Women’s stories – Stella

Today we tell the story of Stella, who faces her husband’s betrayal and soon discovers that she cannot do anything about it.

Maybe life is like a river that goes to the sea. It didn’t go where intended to go, but it ended up where it needed to be.

Fabrizio Caramagna

STELLA

Christmas Eve. I remember the cold air in the morning while I was shopping. I wanted the dinner to be perfect in every detail. I would have carefully cooked fish dishes, I would have set the table with golden organza tulle.

Christmas music in the background would have spread notes of family intimacy in the air. The children would have worn the new red and black velvet dresses, running around joyfully and impatiently waiting to unwrap the gifts. Then the tree. I wanted it all with white flowers, really impressive. Everything had been studied in detail. For some time my husband hasn’t been the same. He always returned later in the evening and even on weekends he was often out for hypothetical work commitments.

He no longer looked me in the eyes. Indeed, he escaped my gaze. The conversation centered on the children, the shopping, the home. Never a word about us, about me, about what I felt. And I wanted to. Sometimes I looked at him absorbed in his thoughts. His body was next to mine but his soul was traveling elsewhere. We no longer made love. Little by little the habit of looking for each other under the bed sheets was lost. We lived in two parallel worlds that did not cross except in daily affairs. What still bound us? The mortgage to pay. The children. Years spent together. So many memories. But he was no longer mine. For a long time. Yet I still loved him, I was sure of it. I still wanted it. So, that Christmas Eve, I had decided to take him back.

I would have set up a perfect scene of family happiness to make him understand that his life was with us. Certainly not with the other, whose ghost now populated my sleepless and restless nights. My feminine intuition told me that that was the truth. All the clues pointed to this. There was no doubt. Then I should have tried to use all the weapons to my advantage. I was the wife. And I was the mother of his children. The woman he had shared everything with since we met twenty years earlier.

I would have populated that Christmas Eve with a radiant, sparkling atmosphere, made up of music, lights, colors, family scents. I wanted to make him understand that I didn’t care about his fling (because that’s what it was, I was sure).

A wife will have to forgive some of her husband’s mistakes and then be ready to pick him up in her big arms. The thought of the other bothered me, that yes. But more for her who had slipped subtly into our intimacy, than for him, whom I saw as aprey to her enchanting arts.

In my culture as a simple woman, educated in a farmers’ family, with sound principles and few frills, a woman had to have courage and common sense. Taking him back into my arms and forgiving him seemed like common sense. I imagined the scene at times. He who was crying on my breast invoking my forgiveness. I was crying and kissing him. And then we would have made love. Many times until the morning, when we would find ourselves in the kitchen with a cup of coffee in our hands looking at each other as it once was. As only he knew how to look at me and everything would be as before. Ring at the door. I go to open anxiously. The scene that I had set up as the backdrop for my victory over the other was ready.

Everything was perfect. Except him. Almost bothered by my attentions and the atmosphere with which I had enveloped him. The evening proceeded in a falsely serene atmosphere. The speeches are forced, the smiles painted on puzzled faces. At midnight we open the gifts to the delight of the children who perhaps do not notice the difficult lives of the adults around them. Let’s hope. There comes a time when we find ourselves alone. The time has come to tell him that I still love him and that I don’t care about the other one … But he does it before me.

He says my name like he hasn’t done for a long time. Stella… I have to tell you something. And then the whole truth falls on me like a winter avalanche. After that there is only silence and ice. He tells me he found out he loved a man. It had happened to him before, when he was very young, before we met. The story with me had made him think that this was just a youthful crush. Then came the marriage, the children, the house, the mortgage.

For some time, however, that desire that drowned in our marriage had resurfaced in him. He loved another. He could no longer deny it and pretend a life with me that no longer made sense. He decided to tell me on Christmas Eve … I swallow that truth like a bitter poison. I know I can’t compete with a man taking him away from me. My Christmas present. It’s not easy to walk again after a fall like this. Yet with so much pain, so much effort, today I still prepare Christmas dinner.

The music resounds and the organza tablecloth is still there. My children are grown up but still wait for midnight with the happiness of unwrapping their gifts. Next to me there is another who helps me cook Christmas Eve dinner. Everything will be perfect. I’m sure.

If you want to see the original video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/359291738003499/

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/stella/

Storie di donne – Stella

Oggi raccontiamo la storia di Stella, che di fronte al tradimento del marito scopre di non poter fare nulla.

Forse la vita è come un fiume che va al mare. Non è andata dove intendeva andare, ma è finita dove aveva bisogno di essere.

Fabrizio Caramagna

STELLA

La vigilia di Natale. Ricordo l’aria frizzante al mattino mentre facevo la spesa. Volevo che la cena fosse perfetta in ogni dettaglio. Avrei cucinato con cura piatti a base di pesce, avrei apparecchiato la tavola con tulle di organza dorata.

La musica natalizia sullo sfondo avrebbe diffuso note di intimità familiare nell’aria. I bambini avrebbero indossato gli abitini nuovi di velluto rosso e nero, scorrazzando festosamente nell’attesa impaziente dei regali da scartare. Poi l’albero. Lo avevo voluto tutto di fiori bianchi, veramente d’effetto. Tutto era stato curato nei minimi particolari. Da qualche tempo mio marito non era più lo stesso. Rientrava sempre più tardi la sera e anche nel fine settimana era spesso fuori per ipotetici impegni di lavoro.

Non mi guardava più negli occhi. Anzi, sfuggiva ai miei sguardi. La conversazione era incentrata sui bambini, la spesa, la casa. Mai una parola su noi, su di me, su ciò che sentivo. E volevo. A volte lo guardavo assorto nei suoi pensieri. Il suo corpo era accanto al mio ma la sua anima era in viaggio altrove. Non facevamo più l’amore. Piano piano si era persa l’abitudine a cercarsi sotto le lenzuola. Vivevamo in due mondi paralleli che non si incrociavamo se non negli affari quotidiani. Cosa ci legava ancora? Il mutuo da pagare. I figli. Gli anni passati insieme. Tanti ricordi. Ma lui non era più mio. Da tanto tempo. Eppure lo amavo ancora, ne ero sicura. Lo desideravo ancora. Così, quella vigilia di Natale, avevo deciso di riprendermelo.

Avrei allestito una scena perfetta di felicità familiare per fargli capire che la sua vita era con noi. Non certo con l’altra, il cui fantasma ormai popolava le mie notti senza sonno e senza ristoro. Il mio intuito femminile mi diceva che la verità era quella. Tutti gli indizi riconducevano a ciò. Non c’erano dubbi. Allora avrei dovuto cercare di affinare tutte le armi a mio vantaggio. Io ero la moglie. Poi ero la madre dei suoi figli. La donna con cui aveva condiviso tutto da quando c’eravamo incontrati vent’anni prima.

Avrei popolato quella vigilia di Natale di un’atmosfera radiosa, scintillante, fatta di musiche, luci, colori, profumi di famiglia. Volevo fargli capire che non m’importava della sua scappatella ( perché di quello si trattava, ne ero sicura ).

Una moglie dovrà pur perdonare qualche evasione di suo marito ed essere pronta poi a raccoglierlo fra le sue braccia grandi. Il pensiero dell’altra mi infastidiva, quello si’. Ma più per lei che si era insinuata subdolamente nella nostra intimità, che non per lui che io vedevo preda delle sue arti ammaliatrici.

Nella mia cultura di donna semplice, educata in una famiglia contadina, di sani principi e di pochi fronzoli, una donna doveva avere coraggio e buon senso. Riaccoglierlo fra le mie braccia e perdonarlo mi sembrava di buon senso. Mi immaginavo la scena, alle volte. Lui che piangeva sul mio seno invocando il mio perdono. Io che piangevo e lo baciavo. E poi avremmo fatto l’amore. Tante volte fino al mattino, quando ci saremmo trovati in cucina con la tazzina di caffè fra le mani a guardarci come una volta. Come solo lui sapeva guardarmi E tutto sarebbe tornato come prima. Suona alla porta. Vado ad aprire trepidante. La scena che avevo allestito come scenografia della mia vittoria sull’altra, era pronta.

Tutto era perfetto. Tranne lui. Quasi infastidito dalle mie attenzioni e dall’atmosfera con cui l’avevo avviluppato. La serata procede in un clima falsamente sereno. I discorsi sono forzati, i sorrisi dipinti su visi interdetti. A mezzanotte apriamo i regali per la gioia dei bambini che forse non si accorgono delle difficili vite degli adulti che gli stanno intorno. Speriamo. Arriva il momento in cui ci ritroviamo da soli. È giunta l’ora di dirgli che lo amo ancora e che non mi importa dell’altra… Ma lui fa prima di me.

Pronuncia il mio nome come non faceva da tempo. Stella…devo dirti una cosa. E poi tutta la verità mi piomba addosso come una slavina d’inverno. Dopo rimane solo silenzio e ghiaccio. Mi dice che ha scoperto di amare un uomo. Gli era già successo quando era molto giovane, prima che ci incontrassimo. La storia con me gli aveva fatto pensare che quella era stata solo una sbandata giovanile. Poi erano venuti il matrimonio, i figli, la casa, il mutuo.

Da qualche tempo però era riaffiorato in lui quel desiderio che aveva annegato nel nostro matrimonio. Amava un altro. Non poteva più negarlo e fingere una vita con me che non aveva più senso. Aveva deciso di dirmelo la vigilia di Natale… Ingoio quella verità come un veleno amaro. So che non potrò competere con lui che me lo porta via. Il mio regalo di Natale. Non è facile tornare a camminare dopo una caduta come questa.  Eppure con tanto dolore, tanta fatica oggi preparo ancora la cena di Natale.

Le musiche risuonano e la tovaglia di organza e’ ancora li’. I miei figli sono grandi ma ancora aspettano la mezzanotte con la felicità di scartare i loro regali. Accanto a me c’è un altro che mi aiuta a cucinare la cena della vigilia. Sarà tutto perfetto. Ne sono sicura.

Se volete vedere il video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/359291738003499/

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/stella/

Women’s stories – Valérie

Today we tell the story of Valérie, wife of a boss, who in order not to live on the edge of legality, decides to change country and name.

