelle persone, negli eventi.
La mia passione, fin da piccola, è stata la Germania, con la sua lingua e la sua gente, una terra così fredda e tormentata che ha sempre esercitato su di me un fascino inspiegabile.
E’ dall’età di 17 anni che fantastico sul mio futuro, sul matrimonio, sull’uomo ideale, un compagno per tutta la vita finché morte non ci separi.

Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte: quella di vivere”

B. Brecht

SALIMA

Inciampo in avventure e delusioni, storie più o meno serie, finché un giorno, al matrimonio di mio cugino, inaspettatamente, incontro l’uomo che sognavo da tempo, fratello della sposa.
Sembrava tutto quello che una donna come me potesse desiderare: dolce, spontaneo, affettuoso, anticonformista, per giunta, un bell’uomo tedesco. Il mio sogno si avverava.
Lasciai famiglia e lavoro per andare a lavorare in Germania. Lui viveva in Olanda, al confine con la Germania, quindi pensai ingenuamente che, stando li’, avrei potuto tenere ben separati l’ambito lavorativo e quello sentimentale. Invece, innamorata pazza e desiderosa di stare con lui, mi feci convincere che il lavoro che avevo scelto non andava bene per me e che il mio posto sarebbe stato tra le sue braccia.

Dopo alcuni giorni in cui quell’uomo, a sua detta per dimostrarmi il suo amore e per proteggermi, mi faceva appostamenti davanti ai luoghi che frequentavo e mi ripeteva che il mio posto non era lì, ma con lui, crollai: un attacco di panico mi stroncò e Lui mobilitò tutta la sua famiglia per venirmi a riprendermi e  portarmi in Olanda.

Inizi; allora l’idillio amoroso nella terra dei tulipani e dei mulini a vento; tutto sembrava magico e fatato, la vita che avevo sempre sognato. Lui mi adorava ed aveva la capacità di vedere tutto sotto un alone dorato; non badava alle apparenze ed io mi sentivo accettata per quello che ero, senza artifici o finzioni, mi sentivo apprezzata nella mia essenza, senza costrizioni o formalità.
Non mi chiedevo, e forse non mi interessava nemmeno saperlo, come mai non avesse un lavoro e come mai percepisse un sussidio, così come non badavo al fatto che vivesse quasi sempre solo, eccezion fatta per le visite fugaci dei parenti o per le nottate in cui veniva a trovarlo il suo migliore, e forse unico amico.

Così, per quasi un anno, abbracciai i suoi ritmi ed i suoi stili di vita squilibrati, ai limiti del normale; per me c’era solo lui, non diedi retta a nessuno quando mi misero in guardia, mostrandomi l’evidenza e dicendomi: “E’ un uomo problematico, non fa per te. Sei sicura di volerti sposare?”. Io stavo bene con lui, punto. Il resto non mi interessava: non mi interessava il fatto che vivesse di notte anziché di giorno, che abusasse di birra e marjuana, che passasse il suo tempo al computer, impegnato nei videogiochi, che non gli importasse di niente, che avesse interessi ristretti oltre ad avere parecchi problemi alle spalle.

La nostra, ai miei occhi, era la storia d’amore ideale, quindi decidemmo, dopo quasi un anno di vita insieme, di sposarci e di metter su famiglia: ero al settimo cielo.
La mia gravidanza arrivò cercata ed in breve tempo; decisi di tornare in Italia per dare la notizia ai miei. Zampillavo gioia da tutti i pori.

Feci la prima visita ginecologica in Italia; sentii per la prima volta il suo cuoricino.

Purtroppo dall’ecografia risultò una cisti ovarica di natura sconosciuta, quindi fu necessario fissare la data per un intervento tempestivo: non potevo lasciare che una cosa simile mettesse a rischio la piccola vita che stava crescendo dentro di me, così decisi di sottopormi all’operazione in Italia, per non incappare nelle barriere linguistiche che avrei sicuramente trovato in Olanda. Lui non accettò la mia decisione ed iniziò a perseguitarmi con telefonate continue, dicendomi che sarei dovuta tornare subito da lui e fare l’intervento lì; iniziò a parlare di promesse non mantenute. Fu uno schiacciasassi sulla mia condizione psicologica in quel momento, avevo paura di perdere la mia creatura.
Non eravamo ancora sposati, ma la data del matrimonio si stava avvicinando; in quel momento a Lui non interessava la mia salute, ma solo le scadenze ed il matrimonio imminente, voleva farmi sua definitivamente.

