Storie di donne – Mery

Oggi la storia è quella di Mery, vittima di dipendenza dal cibo, e come si è ripresa la sua vita fra le mani per tornare a viverla con gioia. E’ un percorso lungo e faticoso, ma possibile.

Allora, quando incontrerai una persona grassa o obesa, sappi che potrebbe non essere semplicemente golosa e “mangiona”.

Dietro le sue guance rotonde potrebbe nascondersi una dipendenza che a sua volta cela un dolore che non si può nemmeno immaginare. Quello di voler riempire, con il cibo, il baratro dell’anima che risucchia la sua vita.

MERY

Buona lettura. 🙂

Viso pasciuto, sederotto tondo e traballante
Seno prosperoso e mani tozze
Immancabile quel bel sorriso, che ti fa venire voglia di stritolare quelle gote cosi’ tonde.
Ma dietro quel cumulo di abbondanza, cosa si nasconde?
É palese che una persona eccessivamente magra susciti più “pena” di chi al contrario é attorniato dal grasso.
Ipocrisia a parte, la frase più comune nel caso é: “Che mangi di meno”.
Beh, purtroppo non è così.

Al mondo esistono molti tipi di dipendenze letali, di droghe, classificate in varie categorie, quasi per concedere uno sconto di pena coscenziale per averne fatto uso.
Poi esiste LUI, il cibo.
Lo trovi ovunque, lo propinano in mille modi, costa poco ed è legale.
Insomma, la droga perfetta.

Inizio ad avere con Lui una strana confidenza, ad instaurare un buon rapporto, fino ad arrivare ad una sorta di relazione affettiva.
Lo amo e lo odio, lo cerco e lo rifiuto

Lui non parla, mi soddisfa, lui non scappa, mi appaga, lui non critica, mi sazia.
“Quante volte sei finito direttamente nella mia bocca passando dalle mani”.
Ne ho bisogno.
Lo cerco, lo ingoio, ne abuso
Diventa irrilevante il sapore.
Basta riempire.

Dove non arriva il mondo, arriva lui. A riempirmi di ciò che mi manca. Ad appagarmi
Ma come in ogni amore malato, prima o poi arriva il dolore.

Sono assuefatta, altero la realtà, la percezione di quantità e di immagini.
Vedo qualcosa di ripugnante allo specchio……me stessa.

Ho superato quel limite fra abuso e dipendenza.
Ora sono quello che mangio e quello che mangio é ciò che provo
Mentre gli altri vengono ingannati da un bel sorriso, io pian piano dentro muoio, sempre meno padrona del mio corpo, uno scafandro.
Allora inizio a vivere in un mondo costruito su scuse, sorretto da bugie a me stessa e sigillato da temporeggiamenti.
Eh si! sapete….onestamente diventa “comodo” vivere così.
La sofferenza che si prova é talmente forte che fa da rifugio. Mi accoglie amorevole fra le sue braccia grandi e fagocitanti.

Poi però ti accorgi che non stai vivendo, stai solo sopravvivendo.

Il pensiero del cibo annienta ogni anelito di vita, spazzando via ogni cosa al suo passaggio: la felicità, la spensieratezza, la naturalezza dei piccoli gesti.

Viviamo in una società in cui non è concesso essere la nota stonata di questo “coro di capre”.
Di conseguenza ti annulli socialmente.
E ora?
Il mio più grande amore mi ha tradito.

A tavola é lui che mangia me!

Eppure devo farmi forza, tanta, e con l’aiuto di chi sa e chi può, guarire ed uscire dal circolo vizioso della dipendenza.

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Women’s stories – Peppa

Today’s story is that of Peppa who, together with her mother, finds herself fighting against the disease of modern times: Alzheimer.

“You hid the carpet from me. The first phone call arrives at seven in the morning, a firm and worried voice asks me where I have hidden the carpet. I am sleepy, I have not yet realized where I am, if dawn has already pierced the blinds, still down. I like to be awakened by the colors of dawn, which slowly become lighter from dark, even if there is no sea, here in the northern region of Brianza. “

Enjoy your reading. 🙂

PEPPA

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No, I havent seen any carpet, but it may be that maybe it’s hidden in a room and you don’t see it. “You stole my carpet.” I feel like I’m living in a nightmare, I would like to tell you I haven’t seen any carpet, I don’t know what you’re talking about, I’m sleepy.

Let me sleep a little longer, then we’ll talk about it. It’s lunchtime, I try to call her back to understand where it may have ended up, but at noon it seems that the problem no longer exists. And who cares about the carpet.

You come at my house almost daily, you help me do small housework, you understand that between work and home, my time is very limited. But I see you confused, perhaps even a little depressed. It will be the advancing age, the small daily worries that afflict us. She wants to go home, a few blocks away from me. I decide to let you go, and to see at the right distance, if you take the right path.

No.

You do not take it. Yet you have been commuting from me to your house for years.

But that damned afternoon, you don’t take the right path, from a distance I notice that you ask people if they know the street you live on.

An anxiousness assails me, my legs tremble, I would like to be wrong, I am convinced that it’s due to stress.

Alarm bell.

When we are at your house, we, your daughters, your grandchildren, the people you love, you ask me which ingredients to use to make nougat. Our Sicilian nougat.

“Come on, mom, stop it, what are you doing, are you kidding us, you’ve done it at every party and now, come and ask me whether to put this or that, why don’t you remember? I’m angry, do you know why?”