“Conscience is the voice of the soul and passion is the voice of the body”.
Jean Jacques Rousseau

VALERIE

He appeared one evening many years ago, as I was about to close my flower shop in Paris. An ordinary client, not tall, burly, with little hair. He was handling a large cigar. He asked for a generous bouquet of red roses. He smiled with his entire face, he had sure and kind gestures. “Only special roses,” he said in an amused tone as I put together the flowers. I was struck by the way he said it. He spoke French with a curious Italian accent which he tried to hide, making it even more interesting. I was very young and very curious.

After that first purchase he returned several times to my shop, always to buy huge bouquets for who knows which girlfriend. One day, when he left the shop, I followed him with my eyes and saw him throw the flower bouquet he had just bought into a trash bin, before getting into a sports car and driving away. I knew, then, that he was coming for me. We started dating. He filled me with words, smiles and attention. He had a magnetic charm, a sharp look that made me uncomfortable and seduced me at the same time.

He said his name was Nicolas and he had a small meat trading business. We went out a few times and one evening he took me to dance. Despite his by no means lean build, he moved gracefully and perfectly in time. He was an exceptional dancer. He whirled me to the beat of the music all night, gently and forcefully at the same time. Eventually, drunk with dancing and laughter, I found myself in his arms. A love story began among the most beautiful that I could ever hope to live. We made love with energy and without sparing ourselves. His way of taking me was often rough, yet I couldn’t help but wish his touch. No one had ever made me feel this way. We soon got engaged and, of course, my parents weren’t happy at all. For me they certainly did not want this unattractive, uneducated man with a not too refined profession and an Italian surname. Of course I ignored them, it was 1968 and it was normal to challenge authority. Any authority. Paris was a pressure cooker ready to explode at that time, and our story was nothing more than a light appendix to an otherwise fiery chronicle.

I closed the shop and stopped working. We got married in a small church outside the city on a beautiful spring day. It was the first time I saw his friends. Some of them were Italians who barely spoke French and walked around with large dark glasses. Others were Algerians, very ceremonious. Then there were his girl friends, a couple of very blond girls and a sporty brunette who hugged Nicolas with an intimacy that seemed fraternal to me at the moment. And finally Xavier, whom I would soon know very well. He was his best friend, so he told me. Young, tall, with gray eyes always on the move, he didn’t really look like the type who could be friends with Nicolas.

Maybe that day I should have noticed something, but some more time passed before I realized that the meat in which Nicolas traded was not that of farm animals destined to end up in the pot, but that of young women engaged in prostitution. Moreover, that was only part of his business, which also extended to drug dealing and weapon trafficking. Xavier was a cross between a bodyguard and an advisor, a trusted man of Nicolas who was delegated the protection of the head and some special affairs.

I was confronted with the facts when the police came to our house. Nicolas wasn’t there, by chance he was on the French Riviera for some business. The police were looking for anything that could connect him to the murder of a drug dealer that took place a few days earlier on the outskirts of Paris. But Nicolas was too smart to leave traces. And to be found in the house by the police. I was stunned. I read the search warrant over and over again, sitting in the kitchen with shaking hands, memorizing the charges that were being given at my husband. Nicolas had lied to me, he was a gangster and I was his woman. I understood in an instant the reason for certain absences, certain phone calls, at certain hours. And I felt again that nonmasculine scent that sometimes came from his jacket. I felt filthy. I did not wait for his return and, when the police was gone, I asked Xavier to take me to my parents, where I stayed for some time while I filed for divorce. However, my mother’s looks of pity were too severe a punishment for me to bear for long, so, with Nicolas still a fugitive, I moved into a small apartment in Rue d’Alleray and got a job as a saleswoman. I learned about Nicolasdirty business much more than I would have liked, until I discovered that he was one of the most wanted criminals in all of France. After the long interrogations I was subjected to by the police, which left me empty and wounded, I was now determined to forget him and start over.

About eight months passed and one day, as if nothing had happened, Nicolas showed up at my door. He told me that he was so sorry, but that if I had known the truth I would not have married him. And he loved me. He said he understood me, he understood divorce because he had been a liar and cheated on me. But he asked me to make an effort and think if I really wanted to be without him.

He suggested we meet every now and then, spend time together and, maybe, who knows, make love every now and then. I was outraged, upset, and offended that he believed I could accept such a proposal. I kicked him out of my house and cried for days. But after a few weeks, by virtue of what unhealthy instinct I don’t know, I called Xavier and asked him if he knew where to find Nicolas. We met in an anonymous café, a neutral territory that I had carefully chosen, frequented but not too much. We just talked, that first time. Then other meetings followed. Until, in short, we did what he asked. Every so often we met and made love. I was well aware that Nicolas had other women, and legally I was still his wife. I was excited and at the same time scandalized by myself for the situation I had accepted to live. Nicolas had tied me to him with a chain that was difficult to break. There was a kind of spell over me, a force that urged me each time to yield to his body pressing on mine, to his gaze demanding me. As much as I was ashamed of myself, at the same time I felt a kind of pride in being the woman of a criminal. It happened, at times, to lay my eyes on some policeman who was walking through the streets of Paris and to be tempted to tell everything, to have him arrested. But then I felt deep inside a sort of atrocious admiration for Nicolas and his ability to keep the entire French police in check.

It was bizarre to think that Nicolas was wanted all over the nation, as he led a basically regular life in Paris, running his business from a safe place not far from the city center. Things went on like this for two years. Until, one day, I noticed Xavier who was parked in the car under my house. I invited him to get on and he explained that Nicolas had asked him to keep an eye on me, to protect me. He told me about his passion for cars and many other things. Late in the evening we were still chatting. Then the unthinkable happened. We kissed and one kiss was followed by another, until, drunk with desire, we ended up in bed. It wasn’t the last time. A love triangle was established of which I was the apex. I had no more brakes and it seemed the ideal situation. Nicolas gave me passion and confidence, Xavier gave me lightness and sweetness. I wanted everything and I had everything. Nothing was enough for me, I still wanted everything from both. The bit of selflove that I had left was buried, overwhelmed by a force that I couldn’t resist and that pulled me to one side and then pushed me back to the other.

Then, one Sunday in September, Nicolas caught us. He said nothing. He went out, waited for Xavier in the street and, as soon as he saw him, he shot him down. After the fact he did not run away.

He sat on the sidewalk next to his friend‘s body, smoking a cigar while waiting for the police to arrive. I never saw him again, I knew he had been sentenced very harshly.

I changed my first name and took my mother’s surname. I left France and found a job as a translator in Italy. I married an entrepreneur from Bologna who had bought a beautiful villa in Ravello, facing the sea.

From the terrace, today, after forty years, between the glare of the sun on the water and the fog of memory, things no longer seem so true. Not so definitive. Sometimes dreams are like this, they mix with memory. And yet, really, I was the bosss wife in Paris many years ago.

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real story taken from: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/valerie/

Storie di donne – Valérie

Oggi raccontimao la storia di Valérie, moglie di un boss, che per non vivere ai margini della legalità, decide di cambiare paese e nome.

La coscienza è la voce dell’anima e le passioni sono la voce del corpo”.
Jean Jacques Rousseau

VALERIE

Comparve una sera di tanti anni fa, mentre stavo per chiudere il negozio, a Parigi. Un cliente trafelato, non alto , corpulento, con pochi capelli. Maneggiava un grosso sigaro quasi spento. Voleva un abbondante mazzo di rose rosse. Sorrideva con tutto il viso, aveva gesti sicuri e gentili. “Metta solo rose speciali”, mi  disse con tono divertito mentre raggruppavo i fiori. Mi colpì il modo in cui lo disse. Parlava  francese con un curioso accento italiano che cercava di nascondere, rendendolo ancora più interessante. Io ero molto giovane e molto curiosa.

Dopo quel primo acquisto tornò diverse volte nel mio negozio, sempre per comprare esagerati bouquet per chissà quale fidanzata. Un giorno, uscito dal negozio,  lo seguii con lo sguardo e lo vidi buttare in un cestino il mazzo di fiori appena comprato, prima di salire in una macchina sportiva e allontanarsi. Capii che veniva per me.

Iniziammo a frequentarci. Mi riempiva di parole, sorrisi ed attenzioni. Aveva un fascino magnetico, uno sguardo affilato che mi metteva a disagio e allo stesso tempo mi seduceva. Disse di chiamarsi Nicolas e di avere una piccola attività di commercio di carni. Uscimmo qualche volta e una sera mi portò a ballare. Nonostante la corporatura per nulla asciutta, si muoveva con grazia e perfettamente a tempo. Era un ballerino eccezionale. Mi fece roteare al ritmo di musica per tutta la notte, con delicatezza e con forza a un tempo. Alla fine, ubriaca di danze e di risate, mi ritrovai tra le sue braccia.

Iniziò una storia d’amore tra le più belle che io potessi mai sperare di vivere. Facevamo l’amore con energia e senza risparmiarci, in ogni anfratto appena praticabile. Il suo modo di prendermi era spesso rude, eppure non potevo fare a meno di desiderare che il suo tocco fosse ancora più severo. Mai nessuno mi aveva fatto sentire così.

Dopo poco ci fidanzammo e, naturalmente, i miei genitori non ne furono affatto felici. Per me non desideravano certo quest’uomo non bello, non colto, dalla professione non troppo raffinata e dal cognome italiano. Naturalmente io li ignorai, era il 1968 ed era normale sfidare l’autorità. Qualunque autorità. Parigi era una pentola a pressione pronta ad esplodere, in quel periodo, e la nostra storia non era che un’appendice leggera di una cronaca per altri versi infuocata.

Chiusi il negozio e smisi di lavorare. Ci sposammo in una chiesetta fuori città, in un bel giorno di primavera. Fu la prima volta che vidi i suoi amici. Alcuni di loro erano italiani che parlavano a stento il francese e giravano con grandi occhiali scuri. Altri erano algerini, molto cerimoniosi. Poi c’erano le amiche, un paio di ragazze biondissime e una bruna sportiva che abbracciava Nicolas con una intimità che lì per lì mi parve fraterna. E infine Xavier, che presto avrei conosciuto molto bene. Era il suo migliore amico, così mi disse. Giovane, alto, con gli occhi grigi sempre in movimento, non sembrava proprio il tipo che poteva essere amico di Nicolas.