Io invece stavo cambiando:  quella vita dentro di me mi stava aprendo gli occhi,
rivelandomi la vera natura del mio futuro marito: collerico, ossessionante, possessivo; per Lui era inconcepibile che io prendessi una decisione autonoma senza metterlo al primo posto. Ma ora c’era un figlio che cresceva nelle mie viscere.

Passai giorni d’inferno, Lui decise di raggiungermi in Italia in prossimità dell’intervento, continuando a ripetermi quanto fossero incapaci i medici italiani e quanto la nostra Sanità fosse inaffidabile. Non mostrò empatia per la mia situazione e il suo allarmismo continuo sui danni dell’anestesia al feto venivano prima di ogni altra cosa.
Per fortuna l’equipe medica era molto preparata e l’operazione riuscì benissimo senza danni a nessuno.

Ora non ci restava che tornare in Olanda e organizzare la cerimonia nuziale; ma io non mi sentivo più innamorata di lui e cominciavo a vederlo sotto un’altra luce, oscura ed opprimente. Probabilmente gli ormoni della gravidanza avevano preso il sopravvento sul mio idealismo senza scrupoli.

Iniziai a prefigurarmi una vita a tre ma vidi solo un abisso, un buco nero, un tunnel senza vie di fuga: io e la mia creatura avremmo vissuto come due ostaggi alle sue condizioni; no, un bambino non avrebbe potuto vivere così.

Pensai che il matrimonio mi avrebbe chiarito le idee, invece iniziò l’incubo: tornati in Olanda notai subito le condizioni della casa: Lui non se ne era più occupato da quando io ero andata in Italia e versava in uno stato di abbandono, di sporcizia, di lerciume inauditi.

No, non era proprio una casa a misura di bambino. Reagì ai miei rimproveri dicendo che avrei potuto dare una mano a pulire, anche dopo un intervento ed incinta.
La situazione era cambiata: non c’erano più filtri fra i miei occhi e la realtà che ora mi appariva in tutta la sua nitidezza e in tutto il suo squallore.

Non accettò il cambiamento e si tramutò in un’altra persona: irrispettoso, irriverente, senza scrupoli; il suo pensiero fisso era il sesso, a lui non importava che io fossi convalescente e con gli ormoni influenzati dalla gravidanza.

E furono litigi e pianti. Non ero più creta da forgiare fra le sue mani, ma una madre che lottava con le unghie e con i denti per la sua bambina.

Non volevo più star lì, quella vita non faceva per me, non faceva per NOI.

Lui era sempre più furibondo ed iniziò ad ubriacarsi pesantemente, la sua personalità malata emerse prepotentemente; la sua diventò una battaglia in cui i vincitori si portano a casa il bottino e sopravvivono, ed i vinti soccombono. La nostra bimba nella mia pancia era solo un trofeo da mostrare.

Non ce la feci più a resistere e decisi di scappare letteralmente da quella situazione. IO non sono proprietà di nessuno, mi appartengo e mi amo. Nonostante lui mi avesse annullata completamente e mi avesse resa una larva che faticava anche ad esprimersi a parole, scappai dalla tana del lupo.
Il bene di mia figlia ed il MIO bene erano lontani da quel bruto. Tornai a casa, in Italia, ma l’incubo non finì.

