Storie di donne – Valérie

Oggi raccontimao la storia di Valérie, moglie di un boss, che per non vivere ai margini della legalità, decide di cambiare paese e nome.

La coscienza è la voce dell’anima e le passioni sono la voce del corpo”.
Jean Jacques Rousseau

VALERIE

Comparve una sera di tanti anni fa, mentre stavo per chiudere il negozio, a Parigi. Un cliente trafelato, non alto , corpulento, con pochi capelli. Maneggiava un grosso sigaro quasi spento. Voleva un abbondante mazzo di rose rosse. Sorrideva con tutto il viso, aveva gesti sicuri e gentili. “Metta solo rose speciali”, mi  disse con tono divertito mentre raggruppavo i fiori. Mi colpì il modo in cui lo disse. Parlava  francese con un curioso accento italiano che cercava di nascondere, rendendolo ancora più interessante. Io ero molto giovane e molto curiosa.

Dopo quel primo acquisto tornò diverse volte nel mio negozio, sempre per comprare esagerati bouquet per chissà quale fidanzata. Un giorno, uscito dal negozio,  lo seguii con lo sguardo e lo vidi buttare in un cestino il mazzo di fiori appena comprato, prima di salire in una macchina sportiva e allontanarsi. Capii che veniva per me.

Iniziammo a frequentarci. Mi riempiva di parole, sorrisi ed attenzioni. Aveva un fascino magnetico, uno sguardo affilato che mi metteva a disagio e allo stesso tempo mi seduceva. Disse di chiamarsi Nicolas e di avere una piccola attività di commercio di carni. Uscimmo qualche volta e una sera mi portò a ballare. Nonostante la corporatura per nulla asciutta, si muoveva con grazia e perfettamente a tempo. Era un ballerino eccezionale. Mi fece roteare al ritmo di musica per tutta la notte, con delicatezza e con forza a un tempo. Alla fine, ubriaca di danze e di risate, mi ritrovai tra le sue braccia.

Iniziò una storia d’amore tra le più belle che io potessi mai sperare di vivere. Facevamo l’amore con energia e senza risparmiarci, in ogni anfratto appena praticabile. Il suo modo di prendermi era spesso rude, eppure non potevo fare a meno di desiderare che il suo tocco fosse ancora più severo. Mai nessuno mi aveva fatto sentire così.

Dopo poco ci fidanzammo e, naturalmente, i miei genitori non ne furono affatto felici. Per me non desideravano certo quest’uomo non bello, non colto, dalla professione non troppo raffinata e dal cognome italiano. Naturalmente io li ignorai, era il 1968 ed era normale sfidare l’autorità. Qualunque autorità. Parigi era una pentola a pressione pronta ad esplodere, in quel periodo, e la nostra storia non era che un’appendice leggera di una cronaca per altri versi infuocata.

Chiusi il negozio e smisi di lavorare. Ci sposammo in una chiesetta fuori città, in un bel giorno di primavera. Fu la prima volta che vidi i suoi amici. Alcuni di loro erano italiani che parlavano a stento il francese e giravano con grandi occhiali scuri. Altri erano algerini, molto cerimoniosi. Poi c’erano le amiche, un paio di ragazze biondissime e una bruna sportiva che abbracciava Nicolas con una intimità che lì per lì mi parve fraterna. E infine Xavier, che presto avrei conosciuto molto bene. Era il suo migliore amico, così mi disse. Giovane, alto, con gli occhi grigi sempre in movimento, non sembrava proprio il tipo che poteva essere amico di Nicolas.

Forse quel giorno avrei dovuto accorgermi di qualcosa, ma trascorse ancora del tempo prima che realizzassi che la carne in cui commerciava Nicolas non era quella di animali d’allevamento destinata a finire in pentola, ma quella di giovani donne dedite alla prostituzione. Peraltro, quella era solo una parte dei suoi affari, che si estendevano anche allo spaccio di droga e al traffico d’armi. Xavier era una via di mezzo tra una guardia del corpo e un consigliere, un uomo di fiducia di Nicolas cui erano delegate la protezione del capo e alcuni affari particolari.

Fui messa davanti ai fatti quando la polizia venne a casa nostra per una perquisizione. Nicolas non c’era, casualmente era in Costa Azzurra per certi affari. La polizia cercava qualsiasi cosa potesse collegarlo all’omicidio di uno spacciatore avvenuto pochi giorni prima alla periferia di Parigi. Ma Nicolas era troppo furbo per lasciare tracce. E per farsi trovare in casa dalla polizia.