Forse quel giorno avrei dovuto accorgermi di qualcosa, ma trascorse ancora del tempo prima che realizzassi che la carne in cui commerciava Nicolas non era quella di animali d’allevamento destinata a finire in pentola, ma quella di giovani donne dedite alla prostituzione. Peraltro, quella era solo una parte dei suoi affari, che si estendevano anche allo spaccio di droga e al traffico d’armi. Xavier era una via di mezzo tra una guardia del corpo e un consigliere, un uomo di fiducia di Nicolas cui erano delegate la protezione del capo e alcuni affari particolari.

Fui messa davanti ai fatti quando la polizia venne a casa nostra per una perquisizione. Nicolas non c’era, casualmente era in Costa Azzurra per certi affari. La polizia cercava qualsiasi cosa potesse collegarlo all’omicidio di uno spacciatore avvenuto pochi giorni prima alla periferia di Parigi. Ma Nicolas era troppo furbo per lasciare tracce. E per farsi trovare in casa dalla polizia.

Rimasi di sasso. Lessi il mandato di perquisizione più e più volte, seduta in cucina con le mani tremanti, mandando a memoria le imputazioni che venivano mosse a mio marito. Nicolas mi aveva mentito, era un gangster e io la sua donna. Capii in un istante il perché di certe assenze, di certe telefonate, di certi orari. E avvertii di nuovo quel profumo non maschile che emanava a volte la sua giacca.

Mi sentii sudicia. Non attesi il suo ritorno e, quando la polizia se ne fu andata, chiesi a Xavier di portarmi dai miei genitori, dove rimasi per qualche tempo mentre avviavo le pratiche per il divorzio. Tuttavia, gli sguardi di compatimento di mia madre erano una punizione troppo severa perché potessi sopportarla a lungo, per cui, con Nicolas ancora latitante, mi trasferii in un piccolo appartamento in Rue d’Alleray e trovai lavoro come commessa.

Seppi degli affari sporchi di Nicolas molto più di quanto avrei voluto, fino a scoprire che si trattava di uno dei criminali più ricercati di tutta la Francia. Dopo i lunghi interrogatori cui fui sottoposta dalla polizia, che mi lasciavano svuotata e ferita, ero ormai decisa a dimenticarlo e a ricominciare.

Passarono circa otto mesi e un giorno, come se nulla fosse, Nicolas si presentò alla mia porta. Mi disse che gli dispiaceva tanto, ma che se avessi saputo la verità non l’avrei sposato. E lui mi amava. Disse che mi capiva, capiva il divorzio perché era stato bugiardo e mi aveva tradita. Però mi chiese di fare uno sforzo e di pensare se davvero volevo stare senza di lui. Mi propose di vederci ogni tanto, di passare del tempo assieme e, magari, chissà, di fare l’amore ogni tanto.

Ero sdegnata, turbata e offesa dal fatto che lui credesse che io potessi accettare una simile proposta. Lo cacciai fuori da casa mia e piansi per giorni.

Ma dopo qualche settimana, in forza di quale malsano istinto non so, chiamai Xavier e gli chiesi se sapeva dove trovare Nicolas. Ci vedemmo in un anonimo caffè, un territorio neutrale che avevo scelto con cura, frequentato ma non troppo. Parlammo solo, quella prima volta. Poi altri incontri seguirono. Sino a che, in breve, facemmo quello che lui aveva chiesto di fare. Ogni tanto ci vedevamo e facevamo l’amore. Sapevo bene che Nicolas aveva altre donne, e legalmente io ero ancora sua moglie. Ero eccitata e a un tempo scandalizzata da me stessa per la situazione che avevo accettato di vivere. Nicolas mi aveva legata a sé con una catena difficile da spezzare. Vi era una sorta di incantesimo su di me, una forza che mi esortava ogni volta a cedere al suo corpo che premeva sul mio, al suo sguardo che mi reclamava. Per quanto mi vergognassi di me stessa, provavo al contempo una sorta di orgoglio nell’essere la donna di un criminale. Mi capitava, a volte, di posare lo sguardo su qualche poliziotto che passeggiava per le strade di Parigi e di avere la tentazione di raccontare tutto, per farlo arrestare. Poi però sentivo nel profondo una sorta di atroce ammirazione per Nicolas e la sua capacità di tenere in scacco l’intera polizia francese.

Era bizzarro pensare che Nicolas fosse ricercato in tutta la nazione, mentre conduceva una vita in fondo regolare a Parigi, governando i suoi affari da un luogo sicuro poco distante dal centro della città.

Le cose andarono avanti così per due anni. Sino a che, un giorno, notai Xavier che stazionava in macchina sotto casa mia. Lo invitai a salire e mi spiegò che Nicolas gli aveva chiesto di tenermi d’occhio, per proteggermi. Mi parlò della sua passione per le auto e di molte altre cose. Facemmo tardi, sempre chiacchierando. Poi successe l’impensabile. Ci baciammo e a un bacio seguì un altro, sino a che, ubriachi di desiderio, finimmo a letto.

Non fu l’ultima volta. Si instaurò un triangolo amoroso del quale io ero il vertice. Non avevo più freni e mi sembrava la situazione ideale. Nicolas mi dava la passione e la sicurezza, Xavier la leggerezza e la dolcezza. Volevo tutto e tutto avevo. Niente mi bastava, volevo ancora tutto da tutti e due. Quel po’ di amor proprio che mi era rimasto era sepolto, sopraffatto da una forza alla quale non sapevo resistere e che mi tirava da un lato per poi spingermi di nuovo dall’altro.

Poi, una domenica di settembre, Nicolas ci sorprese. Non disse nulla. Uscì, attese Xavier in strada e, appena lo vide, lo freddò con due colpi di pistola. Dopo il fatto non fuggì. Si sedette sul marciapiedi vicino al cadavere dell’amico, fumando il sigaro in attesa dell’arrivo della polizia.

Non lo vidi mai più, seppi che era stato condannato a una pena durissima.

Cambiai il mio nome di battesimo e presi il cognome di mia madre. Lasciai la Francia e trovai lavoro come traduttrice in Italia. Sposai un imprenditore di Bologna, il quale aveva comprato una bellissima villa a Ravello, di fronte al mare.

Da questa terrazza, oggi, dopo quarantanni, tra il barbaglio del sole sull’acqua e la nebbia del ricordo, le cose non sembrano più tanto vere. Né tanto definitive. I sogni a volte sono così, si mescolano alla memoria. Eppure, davvero, io fui, a Parigi, tanti anni fa, la moglie del boss.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/valerie/

Storie di donne – Sally

Oggi raccontimao la storia di Sally, che dopo tanto dolore nella sua famiglia d’origine, lacerata dai litigi, si ritrova a dover provare la stessa sofferenza nella sua vita matrimoniale.

“L’inizio della fine
Ecco, inizio da qui. Oggi è l’inizio della fine.
Mi sento così, con questa rivelazione, che assomiglia all’epifania di quando ti ho preso tra le braccia la prima volta, quando mi sono sentita così potente da essere stata capace di partorire, di far nascere dal mio ventre nuova vita. È stata un’esplosione, l’accendersi di una lampadina che ha spento improvvisamente il buio che ha coperto per anni quello che non sapevo, quello che non potevo conoscere prima. Sono una madre, sì. Sono la tua mamma. E quella volta, la prima volta che si è spento il buio, è quando sei nato tu. In quel momento ho capito che niente sarebbe stato più lo stesso”.

SALLY

Ma questa volta sono io a nascere, o meglio a ri-nascere. Ci vuole coraggio sai? Ci vuole coraggio, a rimettersi in discussione, a guardare dentro questo vaso dove tutto entra, a volte con violenza, a volte goccia a goccia, ma quasi niente esce.
Eppure sono qua, dopo tutto, dopo tutti questi anni di luce soffusa e penombra, dopo la luce che hai portato tu, dopo il dolore che spezza tutto, l’abbandono, i sacrifici, la rabbia, la delusione, la confusione….Si’, la confusione….
C’è una gran confusione, qui dentro, i ricordi si mescolano, i dolori sbiadiscono col tempo ma non scompaiono, rimangono come cunei e l’unica prova è l’acqua, le gocce che stillano, come un rubinetto rotto, perché il vaso è pieno e per non esplodere lascia sfiatare questa pentola a pressione.
Chi sono, chi sono stata finora? Sono stata figlia, sorella, spettatrice, attrice.

Sono stata fidanzata, moglie e Madre. Ecco ora sono tua Madre, ma forse sono sempre stata un po’ madre, perché nella mia famiglia ero la sorella maggiore. Con più responsabilità, con l’impegno la mattina di accompagnare mia sorella più piccola alla materna, prima di andare a scuola, e dopo l’impegno di andare a riprendere mia sorella mezzana. Quando ero alle medie, uscivo alle 4 e aspettavo mia sorella per tornare a casa insieme.
Sono piccole cose, lo so, ma già a 12 anni avevo la Responsabilità. Ecco un altro leit motiv: la Responsabilità. Credo di non essere mai stata solo figlia. Beh, in effetti, al mio primo compleanno c’era già mio fratello, quel fratello tanto odiato, ma forse l’unica persona che mi ha mai permesso di comportarmi da bambina. Con lui sono stata piccola, gli rubavo il ciuccio, lo facevo piangere, sono (stata?) invidiosa delle attenzioni che i miei genitori gli riservavano, ma tutto sommato, anche se non lo ricordo più, con lui sono stata bambina.
Poi, quando 5 anni dopo mio fratello, è arrivata mia sorella, ecco, lì è finita la mia infanzia. È finita subito dopo la gioia, l’emozione che solo una nascita può dare, dopo la soddisfazione di aver vinto la scommessa contro mio fratello e quella di avere un nuovo bambolotto per casa.