This means making fun of me… But then you get lost again, strangers bring you home, you, in a slightly confused state.

You go in and out of a state of confusion and that hurts me, that hurts us a lot. Just you who raised my son … no, you can’t get ill.

And then the saddest truth and the final sentence of an Alzheimer’s that resounds like a dagger in the heart.

“Doctor, you are wrong this woman is stressed, please remove this sentence”.

My mother. My life. Lost in a muffled world made of a fog that covers and fades memories.

Ten years have passed and you are here with me, I look at you and I embrace you as you and I always did, mother and daughter together, always. No clinic for you, as you struggle to stay in touch with what you were, but the overwhelming grip of the love of children and grandchildren, which you reciprocate, even after ten years, with your golden silences, with that look of yours sometimes lost but with a smile, yes, identical to then.

Sometimes the memory of when we laughed and talked Sicilian overwhelms me, making fun of the rest of the world, almost as if we could never, ever have touched such a fate. Pain and anger then fade gently, sliding on your smile, in our embraces, keeping intact the thread of love that binds our lives together, forever, safe from any loss, from any oblivion.

Storie di donne – Peppa

Oggi la storia è quella di Peppa che insieme alla madre, si trova a combattere contro il mostro della malattia dei giorni nostri: l’Alzheimer.

“Mi hai nascosto il tappeto.
Arriva la prima telefonata alle sette del mattino, una voce ferma e preoccupata mi chiede dove io abbia nascosto il tappeto.
Ho sonno, non ho ancora realizzato dove sono, se l’alba abbia già bucato le tapparelle, ancora abbassate.
Mi piace essere svegliata dai colori dell’alba, che da scuri piano piano si fanno sempre più chiari, anche se manca il mare, qui in Brianza.”

Buona lettura. 🙂

PEPPA

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No, non ho visto nessun tappeto, ma può essere che magari sia nascosto in una stanza e non lo vedi.

“Mi hai rubato il tappeto“.

Mi sembra di vivere in un incubo, vorrei dirle che non ho visto nessun tappeto, non so di cosa tu stia parlando, ho sonno.

Lasciami dormire ancora un po’, poi ne parliamo.

Si fa giorno, provo a richiamarla per capire dove possa essere finito, ma a mezzogiorno pare che il problema non esista più.

E chi se ne frega del tappeto.

Vieni quasi quotidianamente a casa mia, mi aiuti a fare piccole faccende domestiche, capisci che tra lavoro e casa, il mio tempo è molto limitato.

Ma ti vedo confusa, forse anche un po’ depressa.

Sarà l’età che avanza, le piccole preoccupazioni quotidiane che ci affliggono.

Mi saluti per tornare a casa, abiti poco distante da me.

Decido di lasciarti andare, e di vedere a giusta distanza, se percorri la strada giusta.

No.

Non la percorri.

Eppure sono anni che fai la spola da me a casa tua.

Ma quel pomeriggio maledetto, non imbocchi la strada giusta, da lontano noto che chiedi ai passanti, se conoscono la via in cui abiti.

Un’angoscia mi assale, le gambe non mi reggono, vorrei sbagliarmi, mi convinco che è lo stress, che fa anche sbagliare strada, talvolta.

Campanello d’allarme.

Quando siamo a casa tua, noi, le tue figlie i tuoi nipoti, le persone che ami, proprio tu chiedi a me quali ingredienti usare per fare il torrone.

Il nostro torrone siciliano.

“Dai, mamma piantala, che fai ci prendi in giro, l’hai fatto ad ogni festa comandata ed ora, vieni a chiedere a me se mettere questo o quell’altro, perché non ti ricordi? Sono arrabbiata, sai perché?”

Questo vuol dire prendere in giro

Ma poi ti perdi ancora, ti riportano a casa persone sconosciute, tu, in stato leggermente confusionale.

Entri ed esci da uno stato di nebbia che mi fa male, che ci fa molto male.

Proprio tu che hai cresciuto mio figlio…no, tu non puoi ammalarti.

E poi la verità più triste e la sentenza finale di un Alzheimer che risuona come un pugnale in mezzo al cuore.

Dottore, lei si sbaglia questa donna è stressata, togliete per carità, questa sentenza“.

Mia madre. Vita mia. Persa in un mondo ovattato fatto di nebbia che ricopre e sbiadisce i ricordi.

Sono trascorsi dieci anni e tu sei qui con me, ti osservo e ti abbraccio come facevamo sempre io e te, madre e figlia complici, da sempre.

Nessuna clinica per te, mentre lotti per rimanere in contatto con quella che eri, ma la stretta prepotente dell’amore dei figli e dei nipoti, che tu ricambi, ancora dopo dieci anni, con i tuoi silenzi d’oro, con quel tuo sguardo a volte perso ma con un sorriso, quello sì, identico ad allora.

A volte mi assale il ricordo di quando ridevamo e parlavamo siculo, prendendo in giro il resto del mondo, quasi come se a noi, mai e poi mai sarebbe potuto toccare un simile destino.

Dolore e rabbia allora sfumano dolcemente scivolando sul tuo sorriso, nei nostri abbracci, mantenendo intatto il filo dell’amore che lega insieme le nostre vite, per sempre, al riparo da ogni smarrimento, da qualunque oblio.

Se volete raccontare la vostra storia e condividerla, potete contattarmi via mail o in risposta a questo post.