Rimasi di sasso. Lessi il mandato di perquisizione più e più volte, seduta in cucina con le mani tremanti, mandando a memoria le imputazioni che venivano mosse a mio marito. Nicolas mi aveva mentito, era un gangster e io la sua donna. Capii in un istante il perché di certe assenze, di certe telefonate, di certi orari. E avvertii di nuovo quel profumo non maschile che emanava a volte la sua giacca.

Mi sentii sudicia. Non attesi il suo ritorno e, quando la polizia se ne fu andata, chiesi a Xavier di portarmi dai miei genitori, dove rimasi per qualche tempo mentre avviavo le pratiche per il divorzio. Tuttavia, gli sguardi di compatimento di mia madre erano una punizione troppo severa perché potessi sopportarla a lungo, per cui, con Nicolas ancora latitante, mi trasferii in un piccolo appartamento in Rue d’Alleray e trovai lavoro come commessa.

Seppi degli affari sporchi di Nicolas molto più di quanto avrei voluto, fino a scoprire che si trattava di uno dei criminali più ricercati di tutta la Francia. Dopo i lunghi interrogatori cui fui sottoposta dalla polizia, che mi lasciavano svuotata e ferita, ero ormai decisa a dimenticarlo e a ricominciare.

Passarono circa otto mesi e un giorno, come se nulla fosse, Nicolas si presentò alla mia porta. Mi disse che gli dispiaceva tanto, ma che se avessi saputo la verità non l’avrei sposato. E lui mi amava. Disse che mi capiva, capiva il divorzio perché era stato bugiardo e mi aveva tradita. Però mi chiese di fare uno sforzo e di pensare se davvero volevo stare senza di lui. Mi propose di vederci ogni tanto, di passare del tempo assieme e, magari, chissà, di fare l’amore ogni tanto.

Ero sdegnata, turbata e offesa dal fatto che lui credesse che io potessi accettare una simile proposta. Lo cacciai fuori da casa mia e piansi per giorni.

Ma dopo qualche settimana, in forza di quale malsano istinto non so, chiamai Xavier e gli chiesi se sapeva dove trovare Nicolas. Ci vedemmo in un anonimo caffè, un territorio neutrale che avevo scelto con cura, frequentato ma non troppo. Parlammo solo, quella prima volta. Poi altri incontri seguirono. Sino a che, in breve, facemmo quello che lui aveva chiesto di fare. Ogni tanto ci vedevamo e facevamo l’amore. Sapevo bene che Nicolas aveva altre donne, e legalmente io ero ancora sua moglie. Ero eccitata e a un tempo scandalizzata da me stessa per la situazione che avevo accettato di vivere. Nicolas mi aveva legata a sé con una catena difficile da spezzare. Vi era una sorta di incantesimo su di me, una forza che mi esortava ogni volta a cedere al suo corpo che premeva sul mio, al suo sguardo che mi reclamava. Per quanto mi vergognassi di me stessa, provavo al contempo una sorta di orgoglio nell’essere la donna di un criminale. Mi capitava, a volte, di posare lo sguardo su qualche poliziotto che passeggiava per le strade di Parigi e di avere la tentazione di raccontare tutto, per farlo arrestare. Poi però sentivo nel profondo una sorta di atroce ammirazione per Nicolas e la sua capacità di tenere in scacco l’intera polizia francese.

Era bizzarro pensare che Nicolas fosse ricercato in tutta la nazione, mentre conduceva una vita in fondo regolare a Parigi, governando i suoi affari da un luogo sicuro poco distante dal centro della città.

Le cose andarono avanti così per due anni. Sino a che, un giorno, notai Xavier che stazionava in macchina sotto casa mia. Lo invitai a salire e mi spiegò che Nicolas gli aveva chiesto di tenermi d’occhio, per proteggermi. Mi parlò della sua passione per le auto e di molte altre cose. Facemmo tardi, sempre chiacchierando. Poi successe l’impensabile. Ci baciammo e a un bacio seguì un altro, sino a che, ubriachi di desiderio, finimmo a letto.