Già, perché se lì finiva la mia gelosia, con la vittoria per una nuova sorellina, lì iniziava la battaglia tra di loro, la gelosia di mio fratello verso mia sorella. Infine, dopo altri 5 anni eccoci al completo: 4 figli e due genitori. Una mamma, un papà, la sorella maggiore, un fratello e due sorelle. Tanti per una sola famiglia, ma soli in un paese senza radici per i miei genitori, emigrati dal sud.
Che famiglia eravamo? Una famiglia speciale, una famiglia normale, forse entrambe le cose, chi lo sa? Alla fine ogni famiglia è unica e tutto dipende da chi ne fa parte. I miei genitori non sono mai andati d’accordo. Per tanto tempo mi sono chiesta che ci facessero ancora insieme a urlarsi e rinfacciarsi cose successe prima che nascessi io, prima che si sposassero, come facessero a tenere a mente tutti quei dettagli anni, a volte decenni, dopo che erano successi? Io non ce la faccio, io dimentico, che fatica tenere a mente gli episodi dolorosi, meglio lasciar scivolare, lasciar levigare la sabbia sul bagnasciuga, preparare un foglio bianco per il prossimo capitolo.
Ecco, è così, non li ho mai capiti i miei genitori. Perché continuare a farsi del male? Eppure dopo le peggiori litigate, dopo gli schiaffi, i silenzi assordanti, i mesi a dormire sul divano, a non parlare, neppure coi propri figli, a rinfacciarsi di tutto davanti a noi… eppure, dopo l’avvocato, le minacce, le suppliche, alla fine lui in ginocchio implorava lei di perdonarlo. E così facevano pace, la serenità durava il tempo di qualche scampagnata e si ricominciava, ed ogni volta rivivevamo le stesse cose, anche se ogni volta era come fare un passo in più, un passo in più verso la follia.
Ed io cosa facevo? Io ero la sorella maggiore e mi sentivo Responsabile perché dovevo proteggere i miei fratelli. Così, quando mamma e papà litigavano, ci chiudevamo in camera o in bagno e ci raccontavamo favole, a volte cercavamo di origliare le litigate per capire di chi era la colpa quella volta. Facevamo il gioco dei presupposti, per distogliere le attenzioni dalle grida, lo avevo inventato in un momento di tensione per spiegare a mia sorella che c’è una ragione se le persone si comportano in un certo modo, basta capire qual è il loro presupposto, la loro convinzione, cosa gli passa per la testa prima di dire o fare qualcosa. L’avevo dimenticato, me lo ha ricordato proprio mia sorella poco tempo fa.
Quando capitava che ci fossi solo io in casa, invece, cercavo di mediare, facevo domande e davo risposte, spiegavo all’uno le motivazioni dell’altro e viceversa. Mi sentivo responsabile anche verso di loro, come se la famiglia l’avessi creata io con la mia nascita e non loro col loro matrimonio. È incredibile come una bambina insicura e timida riesca a sentirsi così onnipotente ed egocentrica. Eppure mi sentivo la causa di tutto quello che succedeva in famiglia, tutto il bello e tutto il brutto erano in qualche modo colpa mia.
Crescendo i problemi sono aumentati, non poteva che essere così, questo ora lo so, ma quando ero lì in mezzo tra urla e strilli di mamma e papà che si sommavano a urla, strilli e botte tra mio fratello e mia sorella, non mi capacitavo di come le cose andassero sempre solo peggio. Ed eccolo il momento peggiore. Ero alle superiori, un periodo delicato di per sé, il periodo delle trasgressioni e dell’autodeterminazione di sé, ed io vivevo come sempre la mia vita da sorella maggiore, uscivo portandomi dietro una sorella, a volte due, sempre borbottando perché ero l’unica ad avere delle incombenze, l’unica ad avere dei doveri, l’unica ad avere degli orari. Già, perché mio fratello, invece, poteva uscire senza avere nessun compito, neppure comprare il pane, poteva andarsene e tornare quando gli pareva e ovviamente non doveva portarsi dietro le sorelle.
Eppure, nonostante tutti i suoi privilegi, mio fratello ha sempre vissuto male la nascita della terzogenita che gli aveva tolto il ruolo di principino di casa e crescendo questa gelosia era aumentata a dismisura, con urla e litigi continui tra i due fratelli, invariata e forse anche aumentata dopo la nascita dell’ultimogenita. Più il tempo passava più la situazione degenerava. I miei genitori lavoravano entrambi ed erano fuori casa tutti i giorni tutto il giorno. Ora che sono dall’altra parte comincio a capire la fatica e le difficoltà che hanno avuto, ma ciò non toglie che non siano riusciti ad intervenire con autorevolezza prima che i litigi normali tra fratelli sfociassero in lotte violente e pesanti per i motivi più disparati e assurdi. Per esempio, l’affronto irrecuperabile che faceva scattare mio fratello era che mia sorella accendesse la luce per attraversare la stanza in cui lui faceva il suo riposino pomeridiano dopo la scuola (peccato che fosse il salotto). Insomma, il pomeriggio dopo la scuola la casa diventava un campo di battaglia e la sera mamma e papà potevano solo raccogliere alcune lamentele che non servivano a fargli prendere in mano la situazione, almeno non in modo efficace. Le litigate peggioravano di mese in mese, a volte era anche capitato che mia sorella si allontanasse di casa per sfuggire a mio fratello. Ed io? Cercavo di mediare, ma di fronte a due muri di gomma alla fine mi schieravo sempre con quella che mi sembrava la parte debole che era anche dalla parte opposta del mio odiato fratello, almeno da quando avevo un anno.
L’adolescenza è un periodo difficile per tutti, ma per due genitori troppo concentrati sui propri litigi forse l’adolescenza di due figli insieme poteva essere troppo, e così semplicemente io ho scelto di non dare problemi, non più di quelli che potevo dare nelle litigate tra me e mia sorella contro l’odiato fratello.
Non ho mai sgarrato, mai bigiato la scuola, mai fumato sigarette o altro (che a scuola giravano), niente, per scelta. Perché vedevo talmente tanta follia intorno a me (menar mani per una luce accesa o un telecomando) che la ribellione più grande pensavo fosse la normalità.
Ma la mia normalità non ci ha tenuti al riparo dai problemi. Ovviamente il sottofondo erano i litigi tra i miei genitori, a cui si sommavano i problemi scolastici, relazionali e di cattive compagnie di mio fratello, e i problemi tra i due fratelli mezzani. Tutto ovviamente si ripercuoteva sull’intera famiglia. Mio padre, arrivato allo stremo più di una volta ha tentato di scappare, mia sorella più piccola alle elementari aveva attacchi di panico ed io, continuavo a sentirmi Responsabile.
Talmente Responsabile che dopo una furiosa lite e botte connesse tra mio fratello di 21 anni, alto 1,80 m per circa 90 chili, verso mia sorella di 16 anni che ne pesava almeno 20 di meno e in cui lei aveva minacciato di chiamare i carabinieri…. Beh, io ce l’ho accompagnata dai carabinieri, per chiedere il loro aiuto nei confronti di un fratello ingestibile e convinto di poter fare quello che gli pareva, forte della sua stazza.
Talmente Responsabile che quando mio padre per due notti non è rientrato a casa, io le ho passate a gironzolare per il paese da sola alla ricerca della sua macchina parcheggiata davanti al cimitero, dove si rifugiava per fuggire al delirio.
Talmente Responsabile che lo chiamavo di nascosto senza dirlo a mia madre per sapere se era ancora vivo, e quando una volta è tornato ubriaco fradicio sono scesa io a pulire il vomito davanti all’ingresso di casa
Talmente Responsabile che il giorno dopo il mio esame di maturità l’ho cercato per tutta la notte finchè non l’ho trovato chiuso in box dentro la macchina accesa con un tubo che portava dentro l’abitacolo il gas di scarico da cui l’ho dovuto trascinare fuori urlando e piangendo
Sempre Responsabile. Sempre tutta colpa mia.
Ma questo è un peso troppo grosso da portare. Adesso lo capisco.
Allora no, non lo potevo e non lo volevo capire e per proteggermi potevo solo allontanarmi, stare il più possibile fuori casa, presa in tutti gli impegni possibili pur di non stare in famiglia. Volevo evadere, trovare un’altra dimensione fuori da li’.
Il mio sogno era avere un’altra casa in cui rientrare la sera.

Fino a quando non ho incontrato lui. Il il tuo papà, proprio lui, ed è stato un amore grande, totalizzante, che mi ha fatto rimettere tutto in discussione. Con lui vicino, tutto ad un tratto, e per la prima volta, mi sono sentita spalleggiata, protetta, ascoltata.
Ora so che è stato un abbaglio, ma io ho vissuto per 8 anni come se fosse per sempre, pensando di aver trovato l’amore, la luce, l’altra metà che avrebbe potuto completare la mia. Da quando ci siamo conosciuti abbiamo iniziato a progettare, prima una casa insieme, poi il matrimonio (anzi 2!) e per finire abbiamo voluto TE, LA LUCE, senza ombre.
Per 8 anni sono stata felice, consapevole della mia felicità, incurante di quello che dicevano gli altri, perché io stavo bene, non chiedevo altro e mi sentivo grata per il fatto di rendermi conto di quanto fossi felice. Anche rientrare in casa dei miei genitori era diventato piacevole, perché sapevo che a fine serata potevo chiudermi la porta alle spalle e tornare a casa nostra, nel nido che faticosamente avevamo costruito solo con i nostri sacrifici.
Ma è finita.
E questa fine è stata distruttiva per me, devastante, mi ha fatto crollare psicologicamente. All’improvviso e senza un perché il mio principe azzurro decide che non ne può più (ma di cosa? Di chi?).
Per mesi ho cercato una spiegazione, una risposta, ma forse una risposta non c’è, le cose finiscono anche senza una ragione, proprio come il mio sogno, quello che consapevolmente sapevo di aver costruito e rimiravo ogni giorno, svanito senza che lo avessi mai perso di vista.
Nel giro di una notte mi sono ritrovata sola, in una casa che improvvisamente sentivo come estranea, senza un marito, da sola, con un bimbo di due anni che avevo la Responsabilità di proteggere ed educare, con la sola certezza che non volevo per nessun motivo che passasse quello che avevo passato io. Mio marito non vuole più stare con me?