Anche da lontano, con email, telefonate continue, messaggi, continuò la sua opera di terrorismo psicologico; non mi riconosceva più perché non lo assecondavo come prima; ero diventata un’estranea e, secondo lui, dentro di me c’era un mostro che lui doveva uccidere, tutto questo perché avevo messo al primo posto la mia bambina e non la mia vita con lui.
Passai la gravidanza senza un compagno accanto, o meglio, con un compagno che da lontano non faceva altro che mettermi ansia minacciandomi, insultandomi, facendomi sentire una nullità e giocando sul mio forte senso di colpa. Trovai conforto solo nella mia famiglia ed in pochi, ma veri amici.

Il fardello della sua lontana presenza era molto più pesante da sopportare rispetto alle dimensioni della mia pancia, che intanto cresceva di giorno in giorno.
Affrontai il corso pre-parto da sola, quando tutte le altre avevano, nei giorni dedicati alla coppia, un compagno premuroso accanto. Ricordo ancora quel giorno in cui l’ostetrica del corso ci chiese di scrivere alcuni pensieri che iniziassero con “Mi sento mamma perché…” e “Non mi sento mamma perché…” ed io scrissi: “Mi sento mamma perché mi hai salvato la vita”. Ed era vero!
Anche il parto fu un’avventura vissuta senza compagno, c’era mia madre ad assistermi; Lui non sarebbe stato in grado, aveva perso la calma per un’operazione in laparoscopia, figurarsi come avrebbe reagito alle contrazioni, ai dolori, alle mie urla, al fatto che non lo considerassi. Così come non avrebbe sopportato di essere messo in secondo piano rispetto alla bimba, di cui non avrebbe potuto soffrire i pianti, lui che odiava i rumori forti.

Ci avevo creduto con tutta me stessa che potesse cambiare, che potesse far curare quei disturbi psichiatrici mai veramente affrontati e disintossicarsi dall’alcool; ma nonostante la nascita di nostra figlia Lui continuava a tormentarmi, minacciarmi ed insultarmi. Capii allora che il mio amore non avrebbe potuto salvarlo ma che quello che già nutrivo per la mia bambina avrebbe invece salvato me, e lei, portandoci in salvo, al riparo.

Ogni tanto ripenso ai mulini e ai tulipani, alle casette di legno, alle brezze marine.
E mi rivedo attaccata al mio sogno d’amore. Allora gli eventi che si sdipanano davanti ai miei occhi non mi sembrano un fallimento, ma solo un pezzo della mia vita, il cui frutto meravigliosa e’ lei, mia figlia, la mia gioia, il mio raggio di sole.
Quando sulle nostre fragili vite soffiava un vento crudele e rapinoso, la sua luce benefica mi ha dato la forza di reagire, mi ha messo le ali che ci hanno fatte volare abbracciate sopra la pianura e i campi di tulipani, portandoci via, lontane dal male e dal dolore, verso il nostro meraviglioso futuro.

true story from the blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/salima/

Women’s stories – Salima

It is difficult to tell a story of violence like mine, but the thought that, by reading it, even a single woman can escape the abuses perpetrated within the reassuring domestic walls, gives me the strength to retrace it and write it. I am an idealistic dreamer, clinging to her dreams, always ready to dive with enthusiasm, into stories, people, events.

My passion, since I was a child, has been Germany, with its language and its people, a land so cold and tormented that it has always had an inexplicable fascination on me. Since the age of 17 I have been fantasizing about my future, about marriage, about the ideal man, a companion for life until death do us apart.

“All the arts contribute to the greatest art of all: that of living”

B. Brecht

SALIMA

I stumble into adventures and disappointments, more or less serious stories, until one day, at my cousin’s wedding, unexpectedly, I meet the man I have long dreamed of, the brother of the bride.

He seemed everything a woman like me could wish for: sweet, spontaneous, affectionate, nonconformist, moreover, a handsome German man. My dream came true. I left my family and went to work in Germany.

He lived in Holland, on the border with Germany, so I naively thought that, by being there, I could keep the working. Instead, madly in love and eager to be with him, I was convinced that the job I had chosen was not right for me and that my place would be next to him.

After a few days in which that man, according to him, to show me his love and to protect me, stalked me in front of the places I frequented and repeated that my place was not there, but with him, I collapsed: a panic attack cut me off and he invited all his family to come and pick me up and take me to Holland.