Non fu l’ultima volta. Si instaurò un triangolo amoroso del quale io ero il vertice. Non avevo più freni e mi sembrava la situazione ideale. Nicolas mi dava la passione e la sicurezza, Xavier la leggerezza e la dolcezza. Volevo tutto e tutto avevo. Niente mi bastava, volevo ancora tutto da tutti e due. Quel po’ di amor proprio che mi era rimasto era sepolto, sopraffatto da una forza alla quale non sapevo resistere e che mi tirava da un lato per poi spingermi di nuovo dall’altro.

Poi, una domenica di settembre, Nicolas ci sorprese. Non disse nulla. Uscì, attese Xavier in strada e, appena lo vide, lo freddò con due colpi di pistola. Dopo il fatto non fuggì. Si sedette sul marciapiedi vicino al cadavere dell’amico, fumando il sigaro in attesa dell’arrivo della polizia.

Non lo vidi mai più, seppi che era stato condannato a una pena durissima.

Cambiai il mio nome di battesimo e presi il cognome di mia madre. Lasciai la Francia e trovai lavoro come traduttrice in Italia. Sposai un imprenditore di Bologna, il quale aveva comprato una bellissima villa a Ravello, di fronte al mare.

Da questa terrazza, oggi, dopo quarantanni, tra il barbaglio del sole sull’acqua e la nebbia del ricordo, le cose non sembrano più tanto vere. Né tanto definitive. I sogni a volte sono così, si mescolano alla memoria. Eppure, davvero, io fui, a Parigi, tanti anni fa, la moglie del boss.

storia vera, tratta dal blog: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/valerie/

Women’s stories – Valérie

Today we tell the story of Valérie, wife of a boss, who in order not to live on the edge of legality, decides to change country and name.

“Conscience is the voice of the soul and passion is the voice of the body”.
Jean Jacques Rousseau

VALERIE

He appeared one evening many years ago, as I was about to close my flower shop in Paris. An ordinary client, not tall, burly, with little hair. He was handling a large cigar. He asked for a generous bouquet of red roses. He smiled with his entire face, he had sure and kind gestures. “Only special roses,” he said in an amused tone as I put together the flowers. I was struck by the way he said it. He spoke French with a curious Italian accent which he tried to hide, making it even more interesting. I was very young and very curious.

After that first purchase he returned several times to my shop, always to buy huge bouquets for who knows which girlfriend. One day, when he left the shop, I followed him with my eyes and saw him throw the flower bouquet he had just bought into a trash bin, before getting into a sports car and driving away. I knew, then, that he was coming for me. We started dating. He filled me with words, smiles and attention. He had a magnetic charm, a sharp look that made me uncomfortable and seduced me at the same time.

He said his name was Nicolas and he had a small meat trading business. We went out a few times and one evening he took me to dance. Despite his by no means lean build, he moved gracefully and perfectly in time. He was an exceptional dancer. He whirled me to the beat of the music all night, gently and forcefully at the same time. Eventually, drunk with dancing and laughter, I found myself in his arms. A love story began among the most beautiful that I could ever hope to live. We made love with energy and without sparing ourselves. His way of taking me was often rough, yet I couldn’t help but wish his touch. No one had ever made me feel this way. We soon got engaged and, of course, my parents weren’t happy at all. For me they certainly did not want this unattractive, uneducated man with a not too refined profession and an Italian surname. Of course I ignored them, it was 1968 and it was normal to challenge authority. Any authority. Paris was a pressure cooker ready to explode at that time, and our story was nothing more than a light appendix to an otherwise fiery chronicle.

I closed the shop and stopped working. We got married in a small church outside the city on a beautiful spring day. It was the first time I saw his friends. Some of them were Italians who barely spoke French and walked around with large dark glasses. Others were Algerians, very ceremonious. Then there were his girl friends, a couple of very blond girls and a sporty brunette who hugged Nicolas with an intimacy that seemed fraternal to me at the moment. And finally Xavier, whom I would soon know very well. He was his best friend, so he told me. Young, tall, with gray eyes always on the move, he didn’t really look like the type who could be friends with Nicolas.

Maybe that day I should have noticed something, but some more time passed before I realized that the meat in which Nicolas traded was not that of farm animals destined to end up in the pot, but that of young women engaged in prostitution. Moreover, that was only part of his business, which also extended to drug dealing and weapon trafficking. Xavier was a cross between a bodyguard and an advisor, a trusted man of Nicolas who was delegated the protection of the head and some special affairs.