Io ho provato in tutti i modi a fargli capire che non doveva prendere una decisione affrettata, che poteva pensarci con calma anche fuori di casa, mantenendo dei rapporti civili per il bene di nostro figlio. L’unica cosa che sapevo che non avrei mai potuto affrontare era un avvocato.

“Fai quello che vuoi, prenditi tutto il tempo che vuoi, se metti in mezzo un avvocato però mi dispiace ma per me è finita”. Non potevo neanche pensare di ripercorrere la strada dei miei genitori.

Purtroppo, però, un giorno è arrivata proprio la lettera di un avvocato.

Un’altra mazzata, ma da lì mi sono detta: Ok, il limite è stato superato, allora bisogna guardare avanti, a testa alta e andare oltre, ormai indietro non si torna.

È stata dura, è ancora dura, sentirsi sola, abbandonata da tutti e avere la Responsabilità di crescere un figlio, avere sempre paura di sbagliare, affrontare da sola tutto, dalla mattina alla sera, le notti con la febbre, i dubbi e la stanchezza.

E’ dura, ma lo sto facendo con tutto l’impegno possibile mettendocela davvero tutta.

E so che ce la farò!!

Da oggi rinasco perché voglio guardarci dentro alla mia vita, partendo dalla mia infanzia e svuotare il vaso, far asciugare finalmente al sole tutti i miei stracci e non voglio più che le lacrime scendano per evitare di scoppiare. Tolgo il cuneo, faccio uscire le emozioni e finalmente faccio spazio per accogliere quello che sarà.

Se volete vedere il video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/1346830472149278

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/sally/

Women’s stories – Sally

Today I tell the story of Sally, who after so much pain in her family of origin, torn by quarrels, finds herself having to experience the same suffering in her married life.

“The beginning of the end, I start from here. Today is the beginning of the end. I feel this way, with this revelation, which resembles the joy of when I took you in my arms for the first time, when I felt so powerful that I was able to give birth, to give birth to new life from my womb.

It was an explosion, the lighting of a light bulb that suddenly turned off the darkness that covered for years what I did not know, what I could not know before.

I am a mother, yes. I am your mom. And that time, the first time the darkness went out, is when you were born. At that moment I realized that nothing would ever be the same “.

SALLY

But this time it is me who is born, or rather, who is reborn. It takes courage, you know? It takes courage, to question ourselves, to look inside this vase where everything enters, sometimes with violence, sometimes drop by drop, but almost nothing comes out. Yet I am here, after all, after all these years of soft light and dim light, after the light that you brought, after the pain that breaks everything, the abandonment, the sacrifices, the anger, the disappointment, the confusion…. ‘, the confusion…. There is a great confusion here, the memories mix, the pains fade with time but do not disappear, they remain like wedges and the only proof is the water, the dripping drops, like a broken tap, because the vase is full and in order not to explode let this pressure cooker vent. Who am I, who have I been so far? I have been a daughter, sister, spectator, actress.

I have been engaged, wife and mother. Now I am your mother, but perhaps I have always been a bit of a mother, because in my family I was the elder sister. With more responsibility, with the commitment in the morning to accompany my younger sister to the nursery, before going to school, and after the commitment to go and pick up my middle sister. When I was in junior high, I went out at 4 and waited for my sister to come home together. They are small things, I know, but at the age of 12 I already had the Responsibility. Here is another leitmotif: Responsibility. I guess I was never just a daughter. Well, in fact, on my first birthday there was already my brother, that much hated brother, but perhaps the only person who has ever allowed me to behave as a child. I was little with him, I stole his pacifier, I made him cry, I (was?) Envious of the attention my parents gave him, but all in all, even if I don’t remember it anymore, I was a child with him. Then, when 5 years after my brother, my sister arrived, that’s where my childhood ended. It ended immediately after the joy, the emotion that only a birth can give, after the satisfaction of having won the bet against my brother and that of having a new baby doll for the house.

Yes, because if my jealousy ended there, with the victory for a new little sister, there the battle between them began, my brother’s jealousy towards my sister. Finally, after another 5 years we are complete: 4 children and two parents. A mom, dad, older sister, brother and two sisters. Many for a single family, but alone in a country without roots for my parents who emigrated from the south. What family were we? A special family, a normal family, maybe both, who knows? In the end, every family is unique and it all depends on who is part of it. My parents never got along. For a long time I wondered if they were still screaming and screaming at each other about things that happened before I was born, before they got married, how did they keep in mind all those details years, sometimes decades, after they happened? I can’t do it, I forget, how hard it is to keep painful episodes in mind, better to let it slip, let the sand smooth on the shore, prepare a blank sheet for the next chapter. Well, that’s it, I never understood my parents. Why keep harming yourself? Yet after the worst fights, after the slaps, the deafening silences, the months of sleeping on the sofa, not talking, not even with their children, to blame everything in front of us … and yet, after the lawyer, the threats, the pleas , in the end he on his knees begged her to forgive him. And so they made peace, the serenity lasted the time of some picnic and we started again, and each time we relived the same things, even if each time it was like taking one more step, one more step towards madness. And what was I doing? I was the elder sister and I felt Responsible because I had to protect my brothers. So, when mom and dad argued, we locked ourselves in the room or bathroom and told each other stories, sometimes we tried to overhear the arguments to figure out who was to blame that time. We played the game of the assumptions, to divert attention from the screams, I had invented it in a moment of tension to explain to my sister that there is a reason why people behave in a certain way, just understand what their assumption is, their belief, what goes through their minds before they say or do something. I had forgotten it, my sister just reminded me a short time ago.

When it happened that there was only me in the house, however, I tried to mediate, I asked questions and gave answers, I explained to one the motivations of the other and vice versa. I also felt responsible towards them, as if I had created the family with my birth and not them with their marriage. It’s amazing how an insecure and shy little girl can feel so omnipotent and self-centered. Yet I felt the cause of everything that happened in the family, all the good and all the bad was somehow my fault. Growing up the problems have increased, it could only be like this, I know this now, but when I was there in the middle between the screams and screams of mom and dad that added to screams, screams and blows between my brother and my sister, I could not understand how things always got only worse. And here is the worst moment. I was in high school, a delicate period in itself, the period of transgressions and self-determination, and I lived my life as an older sister as always, I went out carrying one sister, sometimes two, always mumbling because I was the the only one to have duties, the only one to have duties, the only one to have schedules. Yes, because my brother, on the other hand, could go out without having any task, not even buying bread, he could go and come back whenever he wanted and obviously he didn’t have to take his sisters with him.

Yet, despite all his privileges, my brother has always lived badly the birth of the third child who had taken away the role of prince of the house and growing this jealousy had increased dramatically, with screams and continuous quarrels between the two brothers, unchanged and perhaps also increased after the birth of the last child. The more time passed the more the situation degenerated. My parents both worked and were away from home everyday all day. Now that I am on the other side I begin to understand the fatigue and difficulties they have had, but the fact remains that they were not able to intervene with authority before the normal quarrels between brothers resulted in violent and heavy fights for the most disparate reasons and absurd. For example, the irrecoverable insult that triggered my brother was that my sister turned on the light to cross the room where he took his afternoon nap after school (too bad it was the living room). In short, in the afternoon after school the house became a battlefield and in the evening mom and dad could only collect some complaints that did not help them take matters into their own hands, at least not effectively. The quarrels got worse from month to month, sometimes it even happened that my sister left home to escape my brother. And me? I tried to mediate, but in front of two rubber walls in the end I always sided with what seemed to me the weak side who was also on the opposite side of my hated brother, at least since I was one year old.

Adolescence is a difficult period for everyone, but for two parents too focused on their quarrels, perhaps the adolescence of two children together could be too much, and so I simply chose not to give problems, no more than I could give in the fight between me and my sister against the hated brother. I have never failed, never failed the school, never smoked cigarettes or anything else (which went around in school), nothing, by choice. Because I saw so much madness around me (hitting hands for a light on or a remote control) that the biggest rebellion I thought was normal. But my normality didn’t keep us safe from problems. Obviously the background was the quarrels between my parents, to which were added the scholastic, relationship and bad company problems of my brother, and the problems between the two middle brothers. Everything obviously affected the whole family. My father, when he was exhausted more than once, tried to escape, my younger sister in elementary school had panic attacks and I continued to feel Responsible. So responsible that after a furious dispute and beating connected between my 21-year-old brother, 1.80 m tall for about 90 kilos, towards my 16-year-old sister who weighed at least 20 less and in which she had threatened to call the police …. Well, I accompanied her to the carabinieri, to ask for their help with an unmanageable brother and convinced that he could do what he wanted, thanks to his size. So responsible that when my father did not come home for two nights, I spent them wandering around the village alone in search of his car parked in front of the cemetery, where he took refuge to escape the delirium. So responsible that I called him secretly without telling my mother to find out if he was still alive, and when he came back dead drunk I went downstairs to clean up the vomit in front of the house entrance So responsible that the day after my high school exam I looked for him all night until I found him locked in the box inside the car turned on with a pipe that carried the exhaust gas from which it came into the cockpit. had to drag out screaming and crying Always Responsible. Always all my fault. But this is too big a burden to carry. Now I understand it. So no, I couldn’t and I didn’t want to understand it and to protect myself I could only get away, stay away from home as much as possible, taking on all possible commitments to avoid being with the family. I wanted to escape, find another dimension out of there. My dream was to have another home to return to in the evening.

Until I met him. Your dad, just him, and it was a great, engaging love that made me question everything. With him close, all of a sudden, and for the first time, I felt supported, protected, listened to. Now I know it was a mistake, but I lived for 8 years as if it were forever, thinking I had found love, light, the other half that could have completed mine. Since we met we started planning, first a house together, then the wedding (or rather 2!) And finally we wanted YOU, THE LIGHT, without shadows. For 8 years I was happy, aware of my happiness, regardless of what others said, because I was fine, I asked for nothing more and I felt grateful for the fact that I realized how happy I was. Even returning to my parents’ house had become pleasant, because I knew that at the end of the evening I could close the door behind me and return to our home, to the nest that we had laboriously built only with our sacrifices.