Beginning; then the love idyll in the land of tulips and windmills; everything seemed magical and like in a fairy tale, the life I had always dreamed of. He adored me and had the ability to see everything under a positive light; He didn’t pay attention to appearances and I felt accepted for what I was, without artifice or pretense, I felt appreciated in my essence, without constraints or formalities. I did not ask myself, and perhaps I did not even care to know, why he did not have a job and why he received a subsidy, just as I did not mind the fact that he almost always lived alone, except for quick visits from relatives and when his best, and perhaps only friend, came to visit him.

So, for almost a year, I embraced his rhythms and his unbalanced lifestyles, at the limits of normal; for me there was only him, I didn’t listen to anyone when they warned me, showing me the evidence and saying: “He is a problematic man, he is not for you. Are you sure you want to get married? “. I was fine with him, period. The rest didn’t interest me: I didn’t care that he lived at night instead of day, that he abused beer and marijuana, that he spent his time on the computer, playing video games, that he didn’t care, that he had narrow interests beyond to have several problems behind them. Ours, in my eyes, was the ideal love story, so we decided, after almost a year of living together, to get married and start a family: I was in seventh heaven. My pregnancy arrived wanted and in a short time; I decided to return to Italy to give the news to my parents. Joy gushed from all my pores. I made the first gynecological examination in Italy; I felt her little heart for the first time.

Unfortunately, the ultrasound showed an ovarian cyst of an unknown nature, so it was necessary to set the date for an urgent intervention: I could not let such a thing put at risk the small life that was growing inside me, so I decided to undergo the operation in Italy, so as not to run into the language barriers that I would surely have found in Holland. He did not accept my decision and began to persecute me with continuous phone calls, telling me that I should go back to him immediately and do the surgery there; he started talking about broken promises. It was a crush on my psychological condition at that moment, I was afraid of losing my baby. We weren’t married yet, but the wedding date was approaching; at that moment he did not care about my health, but only the deadlines and the imminent marriage, he wanted to become his property.

But I was changing: that life inside me was opening my eyes, revealing to me the true nature of my future husband: angry, obsessive, possessive; for him it was inconceivable that I would make an autonomous decision without putting him in the first place. But now there was a son growing in my womb.

I spent days in hell, he decided to join me in Italy near the surgery date, continuing to repeat to me how incapable Italian doctors were and how unreliable our healthcare system was. He showed no empathy for my situation and his constant alarmism about the damage of anesthesia to the fetus came before anything else.

Fortunately, the medical team was very well prepared and the operation was successful without harm to anyone. Now we just had to go back to Holland and organize the wedding ceremony; but I no longer felt in love with him and began to see him in another light, dark and oppressive. Probably the pregnancy hormones had taken over my unscrupulous idealism.

I began to envision a life for three but I saw only an abyss, a black hole, a tunnel with no escape routes: my creature and I would have lived as two hostages on his terms; no, a child could not have lived like that. I thought that the marriage would have clarified my ideas, instead the nightmare began: back in Holland I immediately noticed the conditions of the house: he had not taken care of it since I had gone to Italy and was in a state of abandonment, of dirt , unheard of grunge. No, it wasn’t really a child-friendly home. She responded to my reproaches by saying that I could help clean up, even after surgery and pregnant. The situation had changed: there were no more filters between my eyes and the reality that now appeared to me in all its clarity and in all its squalor. He did not accept the change and turned into another person: disrespectful, irreverent, unscrupulous; his fixed thought was sex, he didn’t care that I was convalescing and with the hormones affected by pregnancy. And there were quarrels and tears. I was no longer clay to be forged in her hands, but a mother who fought for her little girl.

I didn’t want to be there anymore, that life wasn’t for me, it wasn’t for US. He was increasingly furious and began to get heavily drunk, his sick personality emerged forcefully; it became a battle in which the winners take home the spoils and survive, and the losers succumb. Our baby in my tummy was just a trophy to show. I couldn’t resist anymore and decided to literally escape from that situation. I am not owned by anyone, I belong to me and I love myself. Although he had completely nullified me and made me a larva that struggled even to express in words, I escaped from the wolf.