I was confronted with the facts when the police came to our house. Nicolas wasn’t there, by chance he was on the French Riviera for some business. The police were looking for anything that could connect him to the murder of a drug dealer that took place a few days earlier on the outskirts of Paris. But Nicolas was too smart to leave traces. And to be found in the house by the police. I was stunned. I read the search warrant over and over again, sitting in the kitchen with shaking hands, memorizing the charges that were being given at my husband. Nicolas had lied to me, he was a gangster and I was his woman. I understood in an instant the reason for certain absences, certain phone calls, at certain hours. And I felt again that nonmasculine scent that sometimes came from his jacket. I felt filthy. I did not wait for his return and, when the police was gone, I asked Xavier to take me to my parents, where I stayed for some time while I filed for divorce. However, my mother’s looks of pity were too severe a punishment for me to bear for long, so, with Nicolas still a fugitive, I moved into a small apartment in Rue d’Alleray and got a job as a saleswoman. I learned about Nicolasdirty business much more than I would have liked, until I discovered that he was one of the most wanted criminals in all of France. After the long interrogations I was subjected to by the police, which left me empty and wounded, I was now determined to forget him and start over.

About eight months passed and one day, as if nothing had happened, Nicolas showed up at my door. He told me that he was so sorry, but that if I had known the truth I would not have married him. And he loved me. He said he understood me, he understood divorce because he had been a liar and cheated on me. But he asked me to make an effort and think if I really wanted to be without him.

He suggested we meet every now and then, spend time together and, maybe, who knows, make love every now and then. I was outraged, upset, and offended that he believed I could accept such a proposal. I kicked him out of my house and cried for days. But after a few weeks, by virtue of what unhealthy instinct I don’t know, I called Xavier and asked him if he knew where to find Nicolas. We met in an anonymous café, a neutral territory that I had carefully chosen, frequented but not too much. We just talked, that first time. Then other meetings followed. Until, in short, we did what he asked. Every so often we met and made love. I was well aware that Nicolas had other women, and legally I was still his wife. I was excited and at the same time scandalized by myself for the situation I had accepted to live. Nicolas had tied me to him with a chain that was difficult to break. There was a kind of spell over me, a force that urged me each time to yield to his body pressing on mine, to his gaze demanding me. As much as I was ashamed of myself, at the same time I felt a kind of pride in being the woman of a criminal. It happened, at times, to lay my eyes on some policeman who was walking through the streets of Paris and to be tempted to tell everything, to have him arrested. But then I felt deep inside a sort of atrocious admiration for Nicolas and his ability to keep the entire French police in check.

It was bizarre to think that Nicolas was wanted all over the nation, as he led a basically regular life in Paris, running his business from a safe place not far from the city center. Things went on like this for two years. Until, one day, I noticed Xavier who was parked in the car under my house. I invited him to get on and he explained that Nicolas had asked him to keep an eye on me, to protect me. He told me about his passion for cars and many other things. Late in the evening we were still chatting. Then the unthinkable happened. We kissed and one kiss was followed by another, until, drunk with desire, we ended up in bed. It wasn’t the last time. A love triangle was established of which I was the apex. I had no more brakes and it seemed the ideal situation. Nicolas gave me passion and confidence, Xavier gave me lightness and sweetness. I wanted everything and I had everything. Nothing was enough for me, I still wanted everything from both. The bit of selflove that I had left was buried, overwhelmed by a force that I couldn’t resist and that pulled me to one side and then pushed me back to the other.

Then, one Sunday in September, Nicolas caught us. He said nothing. He went out, waited for Xavier in the street and, as soon as he saw him, he shot him down. After the fact he did not run away.

He sat on the sidewalk next to his friend‘s body, smoking a cigar while waiting for the police to arrive. I never saw him again, I knew he had been sentenced very harshly.

I changed my first name and took my mother’s surname. I left France and found a job as a translator in Italy. I married an entrepreneur from Bologna who had bought a beautiful villa in Ravello, facing the sea.

From the terrace, today, after forty years, between the glare of the sun on the water and the fog of memory, things no longer seem so true. Not so definitive. Sometimes dreams are like this, they mix with memory. And yet, really, I was the bosss wife in Paris many years ago.

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real story taken from: http://blog.pianetadonna.it/lestoriediagatha/valerie/