But it’s over. And this ending was destructive for me, devastating, it made me psychologically collapse. Suddenly and without a reason, my prince charming decides that he can’t take it anymore (but of what? Of whom?). For months I have been looking for an explanation, an answer, but perhaps there is no answer, things end up even without a reason, just like my dream, the one I consciously knew I had built and gazed at every day, vanished without my having it never lost sight of. In the space of one night I found myself alone, in a house that I suddenly felt like a stranger, without a husband, alone, with a two-year-old child whom I had the responsibility to protect and educate, with the only certainty that I did not want for anyone. reason that what I went through was going through. Does my husband no longer want to be with me?

I tried in every way to make him understand that he should not take a sudden decision, that he could think about it calmly even outside the home, maintaining normal relations for the good of our son. The only thing I knew I could never face was a lawyer. “Do what you want, take all the time you want, but if you put a lawyer in the middle, I’m sorry but it’s over for me.” I couldn’t even think of retracing my parentspath.

Unfortunately, however, one day the letter from the lawyer arrived. Another blow, but from there I said to myself: Ok, the limit has been exceeded, so you have to look forward, head high and you must go further, now there’s no turning back.

It was hard, it is still hard, feeling alone, abandoned by everyone and having the responsibility of raising a child, always being afraid of making mistakes, facing everything alone, from morning to evening, nights with fever, doubts and tiredness . It is hard, but I am putting all the possible commitment, putting my best effort into it. And I know I’ll make it !!

From today I am reborn because I want to look inside my life, starting from my childhood and empty the jar, finally let all my rags dry in the sun and I no longer want the tears to fall to avoid bursting.

I remove the wedge, let out the emotions and finally make room to welcome what will be.

Se volete vedere il video: https://www.facebook.com/RadioBinario7/videos/1346830472149278

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/sally/

Storie di donne – Clementine

Oggi la storia è quella di Clementine, una donna che si rende conto che nella sua vita dorata le manca qualcosa. Per un periodo si sente confusa, persa: ha un marito che la adora, un figlio tanto desiderato e un lavoro appagante. Cosa può mancarle?

Buona lettura 🙂

CLEMENTINE

Ogni mattino uscendo di casa prima di lui, scivolavo via dal suo corpo caldo forzatamente, lasciandolo dormire. Mi trovavo confusa e assonnata in cucina davanti alla mia tazza di latte caldo e scrivevo un biglietto di buongiorno e d’amore. Per lui. Che ricambiava facendomi trovare un bigliettino la sera. Buongiorno principessa. Buonanotte splendore.

Tutti i giorni. Anni di fidanzamento e di matrimonio, l’arrivo di un figlio, non avevano minimamente scalfito la dolce routine, le effusioni, l’atmosfera di amore e di pace che ci aleggiava intorno. Non sembrate una coppia sposata, ci dicevano in tanti, ma due fidanzatini innamorati come il primo giorno.

Queste dolcezze hanno allietato il mio matrimonio, all’apparenza perfetto e invidiato. Eppure sentivo dentro di me che mancava un pezzo di cuore. Si, da qualche parte qualcosa vacillava inesorabilmente. A volte mi ritrovavo in ufficio persa in pensieri lontani, in mondi immaginifici perdendo ogni contatto con la vita reale.

Qualcosa non quadrava. Il cerchio non si chiudeva perfettamente sulla mia vita di moglie e madre. Avevo la terribile sensazione di fingere, vivendo una vita che non mi apparteneva. Annaspavo nel tentativo di guardare nel vuoto immenso che si era aperto come una voragine dentro le mie viscere. Cosa mi mancava? Un marito innamorato e premuroso, un figlio desiderato e amato, un lavoro soddisfacente e redditizio.

Tutti i requisiti che questa società annovera fra quelli indispensabili per una vita felice e realizzata, io li avevo. Eppure non bastavano a farmi sentire piena.
Cominciarono le notti insonni senza un perché. Cominciò la paura di compromettere con i miei sempre più frequenti malumori ciò che avevo costruito e voluto più di ogni altra cosa al mondo. Quella casa, progettata, arredata, desiderata, stava diventando una prigione in cui la mia anima anelava a sentirsi libera e in pace.

Così mi hai trovata quando sei arrivata tu.

Ti ho vista ad un aperitivo. Eri in disparte con il tuo drink in mano. Ti guardavi intorno annoiata. L’istinto ha fatto prima di me, prima dell’elaborazione di un qualsiasi pensiero razionale, io ero lì accanto a te, a parlare di tutto e di niente, felice di essere inondata dal tuo sorriso immenso. Avevo perso la cognizione dello spazio e del tempo quando mio marito è venuto a dirmi che era ora di andare e mi ha chiesto di presentargli quella nuova amica. Ginevra, piacere.

Quella notte non ho fatto altro che pensare a te. Volevo rivederti. Avevo solo bisogno di rivederti. Al mattino ho bevuto il mio caffè in fretta e sono sgusciata via di casa con un solo obiettivo. Ritrovarti. Nella nostra conversazione mi avevi detto di lavorare in un’agenzia immobiliare dall’altra parte della città. Ho chiamato in ufficio dicendo che non sarei andata al lavoro quel giorno e sono venuta da te. Che follia!

Una donna mi aveva sconvolto le viscere gettandomi in preda ad una febbre delirante. La pancia era in subbuglio, ogni fibra del mio corpo tremolava, quando, ferma davanti alla vetrina dell’agenzia, cercavo il coraggio per entrare e chiederti se avevi voglia di pranzare con me. Ma i passi andavano da soli verso la tua scrivania, senza che io potessi ostacolare in qualche modo il loro procedere deciso e fermo. Passavo di qua, mangiamo insieme?
Si, volentieri… Allora il mio cuore non sbagliava quando si era illuso che anche per te quell’incontro era stato qualcosa di forte e travolgente. Impazzivo di gioia.

Come raccontare la felicità di quello e dei pranzi successivi. Oh quanti! Delle cene a casa sua, delle chiacchierate sul divano, delle passeggiate occhi negli occhi. Ginevra ed io.

Fare l’amore con lei era qualcosa di inebriante, mi sentivo persa, annullata e ricomposta ogni volta in ogni amplesso. Morivo e rinascevo nuova fra le sue braccia come un’immensa variopinta fenice.
Ero ossessionata dalle sue labbra.

Quando ero lontana da lei il pensiero di quelle labbra mi infiacchiva, non riuscivo a lavorare, a concentrarmi, a pensare. Desideravo solo perdermi in quella morbidezza languida.
Improvvisamente non sentivo più quel vuoto che mi inaridiva. Ginevra aveva colmato ogni interstizio della mia anima. Non desideravo altro che stare con lei, fare l’amore con lei. O starle semplicemente accanto.
Ero felice. A volte mi scoprivo a pensarla mentre una lacrima mi bagnava le gote.
Io amavo una donna, nel modo più completo e appassionato, come non mi era mai successo con un uomo, mai. Carezze di mani femminili avevano indicato al mio corpo arrendevole sentieri di un piacere inimmaginabile, indescrivibile.

Cominciò così la mia vita a metà. Di giorno ancora moglie e madre, la sera spesso amante clandestina. Ottemperavo ai miei compiti di donna sposata: la spesa, la preparazione di pranzi e cene, il bambino da scuola, la piscina.

Ma dentro mi ribolliva un fuoco che mi faceva sentire viva e felice, facendo vibrare ogni molecola del mio corpo. Quante bugie e quante scuse per coprire quel fuoco. Mi sottraevo sempre più spesso alle mani di mio marito che mi cercavano di notte, nel buio. Mi sentivo sporcata da quel tocco per me ormai rude.

Volevo sentire su di me solo le mani piccole e leggere di Ginevra. La dolcezza e il modo con cui lei sapeva toccare il mio corpo trepidante, accendevano le corde della mia eccitazione, ben lontani dalla frettolosità e dalla forza con cui mio marito cercava di avvicinarsi a me.

Dovevo andare via. Non potevo sopportare oltre l’oltraggio. Ero stanca delle troppe bugie, della falsità di cui stavo circondando la mia vita. E poi volevo stare con lei, svegliarmi e addormentarmi fra le sue braccia. Ogni giorno.
Così, in una serata di giugno, le finestre aperte sul caldo incipiente, mi sono seduta accanto a lui e gli ho detto di non amarlo più, di provare sentimenti grandi e nuovi per una persona. Ho omesso che si trattava di una donna. Non volevo sconvolgerlo più di quanto lo fosse già. Ma non passò molto tempo che la verità ruppe i suoi argini, impetuosa e inarrestabile.

Seguirono giorni di lotta feroce, di ferite profonde. Mio marito non accettava quella verità troppo dura per il suo orgoglio di maschio ferito: sua moglie andava via di casa per un’altra donna.
E poi mio figlio. In mezzo a liti e deliri quotidiani. Conteso fra le ragioni di un padre che accampava pericolose conseguenze della mia infausta scelta sulla sua psiche.

Avvocati, psicologi, giudici, amici non più amici, avvelenavano le mie pesanti giornate.
Poi però la sera mi ritrovavo davanti ad un bicchiere di vino e ad i suoi occhi belli, al suo sorriso inebriante di fronte ai quali tutto sembrava ritrovare il suo senso. Le notti passate con lei, persa nel profumo amaro della sua pelle di seta, mi davano la forza di affrontare i miei giorni difficili.

Ancora oggi perdura la mia battaglia. Una lotta senza quartiere per rivendicare la legittimità del nostro amore. Per cercare di non farmi sopraffare dai sensi di colpa per aver perso la quotidianità con mio figlio. Niente più bacetti al mattino e coccoline di sera, ma solo incontri asettici per qualche ora in luoghi anonimi che mi tolgono il fiato e le parole per dirgli quanto lo amo e quanto mi manca. Brevi telefonate. Com’è andata a scuola? Mentre un ” come al solito mamma” chiude la porta alla nostra conversazione sul nulla. Un macigno pesante.