My daughter’s and MY life were far from that brute. I returned home to Italy, but the nightmare did not end. Even from afar, with emails, continuous phone calls, messages, he continued his work of psychological terrorism; he no longer recognized me because I did not go along with him as before; I had become a stranger and, according to him, there was a monster inside me that he had to kill, all this because I had put my little girl first and not my life with him. I went through the pregnancy without a partner next to me, or rather, with a partner who from a distance did nothing but make me anxious by threatening me, insulting me, making me feel like nothing and playing on my strong sense of guilt. I found solace only in my family and in a few, but true friends.

The burden of his distant presence was much heavier to bear than the size of my belly, which meanwhile was growing day by day. I took the pre-birth course alone, when all the others had a caring partner next to them on the couple’s days. I still remember that day when we were asked us to write some thoughts that began with “I feel as a mom because …” and “I do not feel as a mom because …” and I wrote: “I feel as a mom because you saved my life “. And it was true! Childbirth was also an adventure lived without a partner, my mother was there to assist me; He would not have been able, he had lost his temper due to a laparoscopic operation, let alone how he would have reacted to the contractions, to the pains, to my screams, to the fact that I did not consider him.

Just as he could not bear to be overshadowed by the child, whose crying he could not have suffered, he who hated loud noises. I believed with all my heart that it could change, that it could cure those psychiatric disorders that had never really been addressed and detoxify from alcohol; but despite the birth of our daughter, He continued to torment, threaten and insult me.

I understood then that my love could not save him but that what I already had for my little girl would instead save me and her, bringing us to safety, to shelter. Every so often I think back to the mills and tulips, the wooden houses, the sea breezes. And I see myself attached to my dream of love. Then the events unfolding in front of my eyes do not seem like a failure, but only a piece of my life, the wonderful thought is her, my daughter, my joy, my ray of sunshine.

When a cruel and ravenous wind blew on our fragile lives, its beneficial light gave me the strength to react, it gave me wings that made us fly embraced over the plain and tulip fields, taking us away, away from evil and from pain, towards our wonderful future.

true story from the blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/salima/

Storie di donne – Clara

Un grande amore, la malattia, il tradimento e la scelta di Clara di lasciar andare quell’amore rubato.

La nascita non è mai sicura come la morte. È  questa la ragione per cui nascere non basta. E’ PER RINASCERE CHE SIAMO NATI

Pablo Neruda

CLARA

Una stanza anonima, una poltrona come quelle che vedi dal dentista, una piantana con appesa una flebo riempita di liquido arancione e tu, adagiato, completamente attonito con un braccio teso all’infermiera e lo sguardo atterrito e perso a cercare i miei occhi. Hai stretto più forte la mia mano nel preciso istante in cui quel maledetto ago bucava la vena e goccia dopo goccia iniziavi la tua prima chemio.

Non ricordo più cosa ho inventato, come ho fatto, ma riuscii a raggiungerti, a varcare la porta di quell’ospedale enorme e senza nemmeno sapere dove fossi, sono riuscita a trovarti ed a intrufolarmi in quella stanza. Lo stupore attonito sul tuo viso nel vedermi lì, ha cancellato ogni mia paura, ogni senso di colpa.

Chemioterapia?

Sì, era una chemio quella che stavi per fare. Goccia dopo goccia quel liquido arancione avrebbe distrutto quel maledetto tumore che si era impossessato del tuo sangue, proprio mentre stavamo vivendo una favola, ricatapultandoci con violenza inaudita nella realtà.

Chemioterapia? sì, proprio quella cosa lì di cui tutti abbiamo sentito parlare, ma che nessuno ha il coraggio di chiedere esattamente cos’è, cosa ti fanno, come si fa.

In quella stanza, nulla più che una flebo ed io che avevo potuto tranquillamente entrare  senza che nessuno mi fermasse o mi chiedesse nulla. E noi, lì, occhi negli occhi a scrutarci dentro al cuore, a parlare con leggerezza e con il sorriso di noi due, di quell’amore assurdo agli occhi di tutti che ci aveva travolto un anno prima, inaspettato e potente, sconvolgendo le vite tranquille di due famiglie invidiate da tutti.

La signora anziana accanto alla tua poltrona con il suo ago conficcato nel braccio, ci guardava stranita e stupefatta per le nostre risate soffocate, così fuori luogo in quel posto fatto di angoscia e molecole di cloroformio.

E mentre le gocce fluivano, una dopo l’altra, noi ci organizzavamo per la sciata del giorno dopo. Non ti lasciavo guardare quell’ago e ti facevo parlare, ti sommergevo di chiacchiere leggere, piene di progetti,  ti stordivo di programmi, ti facevo fare promesse grandi.

E così, impedendoci l’un l’altro di parlare di quel tumore, scoprivamo insieme che la nausea non arrivava e che il giorno dopo la chemio potevi guidare, sciare, mangiare polenta e funghi, dormire al freddo in una baita sperduta nella neve e regalarmi un’intera notte d’amore.

Chemio dopo chemio, controllo dopo controllo, abbiamo scoperto che non stavi poi così male, che riuscivi a prendere un aereo e fuggire via per un weekend, che potevi mescolarti alla folla esultante e vedere quel concerto senza smettere un attimo di cantare e ballare stretto a me, che potevi correre sotto un violento temporale estivo con i vestiti fradici e le scarpe in mano e fermarti a baciarmi all’improvviso nell’androne di un vecchio palazzo, storditi ed inebriati.

E scoprire che era bello accarezzare quella testa, ormai senza capelli e guardare il tuo viso senza più sopracciglia. Potevamo ancora far l’amore per ore anche subito dopo una chemio e sorridere alle parole di quel medico mentre  ti diceva che era normale se non riuscivi più a farlo.

Noi, che non potevamo buttare quei pochi attimi per stare insieme, avevamo intuito che nei nostri lunghissimi abbracci e in quei baci interminabile c’era qualcosa di onnipotente, di taumaturgico, una inspiegabile alchimia e così, chemio dopo chemio, leggendo insieme le pagine di un libro, ascoltando insieme il tuo Ipod, raccontandoci, sognando il nostro futuro, siamo arrivati sino lì, al giorno in cui, davanti a te, con le tue braccia ancora segnate dai lividi lasciati da aghi appuntiti, ho aperto quella busta e ti ho letto quel referto che decretava la totale remissione. Il tuo cancro non c’era più.

Ci eravamo incrociati qualche anno prima per puro caso, ci eravamo amati come mai ne’ tu ne’ io eravamo stati capaci di fare.

E lì, in quel preciso istante, ho realizzato che era giunto il momento di lasciarti andare.

Sei entrato nella mia vita nel momento sbagliato, non sarebbe stato possibile andare oltre, i nostri figli non l’avrebbero mai accettato.

Ci riprendevano ognuno il suo dono. Quell’amore aveva sortito l’effetto più grande: tu eri guarito  e io avevo aperto gli occhi sulla mia vita.

Trovavo il coraggio di chiudere con un matrimonio finito e una vita che non poteva più essere la mia.

Riprendevo la mia vita in mano. Camminando da sola, con i miei ragazzi accanto, ricominciavo tutto da capo : un nuovo lavoro, un futuro nuovo pieno di incertezze, di difficoltà e di paura davanti.

Ti ho restituito a lei e ai tuoi figli.

Sei stato uno dei regali più preziosi che la vita mi abbia fatto, accanto a te ho scoperto cosa vuol dire veramente amare, senza riserve.

Come promesso non ci siamo mai più cercati. Abbiamo ripreso a percorrere i passi delle nostre vite, su due strade parallele.

Ed eccomi qua, con la vita che è tornata a stupirmi. Il tempo che è passato ha scavato, smussato, decomposto. Fino a quando sei arrivato tu, l’uomo di primavera.