A volte mi sveglio nel cuore della notte in preda ad un’angoscia indescrivibile. Pensieri che creano ingorghi interiori, cervellotici risvegli notturni e sogni deliranti. Ma soprattutto un’idea che mi gela le vene: che lei non ci sia più accanto a me e che il mio letto diventi d’improvviso freddo e vuoto.

Allora mi prende la voglia di stringerla a me, fortissimamente, per saldare il suo corpo al mio, mescolando la carne alla carne. Lei si sveglia mi sorride e mi riempie la faccia di baci.
Le mie domande rimangono inespresse, nella gola secca. E se dovesse finire fra noi? Se un giorno fossi esiliata dal suo giardino in fiore, se la perdessi per sempre?

Penso e ripenso: è davvero così importante capire cosa siamo, in amore? Perché l’amore ci cambia, ci devasta, ci fa evolvere, perdiamo noi stessi, i nostri confini di uomo e donna, il nostro sesso, e diventiamo altro.
Non trovo le risposte che cerco.

So solo che oggi non sono più la donna che ero, che scriveva biglietti di buongiorno al marito nella sua vita “quasi perfetta”. Ho puntato tutte le mie fiches su questo numero, per me vincente nella roulette della vita.

preso dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/clementine/

Storie di donne – Raissa

Oggi la storia è quella di Raissa, che si trova nell’età più critica, l’adolescenza, a dover lasciare insieme ai suoi fratelli il suo paese d’origine per poter ricongiungersi alla madre e nella speranza di avere un futuro migliore.

Buona lettura 🙂

RAISSA

Mi chiamo Raissa, sono nata a Cuba e ho 4 fratelli, di cui uno gemello. La mia storia “italiana” è iniziata nel gennaio 2007 quando, dalla mia piccola casa a Cuba, sono partita per quella che sarebbe diventata la mia seconda patria: la bellissima Italia.

I miei genitori erano ormai da anni separati e il destino ci aveva condotti lì. Quel giorno c’era il sole, casa mia era piena di amici e parenti.
L’addio più difficile, anche se non l’ho fatto capire a nessuno, è stato quello al mio papà che ha dovuto vedere andare via, per un futuro migliore, i suoi 4 figli.

Un viaggio lunghissimo mi separava dalla mia casa, per la prima volta prendevo un aereo e ci sono volute tantissime ore e ben 3 scali. Non solo, per via di un lungo ritardo purtroppo tutti i nostri bagagli sono stati smarriti. Per fortuna mia madre aveva già qualche vestito nella casa dove saremmo andati ad abitare con il suo nuovo compagno, che poco tempo dopo sarebbe diventato suo marito.

La prima sera me la ricordo come se fosse ieri, lui ancora timido ci ha preparato il latte caldo e aveva comprato delle merendine, era sera tardi e fuori regnava il silenzio. Lui si rivelerà ben presto una persona molto importante per noi: un secondo papà.

Si ricominciava una nuova vita, lontana dal paese in cui avevo sempre vissuto. Per prima cosa dovevo concludere l’ultimo anno delle medie per ottenere il diploma e quindi poter iscrivermi alle superiori.

Ho studiato tanto e con fatica imparavo la lingua, ma ero timida e mi vergognavo molto quando parlavo. Non ero felice, la nostalgia si faceva sentire tantissimo, mi mancavano gli amici, uscire, ridere. Il modo che ho trovato per reagire alla difficile situazione in cui mi trovavo era mangiare e mangiare. Avevo trovato nel cibo uno sfogo per placare la mia inquietudine.

Così, il mio primo anno in Italia sono ingrassata, ho pianto tanto in quanto tutto sembrava sbagliato, ingiusto e triste. Il mio unico pensiero era tornare a casa mia, a Cuba. Per fortuna ogni anno avevamo la possibilità di tornare a casa per le vacanze e goderci due mesi tra amici e famiglia. Ricordo che in occasione della prima partenza per Cuba compravo regali per ogni singolo “amico”. Una volta arrivata a destinazione, casa mia diventava una festa, amici da mattina a sera, il campanello non smetteva mai di suonare. Per due mesi ho trascorso la maggior parte del tempo con i miei amici in quella che sembrava una festa continua: finalmente ero felice!

Tornata dalle vacanze più belle del mondo ho iniziato il mio primo grande percorso in italia: le superiori. Mi sono iscritta a ragioneria e al primo anno ho conosciuto i miei nuovi compagni. In questa fase di ambientazione e’ stato molto importante l’aiuto dato a me e a mio fratello da parte di alcuni professori che insistevano, ci incoraggiavano e ci proteggevano in qualche modo dal male o dalla cattiveria delle altre persone. La mia più grande paura, infatti, era che qualcuno potesse prendermi in giro per il mio accento, per i miei errori, per il mio modo di essere o di vestirmi. Insomma, la nuova realtà in cui mi ero catapultata mi faceva paura. Con mio stupore però, devo constatare di non aver mai sofferto di razzismo o pregiudizi da parte dei compagni. Anzi, con il passare del tempo, le relazioni si facevano più serene e questo mi aiutava nel mio processo di inserimento nella nuova realtà.

Un altro modo che mi aiutava a sentirmi felice ed appagata era poter continuare il mio percorso nella danza. Ballavo dall’età di 5 anni. La danza faceva si’ che i problemi sparissero per lasciare il posto solo ai pensieri positivi. Intanto, i momenti critici si mescolavano a quelli lieti e gioiosi. Durante i momenti di debolezza piangevo e volevo tornare nel mio paese. Tutto mi sembrava senza senso, non avevo amici affidabili, non uscivo molto. Era una situazione molto difficile per una persona che non è nata in Italia. Tutta la tradizione delle immense compagnie, come recita la canzone di Max Pezzali, era diversa per me. I miei amici di infanzia non erano qui. Avevo solo una parte della famiglia con me, dovevo ricominciare tutto da capo.

Per quanto riguarda invece Cuba, come al solito, ogni anno ci tornavamo nei mesi di luglio e agosto. Ma una cosa era cambiata rispetto ai primi anni: non avevo più così tanti amici, molti con la distanza non si facevano più sentire, altri facevamo finta di niente. Non c’era più quel tripudio di persone che invadeva la nostra casa ma la cosa incredibilmente non mi dispiaceva, anzi con il tempo, la situazione si era ribaltata: gli amici, quelli veri, erano rimasti in pochi, mentre la famiglia c’era sempre stata e si intensificava sempre di più. In particolare con mio padre e questo è stato molto bello. Il nostro legame si rafforzava ogni giorno di più. Mio padre era mio padre, l’amore che non avevo mai provato riuscivo a sentirlo pienamente nel mio cuore. E lui era felice che i suoi figli avessero potuto intraprendere una strada migliore, con più vantaggiose condizioni di vita! Ogni giorno mi ripete che è fiero di noi.

Nel 2011 tutto cambia: divento zia di Riccardo. Quando l’ho visto in ospedale ho notato le sue dita lunghe e un visino piccolo, il vestitino che gli stava largo. Da li’ in poi la mia vita avrebbe preso una piega diversa. Ero zia, adesso avevo lui, il primo uomo che non mi avrebbe mai fatto del male e che non mi avrebbe mai abbandonata. Un piccolo angelo che avrei potuto proteggere e con cui giocare. L’ultimo anno delle superiori è stato quello più difficile. Sono nati un po’ di attriti con i compagni. Ammetto, ci sono stati giorni duri in cui mi chiedevo: ma perché tutto questo accanimento nei miei confronti? Non ho mai fatto del male a nessuno. A qualcuno forse non piacevo, a volte dovevo addirittura sentirmi dire cose poco piacevoli. Poi è arrivato il fatidico esame di maturità. Mamma mia che ansia! Sono uscita con un ottimo voto. Avevo concluso un’altra grande tappa della mia vita ed ero davvero fiera, avendo fatto tutto da sola, con i miei sforzi. Ce l’avevo fatta, con la mia buona volontà e il mio coraggio.

Nello stesso anno però è successo qualcosa di imprevedibile: un incidente in macchina in seguito al quale la mia salute fisica non sarebbe stata mai più la stessa. Ho avuto tantissimi problemi alla schiena di cui risento ancora oggi. Sono stata costretta a smettere di danzare, la mia grande passione. Un colpo duro! Nei due anni successivi alla fine della scuola ho trovato un lavoro. Non pensavo di poter trovare due capi così comprensivi. Ho imparato tanto, ho dovuto perdere molte delle mie paure, sono riuscita ad impormi, a tenere duro e a far valere le mie idee, ma anche a rispettare gli altri. Intanto però qualcosa stava cambiando, non mi andava più di fare la solita vita: lavoro, casa, casa, lavoro. Io dovevo cambiare, sapevo che nel mondo c’era molto di più da imparare, c’erano molte più cose per me, non potevo fermarmi. Così ho preso una grande decisione: tornare a studiare. Mi sono iscritta a giurisprudenza.

Oggi sono all’ultimo semestre del 5 anno, e posso ammettere che non é stato per niente facile. Conciliare lavoro, lezioni ed esami richiede molta pazienza, coraggio, costanza e determinazione. Quanti pianti, quanti giorni chiusa a casa, quanti libri, quanti appunti. Ho dedicato corpo e anima allo studio e giorno dopo giorno, semestre dopo semestre, coglievo i frutti dei miei sforzi. Nulla é impossibile se si crede in qualcosa! Manca davvero poco e potrò dire “ce l’ho fatta!!”! L’università mi ha reso una persona migliore e sono felice della mia scelta! Non importa la grandezza del problema, la difficoltà, le paure, bisogna andare avanti e la forza la dobbiamo trovare dentro, noi siamo gli unici a poter cambiare noi stessi, non possiamo aspettare che qualcuno lo faccia per noi.

Recentemente dopo alcuni periodi confusi e dolorosi in amore, ho trovato un ragazzo meraviglioso che sta al mio fianco ormai da 2 anni e che mi rende davvero felice, sono innamorata pazza del suo sorriso! Ed eccomi qui, da ragazzina timida sono diventata forte e coraggiosa.