Perché la vita sa farti rinascere, sempre.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clara/

Women’s stories – Clara

A great love, illness, betrayal and Clara‘s choice to let go of that stolen love.

“Birth is never as sure as death. This is the reason why being born is not enough. WE WERE BORN TO REBORN “

Pablo Neruda

CLARA

An anonymous room, an armchair like the ones you see at the dentist, a floor lamp with a drip filled with orange liquid hanging and you, lying down, completely astonished with an arm extended to the nurse and a terrified and lost look looking for my eyes. You squeezed my hand tighter at the exact moment that damned needle pierced the vein and drop by drop you started your first chemo. I no longer remember what I invented, how I did, but I managed to reach you, to cross the door of that huge hospital and without even knowing where you were, I managed to find you and sneak into that room. The astonished amazement on your face at seeing me there has erased all my fears, all guilt. Chemotherapy? Yes, it was chemo what you were going to do. Drop by drop that orange liquid would have destroyed that damned tumor that had taken possession of your blood, just as we were living a fairy tale, recapturing us with unprecedented violence in reality. Chemotherapy? yes, the very thing there that we have all heard about, but no one has the courage to ask exactly what it is, what they do to you, how to do it.

In that room, nothing more than a drip and I was able to safely enter without anyone stopping me or asking me anything. And we, there, eye to eye peering into our hearts, talking lightly and with the smile of the two of us, of that absurd love in the eyes of all that had overwhelmed us a year earlier, unexpected and powerful, upsetting our lives quiet of two families envied by all. The elderly lady next to your chair with her needle stuck in her arm, looked at us dazed and amazed by our muffled laughter, so out of place in that place made of anguish and chloroform molecules. And while the drops flowed, one after the other, we organized ourselves for the next day’s skiing. I wouldn’t let you look at that needle and let you talk, I flooded you with light chat, full of projects, I stunned you with programs, I made you make great promises. And so, by preventing each other from talking about that tumor, we discovered together that the nausea did not come and that the day after chemo you could drive, ski, eat polenta and mushrooms, sleep in the cold in a remote cabin in the snow and give me a whole night of love.

Chemo after chemo, checkup after checkup, we found that you weren’t that bad, that you could catch a plane and run away for a weekend, that you could mingle with the cheering crowd and see that concert without stopping for a moment to sing and dance close to me, that you could run under a violent summer storm with soaked clothes and shoes in your hand and suddenly stop and kiss me in the hall of an old building, stunned and inebriated. And discover that it was nice to caress that head, now without hair, and look at your face with no more eyebrows. We could still make love for hours even immediately after chemo and smile at that doctor’s words as he told you it was normal if you couldn’t do it anymore.

We, who could not waste those few moments to be together, had sensed that in our long hugs and in those interminable kisses there was something omnipotent, traumaturgical, an inexplicable alchemy and so, chemo after chemo, reading together the pages of a book, listening to your Ipod together, telling us, dreaming of our future, we got there, to the day when, in front of you, with your arms still marked by bruises left by sharp needles, I opened that envelope and I read that report that decreed total remission. Your cancer was gone.

We had crossed paths a few years earlier by pure chance, we had loved each other as neither you nor I had been able to do. And there, in that very moment, I realized it was time to let you go. You entered my life at the wrong time, it would not have been possible to go further, our children would never have accepted it. Each one took back his gift from the other. That love had had the greatest effect: you were healed and I had opened my eyes to my life. I found the courage to end with a broken marriage and a life that could no longer be mine.

I took my life back in hand. Walking alone, with my kids next to me, I would start all over again: a new job, a new future full of uncertainties, difficulties and fear ahead. I gave you back to her and your children. You have been one of the most precious gifts that life has given me, next to you I discovered what it really means to love, without reservations.

As promised, we never looked for each other again. We resumed walking in the footsteps of our lives, on two parallel paths. And here I am, with life that has returned to amaze me. The time that has passed has hollowed out, blunted, decomposed. Until you arrived, the man of spring. Because life knows how to make you reborn, always.

true story from the blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clara/