Ci tengo a dire che in questo lungo viaggio non ancora finito, in Italia, un ruolo fondamentale ha giocato sicuramente mio fratello gemello! Essere gemelli é qualcosa di straordinario, lui mi è sempre stato accanto e non riesco ad immaginarmi senza di lui! Un legame molto molto forte che é semplicemente perfetto! Ho una vita bellissima in Italia, la adoro. E’ un paese meraviglioso. Mi sono adattata perfettamente, ho imparato le regole del posto, la cultura e ho sempre rispettato gli altri.

Questa è la vera regola del successo in un paese straniero, insieme a tanta positività e determinazione. Ricucire le ferite e lo strappo per aver lasciato la terra d’origine e’ un percorso difficile, a tratti dolente.

Ma con lo spirito giusto e accogliendo i diversi punti di vista si può riuscire a costruire una vita piena di felicità e di immensa gioia. Unici a poter cambiare noi stessi, non possiamo aspettare che qualcuno lo faccia per noi.

La vita è così bella, dobbiamo solo sapere dove trovare e realizzare i nostri sogni.

preso dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/raissa/

Women’s stories – Raissa

Today’s story is that of Raissa, who is in the most critical age, adolescence, has to leave her country of origin together with her brothers to be able to reunite with her mother and in the hope of having a better future.

RAISSA

My name is Raissa, I was born in Cuba and I have 4 brothers, one of which is a twin. My “Italian” story began in January 2007 when, from my small home in Cuba, I left for what would become my second homeland: beautiful Italy.

My parents had been separated for years now and fate had led us to a big change to come in our life. That day it was sunny, my house was full of friends and relatives. The most difficult farewell, even if I didn’t make it clear to anyone, was that of my father who had to see his 4 children leave for a better future.

A very long journey separated me from my home, for the first time I took a plane and it took many hours and 3 stopovers. Not only that, due to a long delay, unfortunately, all our luggage went lost. Luckily, my mother already had some clothes in the house where we were going to live with her new partner, who would soon become her husband.

The first evening I remember it as if it were yesterday, he was still shy in our regards and he prepared hot milk for us and bought some snacks, it was late in the evening and silence reigned outside. He will soon prove to be a very important person for us: a second dad.

A new life was starting again, far from the country where I had always lived. First I had to finish the last year of middle school to get the diploma and then be able to enroll in high school.

I studied a lot and learned the language with difficulty, but I was shy and very ashamed when I spoke. I was not happy, the nostalgia was felt so much, I missed friends, going out, laughing. The way I found to react to the difficult situation I was in was to eat and eat. I had found an outlet in food to calm my restlessness.

So, my first year in Italy I got fat, I cried a lot as everything seemed wrong, unfair and sad. My only thought was to return home in Cuba. Fortunately, every year we had the opportunity to go home for the holidays and enjoy two months with friends and family. I remember that on the occasion of the first departure for Cuba I bought gifts for every single “friend”. Once I arrived at my destination, my house became a party, friends from morning to night, the doorbell never stopped ringing. For two months I spent most of the time with my friends in what seemed like a continuous party: I was finally happy!

Back from the most beautiful holidays, I started my first great experience in Italy: high school. I enrolled in an accounting school and in the first year I met my new classmates. In this setting phase, great help was given to my brother and me by some professors who insisted, encouraged and protected us in some way from the evil or wickedness of other people was very important. My greatest fear, in fact, was that someone might make fun of me for my accent, for my mistakes, for my way of being or dressing. In short, the new reality into which I had catapulted myself scared me. To my amazement, however, I must note that I have never suffered from racism or prejudice from my comrades. Indeed, with the passage of time, relationships became more serene and this helped me in my process of insertion into the new reality.

Another way that helped me feel happy and fulfilled was to be able to continue my path in dance. I had been dancing since the age of 5. Dancing made the problems disappear to give way only to positive thoughts. Meanwhile, critical moments mingled with happy and joyful ones. During moments of weakness, I cried and wanted to return to my country. Everything seemed pointless to me, I didn’t have reliable friends, I didn’t go out much. It was a very difficult situation for a person who was not born in Italy. The whole tradition of immense companies, as the song by Max Pezzali says, was different for me. My childhood friends weren’t here. I only had part of the family with me, I had to start all over again.

As for Cuba, as usual, we went back every year in July and August. But one thing had changed compared to the first years: I no longer had so many friends, many with the distance didn’t contact me anymore, or didn’t seem so interested anymore. There was no longer that riot of people invading our house but I incredibly did not mind it, on the contrary with time, the situation had reversed: friends, the real ones, were few, while the family was always there. Relations with some intensified, particularly with my father and this was very nice. Our bond grew stronger every day. My father was my father, the love I had never felt I could feel fully in my heart. And he was happy that his children could have taken a better path, with more advantageous living conditions! Every day he tells me that he is proud of us.

In 2011 everything changes: I become Riccardo‘s aunt. When I saw him in the hospital I noticed his long fingers and a small face, the little dress that fit him wide. From then on my life would take a different turn. I was aunt, now I had him, the first man who would never hurt me and who would never abandon me. A little angel that I could have protected and played with. The last year of high school was the most difficult. Some friction with teammates arose. I admit, there have been hard days when I wondered: why all this fury towards me? I have never hurt anyone. Maybe someone didn’t like me, sometimes I even had to hear me say unpleasant things. Then came the fateful final exams. Oh my, what anxiety! I came out with a very good grade. I had finished another great challenge in my life and I was really proud, having done it all by myself, with my efforts. I had done it, with my good will and my courage.

In the same year, however, something unpredictable happened: a car accident after which my physical health would never be the same again. I had a lot of back problems that I still suffer from today. I was forced to stop dancing, my great passion. A hard blow! In the two years after leaving school, I got a job. I didn’t think I could find two such understanding leaders. I learned a lot, I had to lose many of my fears, I managed to impose myself, to hold on and to assert my ideas, but also to respect others. In the meantime, however, something was changing, I no longer wanted to lead the usual life: work, home, home, work. I had to change, I knew that in the world there was much more to learn, there were many more things for me, I could not stop. So I made a big decision: to go back to studying. I enrolled in law.

Today I am in the last semester of university, and I can admit that it was not easy at all. Combining work, lessons and exams requires a lot of patience, courage, perseverance and determination. How much I cried, how many days I stayed home, how many books, how many notes. I dedicated body and soul to studying and day after day, semester after semester, I was reaping the fruits of my efforts. Nothing is impossible if you believe in something! It is very close and I will be able to say “I did it !!”! The university has made me a better person and I am happy with my choice! No matter the size of the problem, the difficulty, the fears, we have to go forward and we must find the strength inside, we are the only ones who can change ourselves, we cannot wait for someone to do it for us.

Recently after some confusing and painful periods in love, I found a wonderful young man who has been by my side for 2 years now and he makes me really happy, I’m madly in love with his smile! And here I am, from a shy little girl I became strong and courageous.

I would like to say that my twin brother certainly played a fundamental role in this long journey, not yet finished, in Italy! Being twins is something extraordinary, he has always been close to me and I can’t imagine myself without him! A very very strong bond that is just perfect! I have a beautiful life in Italy and I really love it.

It is a wonderful country. I adapted perfectly, I learned the rules of the place, the culture and I have always respected others.

This is the real rule of success in a foreign country, along with lots of positivity and determination. Healing the wounds and the hard times caused by leaving the homeland is a difficult, sometimes painful path.

But with the right spirit and accepting the different points of view, you can succeed in building a life full of happiness and immense joy. Unique in being able to change ourselves, we cannot wait for someone to do it for us.

Life is so beautiful, we just need to know where to find and fulfill our dreams.

translated from: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/raissa/

Women’s stories – Nadia

Today’s story is that of Nadia, who like many women in the world still find themselves having to live with violence within their homes, but who, thanks to her obstinacy and the help of special people with a big heart, managed to regain reins of her life.

“It is difficult when you are a victim of violence to react. Why? I can’t tell you, you come to think that we deserve it, or even worse – who will believe me“?

NADIA

Nadia is a young, determined woman, independent, with a good job and many friends. One day, at a party, she meets Joel, a beautiful young man. His green eyes are deep and intense.

A great love is born almost immediately, he is always caring and the months to come are full of happiness and the relationship seems to start under the best auspices. At some point, Nadia discovers she is pregnant, and the joy is immense.

“We really wanted to get married anyway, so now it will just happen sooner

The more time goes on, more of Joel‘s character gets worse and worse, and anything becomes a good reason to turn into increasingly fierce reproaches. But Nadia thinks it is due to the change in lifestyle, she no longer has a job and the baby is still very young.

For work reasons, he is very often away from home and even from a distance he always finds opportunities for insulting and threatening Nadia, who just thinks of her baby.

The clear sky is clouded by his returns, but finally he leaves again. Meanwhile, the money for rent and basic necessities are starting to run out. Time passes and, on the first day of kindergarten, Nadia decides to look for a job and finds it.

The real ordeal starts now…

Visits and calls on the workplace … until when even the employers intervene trying to discourage him by warning him that they would call the police.

At home Nadia tries, when he is there, to keep calm … always with great effort; the first slaps and outbursts of anger begin, sometimes for no reason.

Letting that first slap through, though, opened the door to violence. But Nadia must save what can be saved: it is not possible, what happened to him … It will pass, sooner or later he will calm down… until that day …

“I’ll take him away, you’ll never see him again.”

And so it is. One hot summer afternoon Nadia comes home from work and nobody is there.

They probably went to the park. Dinner time, nothing … Finally the phone rings, her voice asking “where are you?”

We’re not going home tonight.”

Nadia feels like the world is collapsing on her and hears a little voice shouting “you are a liar, you said you would take me home to my mummy”.

“At that moment Nadia realized that she couldn’t do it alone and that she had to ask for help.”

Thanks to the Anti-Violence Center for Women, to the lawyers, to the employers, to the police, Nadia managed to resume a normal life and to raise her son in a finally peaceful environment.